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L'istruzione? Meglio privatizzarla

di Tiziano Buzzacchera - 22 aprile 2005

L'ultimo numero di Reason, bella e vivace rivista liberale d'oltreoceano, presenta un focus interessante dedicato a un tema spinoso, la social security, con un occhio di riguardo alla rivoluzione che si sta compiendo nel mondo dell'educazione: l'homeschooling. Molto semplicemente, i figli vengono istruiti in casa dai genitori o da piccoli gruppi di genitori.

Negli Stati Uniti, grazie anche ad una legislazione relativamente leggera o in molti casi assente, il fenomeno sta crescendo in maniera vertiginosa: nel 1999, secondo i dati del Dipartimento dell'Istruzione, la cifra dei ragazzi educati in casa ammontava a 860.000 circa, a rappresentare l'1.7 % degli studenti americani dai 5 ai 17 anni, mentre nel 2003 questo dato è salito al 2.2 %, proprio quando la popolazione degli home-schooled arrivava a quota 1.096.000. Brian Ray del National Home Education Research Institute va oltre e afferma che nell'anno scolastico 2002-03 gli studenti che preferivano l'istruzione "casalinga" (diciamo così) erano vicini ai 2 milioni.

Le ragioni che spingono le famiglie a compiere questa scelta sono molteplici. Per esempio, il desiderio di un'istruzione morale e/o religiosa o la preoccupazione per l'ambiente scolastico ma, in generale, il motivo ultimo è l'insoddisfazione nei confronti della scuola statale destinata, per sua stessa natura, a piallare le differenze, a smussare ben più dei semplici angoli che costituiscono le diversità degli studenti, di quelli bravi e di quelli meno bravi, a sacrificare l'individualità in nome del feticcio dell'egualitarismo. E' difficile, per non dire impossibile, pretendere e ottenere una scuola "dal volto umano". Attenzione: non sobbalzate subito sulla sedia. E' bello dipingere scenari utopistici, tracciare un modello di scuola perfetta, dove il docente discute apertis verbis con il discente le proprie tesi, dove quest'ultimo può provare a confutare le analisi di chi sta al di là della cattedra. Peccato che gli uomini non siano esattamente la quadratura del cerchio ma, al contrario, esseri imperfetti, manchevoli, limitati. Quella che vorremmo è una scuola che non è e non sarà mai, proprio perchè la perfezione non è di questo mondo.

Si tratta di percepire, di comprendere, di riconsiderare delle istituzioni - come quelle educative, che hanno un'importanza capitale nella vita dell'uomo - in maniera tale da servire il consumatore, il fruitore del bene "istruzione" (che, attenti, non è un diritto), non cercare di immaginarsi palingenesi rocambolesche della formazione culturale umana. Certo, poi possiamo intenderla come vogliamo: per esempio, pensare che la scuola pubblica sia uno strumento per ridurre le disuguaglianze, per garantire l'eguaglianza delle opportunità. Oppure possiamo vedere in essa i fini nascosti, quelli un po' meno nobili, meno roboanti, ammettere che, in fondo, essa fa bene più al burocrate che allo studente.

E' questa umile constatazione che fa germogliare la meravigliosa (almeno secondo chi scrive) idea dell'homeschooling: delegare ai genitori la responsabilità dell'istruzione dei propri figli può contribuire a formare un "Individuo", con la i maiuscola, magari con tutti i suoi deliziosi vizi, con le sue inamovabili incertezze, ma pur sempre un individuo, non il "cittadino", con la c minuscola, fatto con lo stampino, uno dopo l'altro.

Herbert Spencer, molto tempo fa, aveva intuito i pericoli di un'educazione di stato: «perchè che cosa s'intende col dire che il governo deve educare il popolo? Perchè il popolo dev'essere educato? Qual è il fine dell'educazione? Certamente di preparare il popolo alla vita sociale, di fare dei buoni cittadini. E chi ha l'autorità per dire quali sono i buoni cittadini? Il governo: non c'è altro giudice. Quindi questa proposizione è convertibile in quest'altra: il governo deve trasformare i fanciulli in buoni cittadini, usando la sua propria discrezione per decidere che cos'è un buon cittadino, e in che modo il fanciullo potrà essere trasformato in buon cittadino».

Rubo un'altra citazione, è di Ludwig von Mises: «vi è, in verità, un'unica soluzione: lo Stato, il governo, le leggi non debbono in nessun modo interessarsi della scuola e dell'istruzione. I fondi pubblici non debbono essere usati per tali fini. L'educazione e l'istruzione dei giovani debbono essere lasciate interamente nelle mani dei genitori e di associazioni e istituzioni private». Punto. Nessun si-ma-forse di comodo. Cercare di restituire al mercato e alle famiglie il compito di acquistare e vendere un bene come l'istruzione rappresenta una battaglia preziosa: quella per la civiltà.

! Tiziano Buzzacchera
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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