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6 marzo 2008
 
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Cuore sacro

di Elena Siri - 28 aprile 2005

Rivisitazione del mito di San Francesco in chiave femminile e moderna, questo film di Ozpetek dimostra ancora una volta la capacità del regista di fare film buoni e insieme «buonisti». La qualità del prodotto è indiscutibile: una trama sostenibile, attori di livello, dialoghi non banali, fotografia e musiche particolarmente curate e suggestive. Ma il buonismo e i luoghi comuni abbondano nel significato del film, con la scontata e superficiale critica alla società capitalistica moderna e con una visione cinica e falsata della figura dell'imprenditore che si redime dal peccato mortale del capitalismo rinnegando l'impresa, il lavoro, il denaro e dandosi interamente ai poveri fino alla negazione di sé.

Indigeribile il messaggio suggerito ed i profili psicologici rappresentati: il manager d'azienda è il cattivo, il senzatetto è un puro, la Chiesa istituzionale è corrotta. L'unica verità e l'unica salvezza è ai margini, al di fuori dei circuiti, nella generosità individuale, personale, nel sacrificio di sé per gli altri.

Il film si concentra sulla figura di Irene Rivelli, l'imprenditrice cattiva che si redime dall'orrendo peccato del profitto e si auto-estromette dalla sua azienda, trasformandosi in una santa icona vivente che sfama gli affamati e disseta gli assetati delle favelas cittadine. Non è dato sapere cosa ne resta dell'azienda che, con una improvvisa ed ingiustificata dimissione al vertice, rischia il crollo economico con il probabile licenziamento dei lavoratori (evidentemente le famiglie che rimarranno senza reddito potranno lasciare le loro comode case per trasferirsi nelle baraccopoli dove la loro ex datrice di lavoro, ora santa, li consolerà). Evidentemente neanche il regista di sinistra riesce a nascondere la superiorità dell'uomo-imprenditore. Irene, che nei centri di accoglienza si prende cura dei poveri, è quella stessa persona con quelle qualità umane e personali capace di migliorare il mondo che la circonda e agire su di esso trasformandolo; esattamente la stessa cosa che faceva l'Irene imprenditrice: dare lavoro e quindi sussistenza agli altri, aprire opportunità alla sua città, costruire, vendere, distribuire ricchezze, tasse, stipendi, agire sulla realtà trasformandola.

Quella che Ozpetek ci mostra come una metamorfosi sostanziale nella figura di Irene Rivelli è solo una trasformazione apparente: le capacità che la manager aveva dimostrato di possedere per guidare l'azienda rimangono le stesse, così come uguali sono la sua determinazione e la sua capacità di sopportare stress e fatiche; ciò che cambia è il fine per cui vengono impiegate le energie: il fine dell'azienda era un fine ampio, capace di sviluppare reddito, mercato, di sostenere intere famiglie e di accrescere il PIL di una nazione, quindi innalzare il reddito pro-capite. Il nuovo fine a cui lei si sacrifica è un fine più circostanziale, più intimo, tanto gratificante quanto inutile a risolvere i problemi sociali: è l'assistenzialismo senza soluzione, è la solidarietà, è la pietà umana...sentimenti onorevoli su cui, ahimè, non si può reggere e costruire nulla.

Anche il finale è concentrato sulla rivolta del singolo contro le istituzioni: la psichiatra scagiona la Sig.ra Rivelli dal probabile internamento per malattia mentale dimostrando che l'individuo può e deve lottare contro il sistema. Come se il sistema non fosse la civiltà che noi stessi abbiamo voluto per proteggerci, per garantirci, per sostenerci e come se essa non dovesse necessariamente essere tarata su un concetto statistico di «normalità» (che è quello che garantisce il numero massimo possibile di persone) contro l'alterità, la devianza, la patologia.

E' ora di finirla con la demagogia della diversità come valore e della perversione come arricchimento. La società ha il dovere di difendersi contro chi minaccia l'equilibrio e l'armonia scelta ed attuata democraticamente secondo dei valori condivisi. Le leggi devono soddisfare la maggior parte dei cittadini, le istituzioni devono provvedere alla gestione dei problemi più diffusi e delle risorse più condivise...tutto questo va a beneficio del maggior numero di persone della nostra società...spiacente per le eccezioni.

! Elena Siri
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