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numero 280
6 marzo 2008
 
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La trattatistica del Quattrocento

di Elviro Di Meo - 15 aprile 2005

Nome eccellente della trattatistica del quattrocento è sicuramente Francesco di Giorgio Martini, senese di nascita, (1439-1502) ingegnere militare che pubblica il suo Trattato di architettura civile e militare. All'opposto dell'Averlino, Martini ha una personalità molto realistica ed una lunga esperienza di costruttore accompagnata anche da una sana cultura umanistica e da un profondo sentimento per la vita associata. Nel capitolo introduttivo del trattato insiste molto sulla similitudine tra l'organismo urbano ed il corpo umano, ricalcando così anche per l'urbanistica quella concezione antropomorfica dell'architettura che è una costante della cultura architettonica del Rinascimento, e che giungerà, com'è noto, sino a Bernini. Sarà, infatti, proprio il genio del barocco romano, rivale di Borromini, altra grande anima del tempo, ad esaltare un modello architettonico culturale che sarà il punto di arrivo di un'intera tradizione di artisti.

Si pensi, ad esempio, alla sistemazione urbana di Roma secondo uno schema moderno e funzionale, di grande impatto scenografico, che cancella l'antico agglomerato medievale o alla realizzazione dell'imponente Baldacchino di San Pietro, voluto da Urbano VIII, appartenente alla famiglia Barberini, dove le colonne tortili stanno ai pilastri dell'intera fabbrica architettonica, così come le foglie intrecciate rappresentano il fortissimo legame con la natura.

Una logica progettuale che ritorna in Piazza Navona, nella fontana dei Fiumi, con la metamorfosi della pietra da cui sgorga l'acqua ottenuta in un equilibrio perfetto; ed ancora di più nell'Estesi di Santa Teresa d'Avila nella cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria in cui la Santa è folgorata da una luce realizzata con raggi eseguiti in bronzo dorato, ad imitazione di quella vera ed i familiari assistono al miracolo estasiati. Ma torniamo alla trattatistica, alle sue maggiori espressioni e alle caratteristiche fondamentali.

Il trattato di Martini è costituito da una parte sia descrittiva che grafica, e soprattutto si basa su di una casistica fondata principalmente su cinque situazioni tipiche: la città in pianura, la città in pianura attraversata da un corso d'acqua, la città in monte, la città in collina, la città in posizione intermedia. Per la prima egli propone una struttura radiocentrica inserita in una cerchia ottagonale di mura e caratterizzata da una grande piazza centrale; vi sono inoltre piazze minori per i singoli quartieri.

La città in pianura attraversata da fiume presenta invece uno schema ortogonale con l'asse maggiore nel senso della corrente; ciascuna delle due parti della città è organizzata a sé con una grande piazza centrale; le due parti sono collegate da tre ponti sul fiume oltre i due collegamenti lungo la cinta muraria; quest'ultima è rinforzata a valle ed a monte da due possenti opere bastionate.

Diversa l'impostazione della città in montagna. Qui Francesco di Giorgio elabora un preciso modello caratterizzato da una strada a tornanti che, con pendenza costante, sale alla cima dell'altura che è anche il centro della città. Centro ideale, ma anche politico e sociale. La via a tornanti è intersecata da altre in senso radiale o meridiano con pendenza ovviamente molto più forte. Eccezione di questo schema è la città con la strada a spirale; anche quest'ultima sale a pendenza costante al colmo dell'altura, cioè alla piazza, dalla quale discendono verso le mura le vie radiali. Questi due ultimi modelli per la città su altura sono, in effetti, dei tentativi di razionalizzazione delle disposizioni medievali ad avvolgimento parziale per il primo e ad avvolgimento totale per il secondo.

L'analisi di sistemazione della vita urbana, tipico della cultura rinascimentale, continua nello studio dell'autore che indica, anche graficamente, cinque categorie di case d'abitazione: per i villani o contadini, per gli artefici o artigiani, per gli studenti cioè per i professionisti, per i mercanti ed infine per i nobili, «i quali al mondo studiano vivere senza molte cure»: commenta l'illustre architetto. Indubbiamente una classificazione non egualitaria, basata sulle caratteristiche e le esigenze dei rispettivi cittadini, a seconda della propria categoria sociale.

Un'impostazione che ritroviamo in Leonardo da Vinci, personalità cardine del rinascimento. Leonardo è, al tempo stesso, artista e scienziato, nel senso umanistico del termine. Sarà ingegnere, architetto, pittore, ed anche urbanista presso la corte di Milano. Qui teorizza la sua città, anche in questo caso basata su di un concetto classistico del tempo. Leonardo, quale tipico esponente della cultura quattrocentesca, non poteva non interessarsi alla città. Non ci ha lasciato però un trattato, né un insieme di idee organiche per la città. Dobbiamo perciò, come del resto avviene per Leonardo anche sotto altri aspetti, rintracciare nelle sue carte le varie idee che egli appuntò anche graficamente per una sua città ideale.

Immagina una città articolata su tre livelli di fruizione necessari per lo spostamento. Le strade basse, che servono invece gli ingressi secondari o di servizio dei palazzi ubicati sui fronti opposti a quelli degli ingressi principali, corrono ad una quota inferiore di sei braccia (m. 3.60) a quella delle strade alte e sono destinate al transito degli animali da soma e dei carri. Infine vi sono le vie sotterranee veri e propri canali per l'eliminazione di tutti i rifiuti della città. Nella concezione urbana di Leonardo il corso d'acqua acquista una fondamentale importanza quale via navigabile, quale elemento di difesa adducente l'acqua ai fossati della mutazione, quale veicolo per l'allontanamento dei rifiuti ed infine quale sorgente di forza motrice.

Elviro Di Meo

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Ragionpolitica, periodico on line n.105 del 15/4/2005
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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