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La biopolitica e la bioetica

di Raffaele Iannuzzi - 14 maggio 2005

Un punto deve subito essere chiarito. Quale modernità vogliamo? Perché, se da un lato è vero che la modernità rappresenta per noi un destino, dall'altro è altrettanto vero che sta a noi decidere quale figura di modernità desideriamo affermare. Il destino non è qualcosa che stringe e costringe, è piuttosto una necessità che avanza provocando la coscienza e la libertà. Dunque, a noi la scelta: vogliamo essere moderni e nichilisti? oppure moderni e autenticamente liberi, quindi responsabili di fronte alla vita? Io scelgo la seconda possibilità e mi limito, in questo contesto, a declinare alcuni argomenti a favore di una biopolitica responsabile e sostenuta da una bioetica all'altezza di una visione di uomo come creatura.

Già Foucault parlava di "biopolitica", concependola però come una sorta di morbo della modernità, come un panopticon invadente e totalitario. Un controllo totale sui corpi, sulle vite individuali, sulla società. Una società del controllo, per dirla con Deleuze. Era, questo, per Foucault, un esito ineluttabile della modernità, da Hobbes fino ai giorni nostri. Oggi anche in Italia, Agamben ed Esposito, due filosofi della politica, discutono di queste tematiche in un'ottica prossima a questa. Non è questa la biopolitica per così dire "sana", giusta, adeguata alla difesa della vita.

La legge 40 sulla fecondazione assistita ha fornito un contributo importante alla costruzione di una seria biopolitica, all'altezza delle problematiche biotecnologiche oggi imperanti nelle società occidentali. Perché la legge 40, affermando che l'embrione è persona - dato riconosciuto da larga parte della comunità scientifica - ha ricondotto, oltre il diritto romano e insieme sulla base di quella tradizione giuridica, la vita dentro l'alveo della soggettività giuridica, cioè dentro lo spazio dei diritti soggettivi. Questo punto è decisivo e non deve essere trascurato, né demonizzato, perché altrimenti non si coglie l'azione squisitamente politica, e non morale, condotta dalla legge 40. E' biopolitica pura, non moralismo spacciato per diritto universale. Siamo nell'alveo della biopolitica per così dire positiva, non la biopolitica alla Foucault o alla Deleuze, cioè una forma di pervasivo controllo totalitario sui corpi e sulle coscienze.

Qui la politica è legata alla vita. Fa della vita, nel suo momento sorgivo e dunque originario, il momento costitutivo e pratico. E' una novità di non poco conto. Dal diritto così concepito nasce una nuova e positiva bio-politica. E nasce, aggiungo, anche sul fondamento della bioetica, che descrive il raggio di azione dell'etica individuale nei confronti della vita. Questo momento costitutivo, bio-politico, è del tutto laico e del tutto liberale, in quanto laico non significa né irreligioso (si leggano su questo tema Rosmini, Tocqueville e Del Noce), né relativista; e liberale non significa in alcun modo libertario e men che meno libertino. Si può peraltro essere anche liberisti senza essere libertari in campo etico.

La visione filosofica soggiacente alla legge 40 è profondamente anti-costruttivista, come è stato ricordato anche da alcuni esponenti di Forza Italia, proveniente quindi da gente come Rosmini e Hayek. Non si capisce, dunque, quale schema di liberalismo abbiano in testa coloro che attaccano questa legge in quanto (a loro modo di vedere) "talebana" ed illiberale. E non si capisce neanche quale schema di libertà e di liberalismo abbiano a cuore coloro che criticano aspramente chiunque abbia un'idea di politica legata ad una concezione generale della vita, della persona e della società. Questo tratto unificante è sempre stato presente in Rosmini, Tocqueville, Hayek ed è presente anche nel pensiero libertario americano, vedi Rothbard. Di cosa parlano, dunque, questi pseudoliberali più vicini a Jurassic Park che al mondo di internet e della nuova biopolitica? Oggi il riformismo liberale deve abbandonare qualsiasi forma di ideologia, altrimenti rischia di fare la fine di quel tale, ben noto, che anziché guardare la luna, si mise a rimirare il dito che indicava la luna. Conclusione: oltre il dito, nulla, perché i segnali servono quando si vede la strada, e non a prescindere da essa. Se questo pseudoliberalismo è il "nuovo", non c'è che una conseguenza da trarre: è il "nuovo" che arretra.

! Raffaele Iannuzzi
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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