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numero 280
6 marzo 2008
 
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Un'eredità difficile: Vanvitelli e la sua scuola

Alla riscoperta del classicismo. Francesco Collecini da allievo ad interprete dei cambiamenti

di Elviro Di Meo - 27 maggio 2005

Nel 1753, alla morte di Luigi Vanvitelli, architetto di corte, le sue opere ultime e rimaste incomplete furono portate a termine dai suoi allievi. A questi il compito di interpretare il gusto ed il linguaggio stilistico del grande maestro. Compito arduo, perché Vanvitelli aveva trovato il modo di rielaborare temi desunti da sintassi architettoniche diverse, fusi in un unico modello, che lo porterà a rileggere elementi ed espressioni classiche e temi classicistici, tutti protesi in una dinamica barocca. Il che creerà nei suoi successori tentennamenti e molte perplessità, che si trasformeranno negli allievi meno colti in una faticosa e copiosa architettura per nulla in linea con il mutare dei tempi e rimanendo ancorati in un accademismo soffocante, traducendo l'arte vanvitelliana in una "maniera".

Ma non mancano le eccezioni, mentre si accende il dibattito critico su posizioni antibarocche o neoclassiche. Ed è in questo quadro storico che, presso la corte borbonica, opera prima come aiutante del Vanvitelli, poi autonomamente Francesco Collecini; il quale rielabora con un proprio linguaggio gli elementi più innovativi del suo maestro, più carichi di tensione neoclassica, riuscendo ad individuare una propria autonomia progettuale. Sarà impegnato nella realizzazione della Castelluccia (anche se si è incerti sull'attribuzione; pare che Vanvitelli avesse lasciato qualche schizzo) intesa come luogo di delizie e di galanterie, lontano dall'etichetta di corte, immersa nel silenzio del parco reale.

Collecini sceglie come soluzione finale la pianta ottagonale, il cui intradosso è circolare, sottolineato da elementi che esaltano il dinamismo della struttura, come il bugnato liscio. Ed è proprio tra l'innesto di interno ed esterno che l'architetto apporta il suo contributo al dibattito architettonico. Ritorna ad essere la luce a plasmare i corpi, a dargli consistenza ed a creare il giusto contrasto chiaroscurale tra i pieni ed i vuoti. Non è la luce artefatta che Bernini, durante il grande barocco romano, enfatizza nell'estasi di Santa Teresa, ma è quella stessa luce - ed ecco la riscoperta del classico - che Brunelleschi fa vibrare nella basilica di San Lorenzo a Firenze, modellando i volumi e le masse architettoniche. Così la tenuta di Carditello, complesso iniziato da Vanvitelli, ma completamente rielaborato da Collecini. L'opera, non avendo subito modifiche sostanziali, testimonia l'intenzione dell'artista di un pieno superamento dell'organizzazione spaziale e volumetrica barocca ancora presente in molte opere settecentesche.

Immediato il parallelo con la palazzina di Stupinigi (Torino), eseguita da Filippo Juvarra, dove torna il motivo della rotonda e da essa fuoriescono quattro bracci. Ma questo è solo il nucleo di un complesso più vasto, esso è preceduto da un cortile d'onore mistilineo. L'esterno è alleggerito da lesene e dalla scansione di finestre di un complesso di delicato gusto rococò. Ma il paragone non va oltre. A Carditello cambiano forme, stili e uso dello stesso complesso. Partiamo da quest'ultimo elemento. Se Stupinigi è una residenza di caccia immersa nel verde, la sede di Carditello, commissionato da Re Ferdinando IV, è una villa suburbana; non è più "una reale delizia", ma qualcosa "tra la villa e l'azienda agricola". Un qualcosa che poteva essere commissionato da qualsiasi altro ricco signore. Altra differenza, le forme e gli stili. Carditello è un'opera tutta neoclassica, anche l'uso di alcuni motivi vanvitelliani acquista un diverso significato come, ad esempio, il balcone inserito nell'arco centrale che, mentre nella reggia vuole sottolineare la centralità della composizione guidando lo sguardo del fruitore, qui è meno profondo e dimensionato all'insieme.

