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Diritto allo studio: assistenzialismo o responsabilità?di Giulio Pasi - 27 maggio 2005 Per troppi anni abbiamo permesso che, nel nostro Paese, rimanesse latente tra il pensare comune un'ideologia che affonda le proprie radici nell'esasperato ed esasperante razionalismo, figlio dei rivoluzionari di Francia di fine '700, e che oggi è diventato cultura e mentalità dominante. Verso la fine degli anni '60 ci si è preoccupati che questo modo di concepire la realtà tutta, quindi l'uomo, non morisse, e così si è infusa nuova vita ad un pensiero che altrimenti sarebbe morto. Il pensiero, la cultura, la mentalità a cui si fa riferimento è quella dello Stato assistenzialista, quella della deresponsabilizzazione dell'uomo: le garanzie, in ogni caso, piovono dal cielo del potere costituito! Qualcuno dirà che stiamo esagerando, che nessuno assume valida l'equazione «diritto uguale gratis». Forse è vero, o meglio, forse si è diventati furbi, non lo si dice più esplicitamente, fatto sta che se si guarda in università, tra gli studenti, il panorama è quello di tanta gente che si improvvisa in una danza della pioggia, affinché scendano ancora una volta garanzie su garanzie. Oggi si dà per scontato che sia lo Stato a provvedere ai bisogni, alle esigenze della società. Stato tappa buchi. Sì, Stato tappa buchi della società sazia e disperata. Il sistema del diritto allo studio, oggi, rischia di implodere proprio per questo. Non si può più continuare a mungere la vacca se la si vuole mantenere in vita. Occorre cambiare. Occorre un cambiamento di mentalità. Le borse di studio, assegnate in base a requisiti minimi vecchi di cinque anni e senza tener conto delle differenze territoriali, hanno incrementato quella mentalità di cui sopra. Il sistema, infatti, non ha alcuna stima dell'uomo nella sua unicità. Se si ritiene che l'individuo non abbia valore, allora, non gli verrà mai chiesto di render conto dei soldi che gli sono stati elargiti, non si penserà mai sia in grado di restituirli, si penserà tuttalpiù: «tie', prendi 'sti mille euro, poverino!». Peccato che nella vita uno dà il meglio di sé quando percepisce di essere stimato, quindi valorizzato. Se si chiede ad un giovane di assumersi la responsabilità della propria formazione, la premessa è che lo si stimi nella sua persona. Questi sentirà su di sé il peso, il dolce peso, della stima ricevuta. Insomma, occorre che il diritto allo studio, diritto cioè ad uno studio di qualità, sia strumento per la responsabilizzazione dell'individuo, non uno sterile sostegno economico, comunque insufficiente e deresponsabilizzante. Diritto allo studio, quindi, capace di inserirsi nel ruolo e nel compito educativo delle università. Per assolvere tale funzione, non è possibile incentrare il sistema su altro che non sia il principio di sussidiarietà. Solo così sarà possibile partire dal reale bisogno, dalle reali necessità degli studenti sempre più numerosi e sempre più svalutati. Giulio Pasi |
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Ragionpolitica, periodico on line n.111 del 27/5/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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