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numero 280
6 marzo 2008
 
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La società di individui

di Stefano Magni - 22 aprile 2005

L'etica dell'oggettivismo è un'etica radicalmente individualista, chiamata dagli stessi oggettivisti "egoismo razionale". L'interpretazione del termine "egoismo" ha sempre avuto una valenza fortemente negativa. Di solito si indica come "egoista" colui che persegue unicamente il proprio interesse, anche a costo di calpestare la vita altrui. In realtà, "egoismo" vuol semplicemente dire, ad essere precisi, "preoccupazione per i propri interessi". Questa è, in sintesi, l'etica dell'oggettivismo: è bene che ciascun individuo si preoccupi dei propri interessi. La società non è che un insieme di individui e dunque un'etica sociale, sia essa evoluzionista (le leggi sono frutto dell'evoluzione della società e delle sue convenzioni), utilitarista (la morale come felicità del maggior numero degli individui), egualitarista (pari opportunità nel raggiungere la felicità), comunitarista (la morale come tradizione del proprio gruppo etnico, religioso, nazionale) non può che essere un'etica dettata arbitrariamente da un gruppo di individui su tutti gli altri. Sia che questo gruppo di individui risulti maggioritario o (nella maggior parte dei casi storici) minoritario, il risultato non cambia: un'etica imposta non è un codice di valori valido per tutti, non è etica, ma la mera volontà arbitraria di pochi.

Un'etica universale ed effettivamente utile a fornire una base di valori per l'uomo deve partire da un unico presupposto fondamentale: l'uomo vive. Se si parte dal presupposto di essere vivi e di avere un minimo di istinto di conservazione, non si può non notare che il principale scopo della propria esistenza, ciò da cui dipende tutto il resto, è di rimanere vivi, di continuare a vivere. Perché vivere? La vita è una scelta, alla base di qualsiasi altra scelta umana. E' l'unica vera alternativa della nostra esistenza. Solo se si sceglie di vivere si può impostare un ragionamento etico, mentre chi sceglie la morte, la non esistenza, non ha bisogno dell'etica, essendo un individuo a-etico. Che ben presto sarà anche un non-uomo.

La vita è l'elemento fondante dell'etica oggettivista, il supremo fine a cui tutti gli individui tendono. Se non si tende a vivere, il termine stesso di "valore" perde completamente il suo significato. E' infatti un "valore" ciò che permette di vivere, possibilmente di vivere meglio, mentre è un disvalore ciò che non permette di vivere, o semplicemente di vivere in peggiori condizioni fisiche e mentali. Il piacere e il dolore, quali percezioni che il corpo umano trasmette automaticamente costituiscono il primo livello della selezione dei valori: è un valore ciò che procura piacere ed evita il dolore. Questo, tuttavia, è solo il primo livello, quello istintivo. L'uomo non è dotato istintivamente della capacità di individuare una soluzione che permetta di evitare il dolore e perseguire il piacere. Le soluzioni sono individuate tramite la ragione. La ragione permette all'uomo di conservare le percezioni, di identificarle, di sintetizzarle in concetti, di sintetizzare questi ultimi in concetti sempre più astratti, di definire tali concetti e di trasmetterli ad altri uomini nello spazio e nel tempo tramite il linguaggio, come si è già visto nel capitolo sull'epistemologia oggettivista.

Chi sceglie di vivere e chi sceglie di continuare a vivere, ha bisogno di un'etica, che altro non è che un codice di norme che permettono di continuare a vivere nel miglior modo possibile. Il parametro di valutazione è la vita. Il bene è ciò che permette di vivere e di continuare a vivere. Il male è ciò che distrugge la vita. Valore è ciò che spinge a vivere e a continuare a vivere. Virtù è il mezzo impiegato per conseguire il valore.

E' possibile vivere felici senza fare del male e sacrificare altri individui? Sì, è possibile. La violazione della felicità, o della vita, anche di un solo individuo per il raggiungimento della felicità di altri individui, implicherebbe l'immoralità di tutto l'impianto etico su cui si regge una società. Tutti hanno uguale diritto ad essere vivi e felici: non vi è alcuna ragione logica per sostenere, in base a quanto detto fin qui, che alcuni individui abbiano diritto ad essere vivi e felici più di altri.

