|
|||||||
|
|
Le Regioni rosse dichiarano guerra alla NATOdi Stefano Doroni - 3 giugno 2005 Il sangue non è acqua; e per di più è rosso, oltre che per ragioni biologiche anche per motivi politici, di appartenenza. E infatti le Regioni che dopo le ultime elezioni si sono tinte di rosso comiciano a distinguersi per la loro diretta azione antiamericana e antioccidentale. Ha cominciato Soru, governatore della Sardegna, dichiarando la ferma opposizione della giunta regionale a qualsiasi richiesta di servitù militari nel territorio dell'isola. Si sa che le installazioni della difesa acquisiscono territori per le loro necessità operative attraverso il meccanismo delle servitù, cioè tramite concessioni, argomento gestito da apposite commissioni degli enti locali. La scusa è quella solita: la «resistenza pacifica» contro il nemico, che questa volta (l'ennesima) è la NATO. La notizia della decisione sarda non poteva non rimbalzare dalle parti dell'ultrapacifista Nichi Vendola, l'uomo a cui è finita in mano la Regione Puglia. Da una kermesse pacifista locale, alla quale partecipava, egli ha fatto sapere che la strategia di Soru sarà anche la sua: patto d'acciaio. La notizia non è solo una spigolatura locale ma ha un peso notevole a livello generale. A parte il fatto che le due Regioni fin qui interessate alla barriera «anti NATO» non hanno certo un peso irrilevante, bisogna considerare che esse rappresentano una sorta di «banco di prova» per un eventuale futuro governo nazionale dell'Unione. Non dimentichiamoci che Prodi sta cercando di costruire una coalizione di governo con quelli per cui Castro e il comunismo leninista sono ancora un riferimento; e se l'operazione andasse in porto nel 2006 avremmo al governo un pugno di nostalgici cammuffati malamente da democratici, che non aspettano altro che traghettare l'Italia fuori o almeno ai margni dell'Occidente. L'ostilità aperta alle forze internazionali militari mostrata da Vendola e Soru è la stessa di Diliberto e Bertinotti, per dirla in breve. Ora, è anche evidente che, in seguito agli avvenimenti dal 2001 in poi, l'asse di schieramento delle forze NATO si è spostato verso l'Italia, funzionando la penisola da frontiera e base di partenza per interventi e missioni; ed è parimenti innegabile che la Sardegna e la Puglia ospitano basi militari importanti (Decimomannu, Gioia del Colle, Taranto per fare qualche esempio). Portare i pacifisti rossi al governo di molte Regioni sta dunque iniziando a dare i primi frutti malati: la loro strategia antioccidentale diviene particolarmente efficace e pericolosa quando la scomposta inciviltà delle manifestazioni diventa pratica politica e amministrativa. Se nel 2006 dovessimo trovarci al governo gli amici dell'arcobaleno (e Bertinotti ha già detto che intende rendere conto ai movimenti del suo operato, segno che dei cittadini se ne frega e così anche del Parlamento) il modello sardo-pugliese verrebbe adottato da Roma: con il risultato di mettere in crisi la lealtà dell'Italia nell'alleanza occidentale. I comunisti orfani della guerra fredda costruirebbero un muro di diffidenza e ostilità verso gli Stati Uniti, e gestirebbero il Paese in vista della sua sottomissione alle loro Regioni ideologiche, spostandone l'asse politico a tutto vantaggio della cosiddetta «resistenza» islamica, cioè dei tagliatori di teste e degli uomini bomba. Il concetto di «resistenza» è un complesso infantile dei comunisti: così come considerano partigiani gli assassini jihadisti, pensano se stessi come «resistenti» (a sentir loro pacifici) al «mostro» americano: attraverso la santificazione della Resistenza del '43-45 si sono inventati le fondamenta democratiche dell'Italia, poggiandole sul mito dell'antifascismo e oscurando così la tendenza criminale della loro ideologia. Se si trovassero ancora il potere in mano non esiterebbero a far peggio di Zapatero. E' pur vero che sarà difficile per Prodi l'equilibrista tenere insieme una coalizione che va da Mastella a Diliberto, ma è anche innegabile che il collante dell'antiberlusconismo può fare miracoli nella baracca cattocomunista. Per questo la campagna elettorale per le prossime politiche deve cominciare ora: e deve essere una battaglia campale, dove non si fanno sconti di nessun genere. Non è infatti in ballo solo un risultato politico, ma la credibilità della Nazione, il buon nome dell'Italia, la sua considerazione nel mondo occidentale, la sicurezza stessa dei cittadini che sarebbero esposti al pericolo di una invasione mascherata da immigrazione, il futuro dell'alleanza atlantica che perderebbe una pedina importante come il nostro Paese, relegato fra i parenti scomodi e indesiderati: sarebbe l'ora dell'ennesimo tradimento non solo della parola data ma della stessa democrazia. Nella sinistra comunista preferiscono qualsiasi dittatura alla legalità democratica dell'Occidente: lo hanno dimostrato con l'orgia pacifista che ci assorda da più di due anni e con le prime decisioni politiche di alcune Regioni rosse. La campagna elettorale sia dedicata essenzialmente a far comprendere ai cittadini che far governare l'Italia dai compagni di Vendola significa venderla ai figli di Allah in armi, alla facile demagogia del pacifismo ideologico, condannarla all'arretratezza economica, all'impotenza organizzativa, militare e diplomatica. La scelta antiamericana di Puglia e Sardegna è un campanello d'allarme: non lasciamo che suoni invano.
|
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.112 del 3/6/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||