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6 marzo 2008
 
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No global, so atomize

di Mariacristina Nasi - 5 maggio 2005

Nel corso della sua storia, l'uomo ha disseminato milioni di cadaveri, vittime colpevoli o innocenti, a seconda dei punti di vista, di pensare troppo o troppo poco, di essere asociali o eccessivamente coinvolti nella vita del Paese, di avere interessi dissimili dai più o dai più di lasciarsi influenzare, insomma, di peccare di umanità. Ecco dunque massacri, torture, persecuzioni, deportazioni, violenze, repressioni.

Al di là delle ideologie e dei convincimenti, i sistemi totalitari, o anche semplicemente i movimenti che non accettano obiezione, perseguono un obiettivo: l'atomizzazione dell'uomo. Percepiti soltanto come membri di qualcosa da perseguire, o eliminare, agli individui viene negata ogni possibilità di stabilire vincoli umani. "Massificando" l'individuo, vedendolo solo come pezzo di un sistema da smantellare; impedendogli di confrontarsi con altre individualità, l'uomo viene isolato in un'uguaglianza disumanizzante.

Che si tratti di reificare l'essere umano, come nel nazismo, o di dissolverlo in un'astrazione, come nel comunismo russo, la trama è la stessa: creando divisioni, evitando che si possa instaurare una qualsiasi forma di solidarietà o legame, gli individui esistono per contrapporsi, anziché per sostenersi. Frantumando ciò che unisce l'umanità, si legittimano le rivendicazioni e le pretese, poiché, in quest'ottica, ogni individuo è di ostacolo alla piena realizzazione del mio essere.

Instillare nella mente umana la convinzione di essere sempre e comunque sfruttati, da qualcosa o qualcuno, significa inoculare nell'uomo il germe dell'infelicità; perché, da allora e per sempre, qualunque sia la sua condizione, riterrà di poter reclamare, di dover pretendere, non da se stesso, ma dagli altri, di più. Il nemico, che spesso è semplicemente l'altro, non può valere, non ci può essere possibilità di riscatto per lui. Questo convincimento si traduce in metodo per mantenere le separazioni: nei campi di lavoro, gli internati venivano abitualmente trasferiti, per evitare che solidarizzassero, che potessero stabilire una seppur minima, ma vitale, forma di affiatamento (che si traduceva davvero in una boccata di aria in quei cantieri di atrocità), dopo che erano stati strappati alle loro famiglie e alle loro case, spesso senza ragione. L'obiettivo è distruggere il nemico, renderlo più debole e vulnerabile, perché privo di amici, di sostegni, di quella forza che nasce dal sentirsi inseriti in qualcosa di più grande, che sprona ad andare avanti, nonostante le asperità.

Non è certo un detto recente quello che recita: "divide et impera", perché è esattamente così che si distruggono gli slanci vitali, ma diversi, di ognuno. Il sospetto di sbagliare, di essere tacciato di chissà quale crimine, getta scompiglio, liquida l'iniziativa, annienta la buona volontà, timorosi che qualche stridula voce si levi a condannarci, a trovare ragioni spregevoli al nostro voler essere grandi. Non c'è nulla di più vile che distruggere la vita, anche quella delle idee. Il ridimensionamento dei propositi verrà da sé, ma stroncare sul nascere ogni iniziativa significa rassegnarsi ad un'esistenza che ha perso ogni gusto, oltre che deresponsabilizzare l'uomo di fronte ai suoi simili, per quello che di utile può dare, non solo ricevere. La ragione del "divide" è chiara; varrebbe, però, la pena di domandarsi: così facendo, chi è che alla fine, realmente, "impera"? Non certo gli apparenti vincitori del momento, detrattori senza capo né coda, che il tempo lungo della storia rivelerà per ciò che sono; il vero vincitore è il male, che non si assopisce mai, come invece spesso capita all'uomo, convinto che un suo gesto in un senso, anziché in un altro, non sia poi così decisivo; mentre, sempre la storia, insegna che basta poco per fare tanto.

