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La febbredi Luciano Gandini - 29 aprile 2005 Un noto quotidiano nazionale scriveva nella pagina dedicata alle recensioni dei film presenti nelle sale cinematografiche queste osservazioni: «Commedia amara e graffiante sul passaggio (ritardato) dall'adolescenza alla maturità nella provincia italiana. Sogni, ambizioni, contraddizioni. D'Alatri [il regista, ndr] non padroneggia sempre una sceneggiatura troppo carica di cose da dire, sembra compiacere gli spettatori berlusconiani, ma eccelle nel mettere a fuoco la "febbre" del protagonista». Si parla dell'ultimo film con Fabio Volo, già Iena di Italia Uno, poi passato a condurre degli one-man show di non troppo successo. In qualità di autorevole esponente degli spettatori berlusconiani, non ho esitato un attimo e mi sono recato al cinema a vedere La febbre. Questo film è stato cucito addosso a Fabio Volo, nei panni di Mario Bettini, e sta proprio in questo "abito su misura" la chiave del discreto successo che sta avendo. Il protagonista è un geometra comunale pieno di idee e ricco di entusiasmo, che si trova a scontrarsi con la vita di provincia, nella bellissima cornice della città di Cremona. Una laurea in Architettura che fatica ad arrivare, un lavoretto in uno studio per sopravvivere, il sogno di un locale da aprire in una città che ha poco da offrire ai giovani. Questi ingredienti si scontrano contro il desiderio di molti: il posto fisso. Ed è proprio in una busta chiusa del Comune che arriva la svolta: quel concorso di alcuni anni fa ha avuto buon esito e Mario Bettini si ritrova catapultato nella burocrazia italiana. La affronta nel migliore dei modi: entusiasmo e tanta voglia di fare. Ma questo comportamento gli complica la vita e, soprattutto, i rapporti con l'Assessore a capo della struttura, il quale, per invidia dei suoi successi sul lavoro e con le donne - una in particolare, Linda, interpretata dalla bellissima Valeria Solarino - lo spedisce a fare il capo cantiere al cimitero comunale. Ma anche al cimitero, complice il Capo dello Stato in visita ufficiale, si saprà far valere. E proprio per i suoi meriti il cattivo Assessore decide di premiarlo con tutti i permessi necessari per aprire il suo locale, che sembravano impossibili da conquistare. Il sogno diventa realtà. Ma è il protagonista a fermare il mondo e a voler scendere: vende le quote del locale agli amici con i quali condivideva il sogno, si licenzia dal Comune, mettendo la parola fine al posto fisso, e si ritira in un casolare in piena campagna - suggestiva l'immagine finale sulla quale scorrono i titoli di coda che fa vedere quanto la campagna lombarda possa essere sterminata - con Linda, decine di cani e una vita improbabile da scultore di curiose opere di vetro, sullo stile della scenografia che aveva realizzato con indefinibile fatica per il "suo" locale. «Se devo farmi sfruttare da un sogno, - sembra scusarsi il protagonista - preferisco non averlo». La buona fede e l'onestà di una persona che si avvicina alla cosa pubblica soccombe, a causa della burocrazia, che diventa strumento per fare del bene o del male a chi decide l'Assessore, cioè il politico. La politica sporca e meschina, fatta di concessioni, permessi e qualche mazzetta, invece vince. Nessuno, però, che decida di sporcarsi le mani e provare a far cambiare direzione a quella politica. Meglio, molto meglio, secondo il film, lasciare scorrere tutto come sempre. Ebbene, lo spettatore berlusconiano, che secondo la recensione dovrebbe essere compiaciuto, invece si arrabbia e capisce che bisogna continuare a lottare contro i vecchi sistemi, la vecchia burocrazia e la vecchia politica.
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Ragionpolitica, periodico on line n.107 del 30/4/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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