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Le Crociate - Kingdom of Heaven

di Giovanni Vagnone - 21 maggio 2005

C'erano premesse buone e premesse cattive per quello che doveva essere il nuovo capolavoro di Ridley Scott, grandissimo regista già conosciuto per Alien, Blade Runner, Il Gladiatore e Black Hawk Down. Le premesse buone erano i lavori precedenti, la firma di uno dei grandi di Hollywood, la tematica epica e cavalleresca da film che muove il cuore e coinvolge visivamente a trecentosessanta gradi; quelle cattive tutto ciò che si leggeva già sulle recensioni statunitensi ed il timore che l'attualità influenzasse troppo l'obiettività della narrazione. Ovvero la banale, petulante, ennesima condanna del Cristianesimo, soppresso a favore di un Islam che si vuole rivalutare a tutti i costi, come grande baluardo intellettuale del Medioevo.

Il film è veramente e sensibilmente diviso tra aspetti di grandezza e cadute di stile che rendono inevitabile l'amarezza per il capolavoro mancato: si passa sopra l'inesattezza storica senza storcere troppo il naso, come s'era già fatto per il Gladiatore, ma in fondo siamo nel mondo della fantasia e può starci. Si notano tematiche molto varie, alcune davvero coinvolgenti e toccanti: l'idea di un umile figlio bastardo di un nobile crociato, che da maniscalco in Francia può, in Terra Santa, diventare quello che vale, senza più i legami del passato. La scelta è quella di lasciarlo privo di ogni radice, con un figlio morto di malattia e la moglie suicida, per questo condannata all'inferno da una religione i cui esponenti sembrano quasi tutti corrotti (unico esempio molto positivo è l'ospedaliero David Thewlis). La religione, in effetti, viene affrontata come qualcosa di totalmente personale, una solitudine che porta all'identificazione di un ideale morale piuttosto che un credo e come tale ha tante sfaccettature quante sono le debolezze umane di un'epoca difficile.

Scott arriva ad un certo punto ad avvicinarsi ad un'ottima chiave di lettura, che poi però a fatti rinnega nettamente: la sorella del re di Gerusalemme, rivolgendosi al giovane Baliano, che poi sarà anche suo amante, afferma che la religione di Gesù Cristo è quella in cui c'è libertà di scelta, mentre l'Islam è imposizione di leggi dettate dal Profeta. Ma per chi crede che la condanna sia per il fanatismo religioso, qualsiasi natura esso abbia, per la smania che colpisce i popoli, e che legittima ai loro occhi atti che in realtà tradiscono le loro stesse religioni, arriva l'ulteriore delusione di un messaggio trito e ritrito: si fa cenno esplicitamente alla povertà in Europa ed al fatto che gli interessi economici dei signorotti feudali li spingessero alla ricerca di un Nuovo Mondo, da conquistare. I Templari sono l'esempio estremo di questa avidità, tanto di ori quanto di gloria, e sono tra i maggiori artefici, assieme al successore del Re Lebbroso di Gerusalemme, Reginaldo (Brendan Gleeson), della disfatta dell'esercito crociato e della caduta della città. Di contro il Saladino appare come un sovrano illuminato, magnanimo e capace sia tatticamente, sul campo, quanto politicamente contro le ben deboli pulsioni estremiste del fronte musulmano.

La regia è salda ed imponente, cupa e fredda nella parte europea, sempre lucida nella grande forza visiva degli scenari marocchini usati per le location, ed è sostenuta da una recitazione che gode di un cast di tutto rispetto: un Liam Neeson intenso e sentito, seguito da un Jeremy Irons sofferto e consapevole. Nei dialoghi, tuttavia, così come nello sviluppo della trama, ci sono cadute che rendono un po' più indiretta l'immedesimazione del pubblico: svolte repentine degli eventi lasciano un po' interdetti, l'arrivo dell'esercito musulmano è qualcosa che neppure oggi, coi cingolati ed il supporto aereo, potrebbe essere più veloce, e lo spazio sembra del tutto lasciato da parte dalle esigenze sceniche. Anche Orlando Bloom, il protagonista, si arrangia come può: sembra di vedere un attore che riesce a malapena a comportarsi nel modo giusto, seppur con un bagaglio di esperienza troppo scarno. Tutt'altra impressione rispetto al Russel Crow che impersonava l'Ispanico nelle arene dell'Impero Romano in decadenza.

Si vedono bellissime scene di battaglia, che nel massacro danno il giusto spazio alla grandiosità estetica del duello di massa e alla tragicità della morte, con gli avvoltoi che fanno scempio di cadaveri le cui teste vengono mozzate quasi sempre; si vedono poi macchine d'assedio che ricordano Il Signore degli Anelli, forse per gli effetti speciali con cui vengono realizzate, e che si contrappongono alle solide mura di Gerusalemme.

La mancanza è quella di momenti davvero epici, e di uno spirito del tempo più curato: se l'attenzione presentata ai costumi fosse stata anche solo parzialmente prestata anche al modo di pensare medievale, il risultato sarebbe stato senz'altro diverso.

In fin dei conti, anche se senza entusiasmo, il giudizio può essere positivo. Un bello spettacolo, non un mattone storico né un'"americanata" fine a se stessa. Malinconia comunque per la mania di rinnegare la propria posizione, di ribadire quelle credenze ormai diffuse e totalmente ingiustificate di un Islam che doveva essere nel Medioevo molto più avanzato e colto dell'Europa (quando in realtà serbava solamente qualche ricordo in più della grande eredità imperiale romana) e della chiusa finale, polemica nei confronti del governo americano, con cui in pratica si finisce con la sentenza: «Noi abbiamo fatto le crociate, abbiamo loro insegnato la guerra di religione, adesso smettiamola». Le parole di Scott sono un po' meno assertive, si legge solo nella schermata finale che nel Kingdom of Heaven ancora dopo mille anni la pace non s'è raggiunta, ma la critica permane. Forse, con gli strumenti necessariamente ridotti di un film, e con quanti buoni messaggi con esso si possano trasmettere, sarebbe meglio non cercare di dare giudizi su secoli e secoli di storia, su questioni e guerre controverse di cui sarebbe meglio discutere, invece che accettare posizioni e mea culpa troppo buonisti e sconnessi dal contesto.

! Giovanni Vagnone
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