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6 marzo 2008
 
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Piazzale Loreto: la concordia impossibile

di Stefano Doroni - 21 maggio 2005

L'idea può sembrare stramba, ma è di quelle interessanti. L'assessore alla Cultura del Comune di Milano, Stefano Zecchi, propone di cambiare il nome di Piazzale Loreto in Piazzale della Concordia. Sarebbe un buon segnale di una volontà di superare la storia senza dimenticarla, di costruire un futuro condiviso sulla base di un passato comunemente riconosciuto. Le ragioni per dubitare, purtroppo, ci sono: e sono tutte legate al valore della memoria antifascista, elemento su cui la sinistra, impregnata di un comunismo che si ostina a non voler sottoporre al processo che la storia gli riserva, insiste da 60 anni per avocare a sé le ragioni della democrazia.

L'esposizione da macelleria che il 29 aprile 1945 ebbe luogo in Piazzale Loreto segna uno spartiacque nella storia italiana, e purtroppo nel segno dell'inconciliabilità delle fazioni protagoniste della lotta di quegli anni decisivi a tutto vantaggio della resistenza di marca comunista. Lì furono appesi per i piedi i cadaveri di Mussolini, con alcuni gerarchi fascisti e Claretta Petacci, massacrata insieme all'uomo che amava. Coloro che si autoproclamavano migliori di quelli che combattevano non si dimostrarono poi così diversi: preferirono una giustizia sommaria, una strage, al posto di una cattura con un conseguente regolare processo a carico del Duce e dei suoi sodali. Piazzale Loreto divenne così lo sconcio altare dell'ostensione dei macellati, luogo del rito macabro con cui si illudevano gli italiani della fine delle violenze e dei soprusi.

Verso Piazzale Loreto, in quella folle giornata, si muoveva un fiume di gente, come testimonia un giovane Oreste Del Buono, preso nel vortice di quella folla: essa si muove quasi per impulso; le notizie che giungono sono urlate, incerte, e si va giusto perché si deve andare, ad una «resa dei conti» con ciò che era stato il Duce. In quella fiumana vagolante c'erano gli sbandati, gli increduli e coloro che schiumavano rabbia; c'erano quelli - e furono la maggioranza in Italia - che si misero i panni del partigiano all'ultimo momento, quando capirono che conveniva mettere la casacca rossa per raccattare una briciola di democrazia. La storia dell'Italia libera, invece che cominciare nel ricordo commosso e grato per gli Alleati e per quanti di loro lasciarono la pelle per il nostro futuro migliore (ricordo peraltro omertosamente ignorato nella sostanza degli atti celebrativi di ogni 25 aprile, ormai trasformato in festa di partito con la complicità politica ed economicamente interessata dell'ANPI), inizia con l'oltraggio a dei cadaveri, con una scena infernale. E continua con la terribile stagione dei delitti compiuti dai vincitori, stagione di vendette e crudeltà difficili da credere, se non altro perché taciute per decenni dalla cultura dominante di marca «progressista»; un periodo di cieca violenza che uno scrittore di sinistra, Giampalo Pansa, ha di recente raccontato in un libro intitolato - a giusta ragione - Il sangue dei vinti. Non a caso la sinistra italiana, figlia e orfana del comunismo, ha prontamente ghettizzato il coraggioso giornalista: operazione che si riflette coerentemente nella scarsa pubblicità che è stata fatta al volume, caso di tipica disinformazione ideologica che ci dimostra come la cultura e la comunicazione in Italia siano ancora in gran parte in ostaggio delle forze di eredità comunista.

Lo scempio inaccettabile di Piazzale Loreto è un totem della memoria nazionale manipolata dai paladini dell'antifascismo militante: i cosiddetti democratici non amano cambiamenti, ovviamente, nelle strutture della propria memoria. Ora, quando una memoria non lascia spazio alla storia e quindi ad una concreta opportunità di conoscenza, ma si cristallizza per rappresentare una pretesa verità dogmatica, dove va a finire la cultura rivoluzionaria che informa di sé i nostri comunisti e i nostri compagni riciclati? Si dissolve, lasciando emergere chiaramente la sostanza ferocemente conservatrice dei cosiddetti «democratici». È questa opposizione alla storia e alle sue ragioni che rende impossibile, come dimostrano le prime reazioni di vari storici, un percorso di conciliazione. Gli odiatori di ieri, quelli che vollero l'Italia antifascista per asservirla al mostro sovietico (operazione per fortuna non riuscita), hanno tramandato il loro odio ai figli e ai nipoti: tanto che, ancora oggi, la sinistra non sa definirsi in senso positivo, ma solo in opposizione ad un principio maligno di fronte al quale apparire come estremo baluardo del bene, della libertà e della democrazia (può essere la dittatura mussoliniana, oggi è diventato Berlusconi, sempre più spesso immaginato e descritto come capo di un nuovo fascismo). L'antifascismo resistenziale, che si vuole imporre a fondamento dell'Italia democratica e della Costituzione legando entrambe ad un destino imperfetto di partigianeria ideologica, non può fare a meno di luoghi tipici come Piazzale Loreto, dove si è dato il primo esempio di mascheramento di un omicidio sotto l'apparenza di un'operazione di giustizia. I compagni democratici non accettano revisioni alla loro memoria strategica perché con la mente essi sono ancora là, davanti a quei poveri resti umani, a calpestarli e coprirli di sputi: anche i giovani, molti studenti di sinistra, hanno fermato il tempo laggiù, in una posizione ideale dalla quale è stato possibile inquinare la storia.

I cadaveri oltraggiati di Piazzale Loreto non sono un fiore all'occhiello della memoria resistenziale, ma nondimeno possono essere additati come segno di una inevitabile vittoria. La Concordia che nella proposta di Stefano Zecchi dovrebbe dare il nome al piazzale non serve alla sinistra e a tutto il memorialismo resistenziale, che è la vulgata della verità che ancora si insegna nelle scuole; perché la concordia e la conoscenza fanno giustizia di tutti i crimini, anche di quelli commessi dai vincitori, cioè da quelli che allora gridavano, anche da partigiani, «viva Stalin, viva l'Unione Sovietica». La guerra civile di quegli anni prosegue nella scorretta lotta politica dei nostri giorni; ben venga un simile cambio di toponomastica, ma questo non farà mutare atteggiamento a coloro che non hanno avversari in politica, ma solo nemici: non da sconfiggere, ma da annientare.

! Stefano Doroni
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