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Assolutamente inutiledi Mariacristina Nasi - 3 giugno 2005 Capita ormai di frequente di udire, nei più disparati contesti, l'avverbio "assolutamente". Nello scritto come nel parlato, è un elemento che sembra fare tendenza, ma che, in realtà, palesa una mancanza di conoscenza della lingua. Senza voler essere pignoli, giova rammentare il significato della parola, per cogliere fino a che punto l'uso improprio di un termine possa rendere ridicoli e riveli la facilità con cui l'uomo assume pratiche, comportamentali o lessicali, senza domandarsi minimamente se sia davvero segno di eleganza, o quanto meno di tendenza, la supina acquiescenza ad ogni spu(n)to. Si ritiene che esibire un avverbio in più sia indice di un vocabolario ricco, nonché di padronanza dei propri mezzi; ma ciò non basta: è necessario saperli inserire in un contesto che li valorizzi, dove apportano beneficio, non gettarli ovunque, senza cognizione. Ciò rivela solo mancanza di criterio, oltre che insegnare ad usare male le capacità, o le parole, che si hanno. Ragionando sul senso del termine, si scopre quanto esso sia mal impiegato. Deriva dal latino absolūtus, da absolvĕre, "staccare, slegare, risolvere". Assolutamente, "universalmente, in generale, senza limitazioni, in assoluto, (contrapposto a relativamente)". Guicciardini dichiarò: «E' grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente e, per dire così, per regola; perché quasi tutte hanno distinzione e eccezione per la varietà delle circunstanze». Leopardi aggiunse: «La perfezione o imperfezione e corruzione, si deve misurare al fine di ciascheduna cosa, e non già assolutamente». Significa inoltre «in qualsiasi modo; certamente, senza dubbio, di necessità (e dà un tono di assoluta certezza alla frase, esprime la forza perentoria, indubitabile, di un'affermazione)». In frasi negative, «indica una negazione totale, senza restrizione». Equivale a "completamente, del tutto". Bruno riferì: «Atto absoluto, il quale... è nell'estremo della purità, semplicità, indivisibilità, perché è assolutamente tutto». Può indicare altresì ciò che è raro. Assolutezza, "l'essere assoluto, libero da ogni limite, incondizionato". Assolutismo, indica sia «un sistema politico che si concreta giuridicamente in una forma di Stato in cui tutta l'autorità è, senza limiti né controlli, nelle mani di una sola persona», sia «un atteggiamento (nel pensiero e anche nell'azione) di libertà illimitata da ogni restrizione o condizione». Assolutista, chi sostiene l'assolutismo; «chi si comporta come padrone assoluto, pretendendo d'imporre a tutti la propria volontà». Assoluto, «libero da ogni limite, non determinato da rapporti, da relazioni; incondizionato (opposto a relativo)»; «che non comporta eccezione»; «totale, completo». Dante scrisse: «Voglia assoluta non consente al danno;/ ma consentevi in tanto, in quanto teme,/ se si ritrae, cadere in più affanno». Landino individuò due tipi di volontà, assoluta e rispettiva: «L'assoluta non può volere il male, la rispettiva vuole il minor male per fuggire il maggiore». Vellutello chiarì ulteriormente: «Assoluta è quella che per qual si voglia accidente non si muta mai; rispettiva quando si muta non di propria volere, ma per timore». Negri sostenne: «Solo coloro che vivono nell'assoluto sono felici». Soffici descrisse una forma «inalterabile, assoluta, indipendente da qualunque accidentalità». Esprime "preminenza, eccellenza incontrastata"; traduce "autoritario, perentorio, deciso"; "che non ammette opposizioni, obiezioni". Boine affermò: «Tu sei giovane, tu sei assoluto, tu vuoi il mondo perfetto, ma le cose del mondo son di lor natura imperfette e perciò non andate d'accordo». Può essere altresì sinonimo di "sciolto, risolto; facile, agevole"; venire impiegato come avverbio al posto di "assolutamente" (Grazzini: «Non fe mai [Dio] cosa a caso o vero in vano,/ e chi dice altrimenti, assoluto erra»); unito ad aggettivo, significa "del tutto, completamente"; "ad ogni costo, necessariamente"; in senso o modo assoluto, "al di là di ogni confronto". In matematica, il valore assoluto di un numero algebrico indica «il valore del numero indipendentemente dal suo segno». In filosofia, indica "ciò che esiste per sé, che non è condizionato (ed è ragione ultima di ogni realtà)". Leopardi acutamente rifletté: «Io non credo che le mie osservazioni circa la falsità d'ogni assoluto, debbano distruggere l'idea di Dio». Anzi, esse la rivelano, come la poesia, secondo D'Annunzio: «Può, infine, [il verso] raggiungere l'Assoluto. Un verso perfetto è assoluto, immutabile, immortale; [...] diviene indipendente da ogni legame e da ogni dominio; non appartiene più all'artefice, ma è di tutti e di nessuno, come lo spazio, come la luce, come le cose immanenti e perpetue». Così si espresse Croce: «Pensiero ed essere non sono successione di due finiti, ma relazione assoluta, cioè l'Assoluto stesso. Se, per esprimerci con le immagini della mitologia, la creazione del mondo è il passaggio dal caos al cosmo, dal non essere all'essere, questo passaggio non comincia né dal teoretico né dal pratico, né dal soggetto né dall'oggetto, ma dall'Assoluto, che è assoluta relazione di due termini. In principio non era né il Verbo né l'Atto; ma il Verbo dell'Atto e l'Atto del Verbo». Ed aggiunse: «Molte anime sospirano a ciò che chiamano vagamente la poesia, a sollevarsi sull'empirico e temporale e a navigare nell'assoluto e nell'eterno». "Tutto è relativo", si dice, eppure il termine "assoluto" abbonda. Esso rimanda ad un desiderio dell'uomo, quello di dare risposta ai suoi perché, conferire certezza alle sue affermazioni, attribuire un solido fondamento alle sue proposizioni, per rassicurarsi e rassicurare. Il rischio che si corre nell'abuso del termine è perdere di vista cosa sia l'Assoluto. Esso pervade la vita dell'uomo, dandole valore, oltre ciò che egli può dire, vedere, toccare. Cercare l'Assoluto è positivo, perché aiuta a non rifugiarsi nel relativo, ma a vederlo come un gradino di una scala che porta a ciò che affranca l'uomo, liberandolo da turbamenti, condizionamenti, incertezze. Allora davvero "assoluto" diverrà sinonimo di facile, perché l'uomo avrà diretto lo sguardo alla sua meta e saprà cosa fare. La ricerca di assoluto, di qualcosa di inequivocabile, certo, facile, esente da vincoli, si può tradurre in una ricerca di assolutezza all'esterno di sé, oppure nella scelta di adottare un comportamento autoritario, quasi che lo sfoggio di un piglio fiero cancelli dubbi ed indecisioni.Negri sostiene: «Solo coloro che vivono nell'assoluto sono felici» e dice qualcosa di innegabilmente vero, poiché l'Assoluto è totale, perfetto, non transitorio, è ciò che ogni uomo cerca. Assoluto è il valore del numero indipendentemente dal suo segno. All'uomo, sulla terra, piacerebbe essere un numero assoluto, non dover essere + o -, positivo o negativo. Ma, nella vita, l'uomo non può essere assoluto; anzi, per abbracciare l'Assoluto, deve compiere delle scelte, legarsi al bene, per liberarsi dal male. Vi sono cose che richiamano l'Assoluto, che ne regalano il respiro, ma non sono ancora l'Assoluto, bensì una porta, una finestra, talora solo uno spiraglio, per intravederlo. Boine disse: «Tu sei assoluto, vuoi il mondo perfetto, ma le cose del mondo son di lor natura imperfette», illustrando l'ostacolo terreno che impedisce all'uomo di afferrare pienamente l'Assoluto, che è «ciò che esiste di per sé, ha in se stesso la propria perfezione ed è fondamento di tutte le cose», ovvero Dio. E' inutile ed errato rinchiudere l'"assoluto" nel relativo; si corre il rischio di creare confusione, illusione, disperazione; non è peArò errato cercare l'Assoluto, ricercarlo assolutamente, perché questo, di certo, non è inutile.
Definizioni tratte dal Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, UTET, Torino 1989, pp. 774-775. |
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