I regimi dispotici e totalitari, che hanno alimentato l'odio per la diversità, nelle molteplici e polimorfiche figure che essa può assumere, si sono autodistrutti, perché il male non paga, nemmeno i cattivi. Difatti, questa dinamica racchiude in sé tre effetti deleteri:

  • rende sempre più incerta la distinzione amico/nemico, poiché, da un momento all'altro, l'amico di oggi può divenire il nemico di domani, specie laddove il sospetto e la diffamazione insistiti instillano nelle menti l'idea che esista un nemico temibile da sgominare ad ogni costo. Numerosi sono stati i casi di persone che, non solo, sono arrivate a confessare crimini mai commessi pur di sfuggire alle torture, o dopo esservi stati sottoposti, ma che hanno agito da spia, perfino verso loro compagni o familiari, illudendosi di sfuggire così all'arresto o alla deportazione, o semplicemente per non essere sospettati di tradire la causa;
  • favorisce un indebolimento generale del corpo, poiché tutte le parti possono sempre entrare in lotta tra loro, intimorite ciascuna dal contributo che l'altro può dare;
  • genera un appiattimento, un livellamento delle menti, delle idee, delle azioni, ridotte ai minimi termini, alle sole direttive e disposizioni; altri spunti devono essere taciuti; viene così vietato al singolo di offrire un contributo originale ad una causa che sente sua.

Non sono solo gli uccisi di quei sistemi anti-uomo le vittime dei genocidi di ieri e di oggi, ma l'umanità, che travisa le divisioni per rimanere debole, anziché fare delle differenze la ragione per unirsi. Il rischio insito nella frammentazione fine a se stessa alberga ovunque, come rivela la sua ampia diffusione ed applicazione in diversi luoghi e tra differenti ideologie. Il verbo "atomizzare" significa "scomporre minutamente, analizzare in modo scrupoloso"; "nebulizzare, ovvero ridurre, diffondere per mezzo di minutissime gocce"; "annientare per mezzo di un ordigno atomico o contaminare con le radiazioni che se ne sprigionano". La realtà, per essere meglio compresa, deve essere scomposta; poi, però, non può rimanere ridotta, sminuita, bensì ricomporsi, per evitare che resti un ammasso di gocce singole, che si contaminano o si distruggono a vicenda, ciascuna gelosa della propria diversità, come è accaduto nei secoli, quando gruppi diversi per diverse ragioni si sono affrontati; ma in cui ogni goccia si diffonde per beneficare un insieme più esteso, cui sente di appartenere. In quest'ottica, il gruppo non è un circolo chiuso, bensì uno strumento attraverso cui agire meglio nel mondo esterno.

E' facile trovare elementi distintivi, in contrapposizione ad altri. L'aggregazionismo dovrebbe servire per facilitare le relazioni tra individui, agevolando la socializzazione, cioè il contributo di ognuno alla causa comune; spesso, invece, è divenuto un mezzo attraverso cui chiudersi al resto del mondo, percepito come diverso, non puro, non giusto, quindi avverso e da avversare. Ogni gruppo, con la sua particolare e bene accetta specificità, quale si rende necessaria in una realtà variegata e complessa, deve riferirsi alla globalità e sapere di lavorare per essa, contribuendo così alla sua crescita e al suo miglioramento.

Atomizzare non porta a nulla, se non è parte di un processo più vasto, che sa inserire i vari elementi di un sistema, come le diverse persone di una società, in un organismo globale, unito da qualcosa che travalica le diversità, non perché le nega, ma perché le inserisce in un piano più grande, in cui il loro valore si accresce. Globale, completo, non parcellizzato, forzatamente, in comparti impermeabili, da cui inevitabilmente tracimano le tensioni e si generano divisioni. Yes global, no atomize.

! Mariacristina Nasi
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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