Non è più la macchina barocca che irradia lo spazio e lo modella, che ruota intorno all'idea coagulo come l'ottagono centrale della reggia. La composizione è chiara, limpida. L'autore ha tolto il superfluo lasciando i volumi essenziali piuttosto che chiuderli in una forma chiusa. Così, mentre nella reggia la lunga prospettiva della galleria si conclude all'infinito sulla cascata del parco, a Carditello le prospettive che si aprono lungo i tre assi viari si chiudono sugli elementi del cortile: il tempietto e gli obelischi. Ed è proprio il tempietto dorico a segnare il recupero del linguaggio classico, una soluzione che diventerà un punto di forza in varie opere del settecento. Eppure l'equilibrio dell'insieme è interrotto dalla loggia belvedere con l'uso degli abbaini molto marcati, lo stemma reale e festoni decorativi, che stonano con la sobrietà del complesso, tanto da pensare ad un momento di indecisione da parete dell'architetto nella fase conclusiva. Ma non è così. La soluzione scelta non appartiene al linguaggio dell'artista, ma era il compromesso chiesto dal re a cui era difficile, anzi impossibile sottrarsi.

Se a Carditello l'architettura è vista come strumento di equilibrio sociale più nelle intenzioni dell'architetto che non nelle volontà del committente, S. Leucio segna il tentativo di tradurre in pratica un programma sociale secondo idee filantropiche. Le stesse idee che sul finire del settecento portarono ad un riformismo illuminato che venne subito recepito dai monarchi più attenti ai cambiamenti che l'Europa stava attraversando. Dallo Stato Pontificio a Caterina di Russia, non senza passare per il regno di Napoli. Una riforma non solo sociale, ma anche di carattere politico che aveva, di riflesso, i suoi segnali con le trasformazioni urbanistiche ed architettoniche. Un cambiamento di intenti di cui Collecini fu interprete. Nel 1788, abbandonato il casino di caccia del Belvedere di Caserta, Ferdinando IV commissiona all'architetto di riutilizzare la precedente dimora degli Acquaviva. Nell'anno successivo il Re emanò lo statuto con il quale S. Leucio viene dichiarato "reale colonia". Lo scopo è quello di creare un'isola felice, dove molto è affidato all'iniziativa privata, basata su di un'economia che ha come fulcro dominante il lavoro della filanda. S. Leucio cambia volto. Da luogo di delizie e di evasione nel tempo libero diventa un punto fermo nella trasformazione e sperimentazione urbanistica, sociale e tecnologica, alla pari di quanto Claude Ledoux farà in Francia per la salina di Chaux.

Ferdinandopoli, come tutte le utopie urbane del settecento, non sarà mai completata, ne resta solo un timido accenno. Rimangono però i progetti, i disegni di un lavoro di grande intuizione di un'architettura che non riflette l'assolutismo borbonico, ma che sia accessibile ai nuovi strati della popolazione. Il modello centrale è quello della città ideale, teorizzata da Leon Battista Alberti, Francesco di Giorgio Martini ed altri trattatisti del quattrocento, ma il modello potrebbe trarre origine dalla città del sole di Campanella. La distribuzione degli edifici, invece, porta a pensare alla città tedesca di Karlsruhe.

Sebbene il complesso di Carditello e S. Leucio siano realizzati negli stessi anni, presentano caratteristiche architettoniche assai differenti, proprio per i concetti ideologici che sono alla base. Carditello è una tenuta in cui il re si preoccupa dei lavori dei campi e degli allevamenti, dove necessita un'architettura funzionale, senza dispendio di mezzi, espressa in una composizione sobria, rispondendo alla tematica del credo "neoclassico". S. Leucio è una città che ha, in ogni caso, la sua corte, le sue leggi, ed ecco spiegato il motivo ad un ritorno ad un uso celebrativo dell'architettura, anche se si darà spazio a qualche compromesso. L'antico maniero degli Acquaviva non è sufficiente a contenere la famiglia reale, il maestro, il parroco, la chiesa, e l'architetto è chiamato ad eseguire un primo ampliamento verso la montagna, con un cortile che si addossa al primitivo edificio.

L'architettura appena disegnata con elementi leggeri come lesene e paraste è l'unica traccia che resta dell'opera di Collecini, il quale riesce a recuperare alcuni temi già sperimentati a Carditello. Tutto il complesso subirà molte trasformazioni assumendo un aspetto neobarocco meglio aderente alla restaurata politica borbonica. Non a caso durante il decennio francese ci si impegnerà nella costruzione della fabbrica, mentre i Borbone si preoccuperanno di adattare il vecchio palazzo alle esigenze di un "potere ritrovato".

Elviro Di Meo

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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