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Modernità e gnosi

di Marco Massignan - 21 maggio 2005

Con il termine «modernità» s'intende quella categoria culturale e filosofica avente la pretesa di rendere l'uomo autosufficiente, legislatore di se stesso, indipendente ed allergico ad ogni giudice esterno alla sua coscienza. Come cattolico, non posso non vedere nella modernità una concezione dissolutoria, un'ideologia che, volendo fare a meno di Dio, finisce con l'annullare la persona umana. Non è un caso che l'ultima espressione del moderno sia il totalitarismo, dove questa volontà di sostituirsi a Dio diventa dominio dell'uomo sull'uomo e volontà di sopraffazione. Ha scritto Romano Guardini: «L'uomo esce dall'ordine di Dio e pretende un dominio illimitato, ma nello stesso tempo distrugge la propria finitezza, la propria dignità e la propria responsabilità». Una volta cancellato ogni riferimento all'Assoluto «la vita diventerà inquieta, insicura e l'uomo si getterà (...) nelle braccia della potenza totalitaria dello Stato». Là dove scompare la dimensione religiosa in modo esplicito, quella dimensione riaffiora attraverso dei surrogati, in apparenza lontani da essa, ma che in effetti la esprimono. Non è soltanto un'affascinante analisi, ma qualcosa di empiricamente vero. Possiamo trarne una sorta di regola aurea: ogni spirito finito crede o a Dio o a un idolo.

I pilastri della modernità

«Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus». Così Adso da Melk, protagonista del romanzo di Umberto Eco Il nome della rosa. L'esametro latino finale - si tratta di un verso di Bernardo Morliacense, un benedettino del XII secolo che nel suo De contemptu mundi varia sul tema dell'ubi sunt - che ha dato origine al titolo del libro, può essere considerato, a buon diritto, il motto del mondo moderno. Il libro è, in tutto e per tutto, un'apologia della modernità laicista e statolatrica. A più riprese Guglielmo di Baskerville offre al lettore lezioni di occamismo puro (di contro all'inquisitore e tomista Bernardo Gui, che ragiona per universali). Apologia della modernità, come detto, che si dipana su diversi livelli.

Sul piano strettamente filosofico il nominalismo occamista, rifiutando il tomismo della tradizione medievale e scolastica, giunge ad esiti relativisti. Se si conosce solo il singolare, in ultima analisi, la verità non esiste. Vi è l'elogio del «pensiero debole» nelle espressioni di Guglielmo quali «l'unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità», o «il diavolo è (...) la verità che non viene mai presa dal dubbio».

Il nominalismo, poi, si riverbera sul piano del diritto, nell'esaltazione del positivismo giuridico, contro l'ordine ontologico fonte del diritto naturale, non ammettendo moralità e valori quali criteri superiori in base ai quali giudicare il «principe» di turno: è il trionfo dello statalismo moderno, quel temprare «lo scettro a' regnatori» di cui gli intellettuali di corte, in maniera truffaldina, sono quantomeno responsabili da diversi secoli.

Ed infine, il rifiuto di Dio (o di una concezione personalistica della divinità), come chiosa, nelle ultime pagine, Adso: «Gott ist ein lautes Nichts» (Dio è un grande nulla). Questi, dunque, i quattro pilastri della modernità: nominalismo, relativismo, positivismo ed ateismo.

Ma il vero arcano della modernità è quell'ostilità implacabile verso la condizione umana così com'è (fallibile ed imperfetta); il tentativo di passare il concreto limite dell'essere, per giungere nel luogo edenico, dove non vi è più irriducibilità tra Assoluto e finito, tra luogo divino e umano. Mi sto riferendo alla gnosi.

Rovesciando la concezione greco-classica di un'originaria bontà del cosmo, in quanto ordinato, conoscibile ed armonico, lo gnosticismo pone un'inimicizia implacabile tra mondo e uomo, lasciando quest'ultimo in una condizione di angosciosa solitudine: il ripudio, l'evasione dalla realtà, l'abolizione del valore del presente saranno, in qualche modo, la «cifra» di siffatta posizione. Ha scritto Antonio Rosmini: «Il perfettismo, cioè quel sistema che crede possibile il perfetto nelle cose umane e che sacrifica i beni presenti all'immaginata futura perfezione, è un difetto dell'ignoranza. Egli consiste in baldanzoso pregiudizio, per il quale si giudica dell'umana natura troppo favorevolmente, e si giudica sopra una pura ipotesi, sopra un postulato che non si può concedere, e con mancanza assoluta di riflessione sopra i limiti delle cose». C'è di che riflettere, date le pervicaci metamorfosi della gnosi - sia teoretica che pratica - soprattutto in tempi come i nostri dove la Verità (quella con la maiuscola) pare in ritirata.

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