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Cefalonia tra fiction e realtà, per non dimenticare

di Remo Viazzi - 15 aprile 2005

Per la regia di Riccardo Milani è andata in onda lunedì e martedì sera su Rai1 la fiction Cefalonia, liberamente ispirata alla poco nota vicenda della Divisione Acqui, di stanza nell'isola greca, colta di sorpresa e spiazzata - come il resto delle nostre forze armate sparse nei territori di guerra - dall'armistizio con gli anglo-americani firmato da Badoglio a Cassibile il 3 settembre e reso noto dallo stesso Badoglio l'8 settembre del 1943.

Nonostante alcune imprecisioni e diverse omissioni di fatti anche di una certa rilevanza, l'operazione può essere valutata positivamente. In primo luogo per la volontà di far conoscere al grande pubblico una pagina eroica della nostra tormentata storia della seconda guerra mondiale, che altrimenti rimarrebbe appannaggio dei soli studiosi e appassionati di storia, quindi per il fatto che impone una riflessione sui temi della Patria e dell'orgoglio nazionale, che solo recentemente i luttuosi episodi connessi alla spedizione italiana in Iraq hanno riportato in auge. Dicevo dunque delle mancanze dello sceneggiato televisivo. Di queste, alcune possono facilmente essere accettate alla luce del tentativo di rendere la materia fruibile a tutti, semplificandola prima e infarcendola poi di vicende marginali (e più adatte ad accattivarsi il pubblico), altre invece compromettono sensibilmente l'esatta percezione della storia, un obiettivo che tutto sommato - nonostante si tratti appunto di una fiction - sarebbe stato necessario raggiungere.

Nel 2003 sono stati pubblicati due volumi dedicati a quell'anno di guerra: I traditi di Cefalonia. La vicenda della Divisione Acqui 1943-1944 (di Paolo Paoletti, Fratelli Frilli Editori) e Italiani dovete morire. Il massacro della divisione Acqui a Cefalonia (di Alfio Caruso, Tea Editrice). Entrambi i testi raccontano una storia che solo in parte corrisponde a quella di Riccardo Milani.

Tanto per cominciare, vengono ridotti in maniera eccessiva i fatti relativi alla prima decisiva settimana, quella dall'8 al 15 settembre del 1943. Il comunicato di Badoglio - come tutti sappiamo - fu veramente un fulmine a ciel sereno e provocò all'interno dell'esercito italiano sgomento e una reale difficoltà di interpretazione. Tanto Paoletti quanto Caruso puntano il dito su Antonio Gandin, il comandante della Divisione, un personaggio che nello sceneggiato ha un ruolo secondario e del quale si perdono presto le tracce, indicandolo come il principale responsabile dell'annientamento della Divisione.

Il «referendum» (un unicum nella storia militare) cui vengono chiamati i soldati dallo stesso Gandin, è presentato come un momento «alto» della vita della Divisione, di autentica democrazia, ma in realtà fu altro. Probabilmente una della pagine peggiori della storia dell'esercito. Gandin infatti, che stava facendo tutto il possibile per non troncare le trattative con i tedeschi e cercare di riportare a casa quelli che chiamava i suoi «undicimila figli di mamma», era stato obbligato a quella insolita consultazione «da sei giorni di oltraggi, di minacce, di disobbedienze, di attentati contro la sua persona»: insomma, roba da Corte Marziale.

D'altra parte, però, lo sceneggiato non chiarisce abbastanza come tali atti di insubordinazione fossero stati guidati da altri ufficiali vicini a Gandin, che prima di lui avevano capito quale sarebbe stata la sorte loro riservata e che mai avrebbero acconsentito a cedere le armi al nemico, fedeli al motto della Divisione «O con l'arma o sull'arma». Inoltre, se anche fin da subito Gandin avesse accettato l'esortazione del suo stato maggiore a combattere i tedeschi, le posizioni non si sarebbero potute mantenere a lungo, dato il completo isolamento della Divisione e la netta supremazia dell'aviazione tedesca. Nel film gli Stukas della Wehrmacht compaiono una sola volta, in realtà furono principalmente i loro attacchi a rendere il confronto impari.

L'isolamento della Divisione è una questione decisiva, alla quale lo sceneggiato dà poca rilevanza: i continui dispacci che Gandin inviò al comando generale di Brindisi non ricevettero - se non troppo tardi e con tenore del tutto negativo - alcuna risposta.

Omissione ancora più grave è sorvolare sul fatto che l'intervento delle truppe alleate (settembre del 1944) subì un forte ritardo a causa degli accordi intercorsi tra i Russi e gli alleati. «Lo strapotere degli anglo-americani era tale da poter evacuare o sorreggere in maniera determinante la Divisione; si preferì invece non muovere un dito sia perché si riponeva scarsissima fiducia negli italiani sia perché Roosevelt non voleva irritare Stalin affacciandosi in un'area, i Balcani, giudicata dal dittatore sovietico di sua pertinenza». E altro ancora bisognerebbe menzionare.

Rimane invece da analizzare la credibilità delle storie a latere della vicenda principale. In questo caso - e probabilmente si trattava anche dell'interesse primario della produzione - è giusto rilevarne l'esattezza e la credibilità. A Cefalonia non si combatteva ormai da molto tempo: si potrebbe dire che quella fosse un'isola felice. S'instaurò presto un clima di fraterna amicizia sia tra italiani e greci, il che rende plausibile la vicenda che coinvolge i protagonisti Saverio, Feria e la figlia Elena, sia tra italiani e tedeschi, ciò che dà spazio al franco rapporto che lega lo stesso Saverio con il capitano Meyer. Allo stesso modo trovano riscontro nei fatti storici le assurde e spietate fucilazioni dei soldati italiani (in particolare degli ufficiali) ritenuti tutti traditori, la fortunosa salvezza che arrise ad alcuni, il loro collaborare con le forze della resistenza greca prima e quelle alleate poi, il servizio prestato dai medici italiani anche in soccorso dei soldati tedeschi feriti e altro ancora.

Ritengo invece cadute di stile di stucchevole vena melodrammatica e fatte apposta per piacere al pubblico altre interpretazioni del regista, che non hanno appiglio nei libri di storia. Mi riferisco in particolare alla vicenda della bandiera, la cui custodia viene affidata a Feria, l'assurdo crollo psicologico che coinvolge il sacerdote-tenente, l'ambiguo rapporto tra la suora infermiera e il maggiore medico (tanto per non mancare mai di gettare un'ombra di sospetto sull'operato della Chiesa), la facilità con cui Saverio (il protagonista) si muove nell'isola e tra le truppe tedesche, e il fin troppo prevedibile finale. La nascita della figlia di Elena infatti (ragazza greca, di origini italiane, che ha una relazione con un soldato italiano), cui verrà dato il nome di Irene (scontato anche questo), coincide con il giorno in cui lo sbarco alleato, favorito e reso più celere dalla collaborazione italo-greca, ridona all'isola una nuova speranza di vita e di libertà. Banalità che forse si sarebbero potute evitare.

Voglio però far prevalere la pars costruens e gioire per la scelta della Rai di abbandonare - almeno una volta - produzioni di scarso valore e poco edificanti, optando per una scelta più coraggiosa che, seppur in maniera un po' edulcorata, ha avuto il coraggio di riproporre temi storici e una pagina in chiaroscuro, in parte ancora da scoprire, della nostra storia patria.

! Remo Viazzi
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