Lo strumento col quale è possibile assicurare la giustizia nella vita associata è lo scambio. Lo scambio permette sempre e comunque a tutte le parti coinvolte di guadagnare. E' sempre un gioco a somma positiva, anche nel momento in cui l'oggetto dello scambio può apparire "iniquo". Lo scambio, inoltre, caratterizza tutti i tipi di rapporti umani. Che lo si voglia vedere o meno, è inevitabile che l'uomo doni qualcosa per ottenere altro, sia esso affetto, autostima, soldi, sesso, gratificazione, beni materiali, terre, conoscenze, ecc...

Sullo scambio si fonda la giustizia: se è possibile ottenere qualsiasi cosa scambiandola (o occupandola quando essa è res nullius, in rari casi), l'uso della violenza per realizzare le proprie ambizioni diventa totalmente irrazionale.

Un individuo che decide di aiutarne un altro, lo fa per i propri interessi ed è giusto che sia così. Qualsiasi forma di aiuto implica un sacrificio che, di per sé, è immorale: è una rinuncia alla propria felicità e anche, in certi casi, a parte o a tutta la propria vita. L'aiuto è perciò condizionato dal guadagno (il più delle volte emotivo) che si ottiene in cambio e che rientra in una logica di scambio, come qualsiasi altro rapporto umano. Si aiuta una persona amata a vivere, perché la sua perdita comporterebbe un costo troppo alto in termini emotivi.

Lo Stato minimo

Per dirimere controversie, difendere i diritti degli individui da aggressioni fisiche o proteggere la società intera da un'invasione esterna, occorre un arbitro neutro: lo Stato.

Lo Stato è necessario solo per funzioni che implichino l'uso della violenza fisica che, lasciate nelle mani dei privati, renderebbero impossibile la coesistenza pacifica tra individui. Queste funzioni sono tre: la giustizia, la polizia e la difesa. I diritti dei cittadini che lo Stato deve proteggere sono anch'essi tre: la vita, la libertà e la proprietà. Sono diritti negativi: per diritto alla vita si intende la proibizione di attentare alla vita di qualcuno, per diritto alla libertà la proibizione di impedire a qualcuno di parlare e compiere azioni non aggressive, per diritto alla proprietà si intende la proibizione di sottrarre violentemente beni a qualcuno. Anche lo Stato deve rispettare questi diritti fondamentali: lo Stato non può dare inizio alla violenza e non può nemmeno applicare una tassazione obbligatoria, mentre può essere finanziato solo volontariamente dai suoi cittadini.

Lo Stato deve svolgere le sue funzioni legittime per difendere l'incolumità dei suoi cittadini, senza scendere a compromessi con chiunque la metta a rischio. Lo Stato, dunque, deve essere solo un'agenzia di protezione, non deve trattare con criminali privati o governi stranieri che minaccino i suoi cittadini. Uno Stato che neghi la protezione dei diritti fondamentali dei suoi cittadini, a sua volta non gode di alcun diritto: diviene legittimo invaderne il territorio o ribellarsi contro di esso.

Al di fuori delle tre funzioni legittime dello Stato (giustizia, polizia, difesa) tutte le altre attività sociali devono essere lasciate in mani private. In un sistema capitalista puro, in cui lo Stato si limita a svolgere il ruolo di guardiano notturno, non ci sono beni "pubblici": anche infrastrutture, istruzione, sanità, informazione, previdenza sociale e tutti quei beni e servizi che, nel corso del XX secolo, sono stati monopolizzati dallo Stato, possono e devono ritornare sul mercato. La competizione fra aziende concorrenti e la creatività individuale degli imprenditori, lasciate totalmente libere, assicurano una produzione e una distribuzione di beni e servizi migliori rispetto a quelle esercitate monopolisticamente dallo Stato. Ma il capitalismo è un sistema preferibile allo statalismo, non solo e non tanto perché funziona meglio, ma perché è l'unico sistema in cui la violenza è bandita, o per lo meno resa inutile. In una società in cui tutti i beni e i servizi sono ottenibili tramite scambi, nessun individuo ha necessità di ricorrere alla violenza per realizzare le proprie aspirazioni. In una società di individui liberi "che si rapportano gli uni agli altri come mercanti", la violenza si estingue, così come scompare la guerra fra popoli liberi che commerciano tra loro.

! Stefano Magni
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