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Caducitàdi Mariacristina Nasi - 22 aprile 2005 Nel novembre 1915, Sigmund Freud scrisse un breve testo, dal titolo Vergänglichkeit, Fugacità. Esso trae spunto da un episodio occorso a Freud nell'agosto 1913, durante una villeggiatura nelle Dolomiti, ed analizza le reazioni psicologiche di fronte al senso della caducità delle cose belle, connesso alla precarietà del vivere. Racconta di una passeggiata «in una contrada estiva in piena fioritura», in compagnia di un amico silenzioso e un poeta. Questi «ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell'inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato o potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato». Freud afferma che «da un simile precipitare nella transitorietà di tutto ciò che è bello e perfetto» derivano due diversi moti dell'animo: «l'uno porta al doloroso tedio universale del giovane poeta, l'altro alla rivolta contro il presunto dato di fatto». Non si accetta che le meraviglie dell'arte e della natura, «le delizie della nostra sensibilità e del mondo esterno debbano veramente finire nel nulla. Crederlo sarebbe troppo insensato e nefando»; si ritiene, perciò, che «in un modo o nell'altro devono riuscire a perdurare, sottraendosi ad ogni forza distruttiva». Partendo dalla premessa che «ciò che è doloroso può pur essere vero», Freud contesta «al poeta pessimista che la caducità del bello implichi un suo svilimento. Al contrario, ne aumenta il valore!» Dunque, «il valore di caducità è un valore di rarità nel tempo» e «la limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio». Per Freud è incomprensibile «che il pensiero della caducità del bello [debba] turbare la nostra gioia al riguardo», poiché «il valore di tutta questa bellezza e perfezione è determinato soltanto dal suo significato per la nostra sensibilità viva». Egli individua «un forte fattore affettivo», responsabile del turbamento degli amici, che ha influito sul loro giudizio: «La ribellione psichica contro il lutto» ha svilito «ai loro occhi il godimento del bello»; «l'idea che tutta quella bellezza fosse effimera faceva presentire a queste due anime sensibili il lutto per la sua fine; e, poiché l'animo umano rifugge istintivamente da tutto ciò che è doloroso, essi avvertivano nel loro godimento del bello l'interferenza perturbatrice del pensiero della caducità». Per quanto naturale e ovvio appaia al profano, per lo psicologo «il lutto è un grande enigma», in cui la capacità di amare si scontra con una realtà, che mostra quanto siano effimere molte cose che si consideravano durevoli. Ma, Freud si chiede, «quegli altri beni, ora perduti, hanno perso davvero per noi il loro valore, perché si sono dimostrati così precari e incapaci di resistere?» Egli ritiene che «coloro che la pensano così e sembrano preparati a una rinuncia definitiva perché ciò che è prezioso si è dimostrato perituro, si trovano soltanto in uno stato di lutto per ciò che hanno perduto». Una volta superato, «si scoprirà che la nostra alta considerazione dei beni della civiltà non ha sofferto per l'esperienza della loro precarietà», e che la nostra capacità di amare può rivolgersi altrove, con un «fondamento più solido e duraturo di prima». Caduco = dal latino caducus, derivato di cadĕre, cadere. Il tema della caducità umana affligge l'uomo, che da sempre si è trovato a dover ammettere che le conquiste terrene, per quanto grandiose, si scontrano con un Tempo superiore, quando non con una Natura avversa. La conseguenza di questa presa di coscienza è un atteggiamento che può avere due esiti: una tristezza sconfinata o un sentimento di ribellione; entrambi si rivelano errati. Chi si abbandona allo sconforto, rinuncia a godere delle bellezze circostanti, che non sono che forme particolari di una Bellezza non transeunte; afflitto dalla consapevolezza che esse finiranno, costui vive una condizione di irrealtà, poiché la morte, e, prima ancora, la mutabilità, sono parte della vita. Chi si oppone risolutamente alla fugacità, protestandone l'ingiustizia e l'assurdità, parte dal presupposto che cambiare significhi necessariamente peggiorare. La caducità rende più prezioso un bene, spronando l'uomo a valorizzare la propria vita, i propri tesori. Se, consci della fugacità di ciò che amiamo terrenamente, ci accaniamo su di esso, nella falsa convinzione di coglierne il più possibile, prima della fine - comunque imminente - non facciamo che acutizzare il dolore per la sua futura perdita; se cogliamo la bellezza nella, e non malgrado, la fragilità, riusciamo ad apprezzare la realtà nel suo complesso, nelle sue molteplici forme, al di là del bello, al di sopra del male, nonostante il dolore, a dispetto della morte. Freud sostiene che l'uomo non gode pienamente del bello a causa del lutto, l'eccessivo legame che stringe con ciò che è destinato a perire, una volta che questo è perduto. Nel corso della vita, l'uomo può relegare la consapevolezza della morte in un angolo, cercando di ignorarla, per timore che la sua esistenza possa incupirsi; si getta nelle occupazioni; cerca di vivere al massimo; ma, prima o poi, si scontrerà con essa, e lo scontro sarà tanto più fallimentare per lui, quanto più avrà ostentato indifferenza, finto che essa non esista. Vivere significa anche morire; ma ciò non fa paura, se la speranza che ci lega alla terra è quella di assaporare la Bellezza dell'Amore, che non muore, pur spendendosi ogni giorno. Se teniamo troppo stretta la vita, essa non riuscirà a respirare. Se ogni giorno passa, rivelando la sua fragilità, esso diventa prezioso, unico e indispensabile. L'uomo riversa la propria capacità di amare su ciò che lo circonda; quando esso viene meno, subentra l'afflizione, poiché si dimentica che quanto amiamo è una manifestazione contingente di un Amore superiore, immutabile e perfetto. Amando in forma imperfetta ciò che è imperfetto, cerchiamo di avvicinarci al vero Bene. Quando uno degli oggetti amati viene meno, ciò non deve stupirci, bensì rafforzarci nella convinzione che solo l'Amore vero non muore. Perché rinunciare ad amare o a compiere opere grandi, solo perché esse possono rovinarsi o essere distrutte? Perché rifiutare la fragilità, senza cogliere la forza della debolezza? Non irretita dalle imperfezioni umane, la capacità di amare risulterà accresciuta; non sarà rattristata dalla transitorietà, né sciupata dai limiti umani: ciò che di bello e buono una persona, una situazione, un oggetto, hanno dato, resta, nonostante gli errori e le cadute successivi. La nostra capacità di amare è infinita, perché da Dio: non imprigioniamola, lasciamo che estenda le sue ali, ovunque ve n'è bisogno. Ciò che sembra perduto e ci addolora, è ancora in noi e può darci gioia: la parte più pura e vera resiste al tempo, e ritorna ad incitarci, perché la rinuncia non sia definitiva, il lutto sia passeggero, la consapevolezza della caducità ci renda meno effimeri.
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Ragionpolitica, periodico on line n.106 del 22/4/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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