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L'epopea di un'opera d'avanguardia dell'architettura del Novecentodi Riccardo Forte - 27 maggio 2005
Un monumento del moderno«Nell'anno XIII Genova si arricchisce con le nuove piscine di Albaro di un nuovo e importante stabilimento aderente al nuovo stile di vita delle giovani generazioni (...) un complesso natatorio che non troverà facilmente riscontro altrove». Il 28 ottobre 1935 Il Secolo XIX, autorevole quotidiano locale, dedica un lungo articolo al nuovo stadio genovese del nuoto, sito nel quartiere residenziale di Albaro. Di architettura «schiettamente funzionale», l'impianto rivela una notevole ambizione tecnica e costruttiva, vanto e formidabile cassa di risonanza propagandistica del Fascismo nella politica di realizzazioni di grandi strutture con finalità sociali. Inaugurato ufficialmente alla presenza del Re Vittorio Emanuele III, l'impianto rappresentava simbolicamente «il primo passo» - come sottolinea lo stesso progettista, l'ingegner Paride Contri, nella prima relazione tecnica del progetto - «verso l'attuazione di un vasto programma di costruzioni del genere atto a sopperire alle impellenti necessità di una popolazione marinara grandemente appassionata all'esercizio del nuoto».
La grande piscina coperta, che occupa una cubatura complessiva di oltre 60.000 metri, è costituita da un corpo centrale posto lungo l'asse nord sud e da due corpi laterali semicircolari in posizione simmetrica. La grande cavea interna della vasca è una struttura all'avanguardia all'epoca anche per le sue inusitate dimensioni: alla larghezza, insuperata in Italia di 20 metri, fa riscontro una profondità massima che oltrepassava in larga misura i limiti stabiliti dai regolamenti italiani e internazionali per le competizioni agonistiche. Le gradinate interne, poste lungo tre lati della grande vasca natatoria, prevedevano originariamente una capienza massima di 1600 spettatori seduti e circa 3000 in piedi. Non infrequenti le soluzioni architettoniche innovative, come le speciali finestre «subacquee» che consentivano di controllare, sotto il livello dell'acqua, i movimenti dei nuotatori attraverso i corridoi sotterranei disposti lungo le pareti laterali della vasca.
L'edificio era dotato di servizi accessori, quali locali per la direzione e segreteria, sala riunioni per la Federazione del Nuoto, sala stampa, nonché spazi a destinazione pubblica: un bar-ristorante su due livelli, ricavato nel corpo di levante, una grande terrazza «per cure elioterapiche» e un salone per le feste. Negli ultimi mesi del 1936 viene portato a termine l'impianto esterno, dotato di tre vasche: una a sud per i bambini, la centrale olimpionica e la terza attrezzata per la pallanuoto e per i tuffi.
Un progetto di recupero contestatoIl problema di una riqualificazione funzionale dello Stadio del Nuoto di Albaro si pone con urgenza solo a partire dal 1992, anno in cui la struttura coperta viene definitivamente chiusa al pubblico in quanto non più conforme alle normative di sicurezza. La sospensione delle attività agonistiche aggrava ulteriormente le già allarmanti condizioni generali dell'impianto. Nel luglio del 2000 viene approvato un progetto di massima per la ristrutturazione dell'intero complesso sportivo: la società concessionaria incaricata dei lavori propone una serie di interventi che comprendono l'inserimento ex-novo di tre edifici-multisala, di una palazzina adibita a sede delle società sportive, nonché la demolizione totale delle gradinate esterne per ricavare spazi ad uso commerciale (bar, ristoranti, negozi di articoli sportivi, sala giochi), a fronte di un investimento complessivo di dieci milioni di euro, il 95% dei quali a carico del consorzio di investitori privati.
Le obiezioni mosse ai progettisti sollevano in primo luogo il problema della compatibilità di nuove funzioni commerciali all'interno di un impianto sportivo originariamente concepito per ospitare competizioni agonistiche. A esso, si aggiungono problematiche di natura più propriamente architettonica, legate all'inserimento di nuove volumetrie (sale cinematografiche) all'interno di un contesto ambientale di pregio e alla manomissione della trama originaria dell'impianto, secondo quanto previsto dalla primitiva versione di progetto (nuovo e invasivo disegno delle gradinate esterne, stravolgimento dei percorsi pedonali, alterazione della geometria dei marciapiedi e delle aiuole). Una serie di interventi la cui natura fortemente invasiva avrebbe irrimediabilmente compromesso, nel suo equilibrio compositivo generale, i caratteri architettonici dell'edificio razionalista concepito da Contri e l'integrità monumentale e paesaggistica del sito. Di qui la necessità di promuovere una politica di tutela avanzata capace di salvaguardare unitariamente tanto il costruito (il pieno) quanto le aree libere (i vuoti) e il loro rapporto con il contesto urbano e ambientale. La tutela del verde, inteso come elemento di progetto, la costituzione di "aree di rispetto" e di visuali panoramiche libere sul manufatto architettonico diventano in questo senso componenti essenziali per il recupero e la salvaguardia della sua identità.
L'autorevole intervento del DOCOMOMO ha un esito decisivo, scongiurando definitivamente l'ennesimo scempio edilizio e ambientale: nel gennaio del 2003, la Soprintendenza per i Beni Architettonici della Liguria respinge il progetto, imponendo l'eliminazione delle sale cinematografiche inizialmente previste e l'adozione di criteri metodologici ispirati a un rigoroso restauro conservativo dell'edificio monumentale (piscina coperta), delle gradinate esterne e delle strutture accessorie di servizio.
Didascalie illustrazioni
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Ragionpolitica, periodico on line n.111 del 27/5/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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