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La grande bugia del «modello emiliano»Ovvero, come i governi comunisti si sono presi i meriti di chi lavoradi Paolo Gambi - 10 giugno 2005 Il «modello emiliano». Sono stati spesi fiumi di parole intorno a questo concetto. Il suo mito aleggiava sull'Emilia almeno sin dai tempi dell'interessamento di Togliatti. E fiorenti universitari e studiosi vicini al Pci prima, al centro-sinistra poi, hanno elaborato, sia sul piano scientifico che su quello della divulgazione, teorie e controteorie che gli girano intorno. Ma in che cosa consiste, in definitiva? Secondo l'analisi dello studioso padre di questo concetto, Brusco, tutto inizia nel dopoguerra, quando l'Emilia-Romagna è riuscita a trasformarsi in una realtà economica di successo in maniera così perentoria da raggiungere il vertice delle regioni per reddito pro capite. Protagonista di ciò è stata la piccola e media impresa, organizzata in peculiari sistemi produttivi chiamati «distretti industriali». Fin qui, tutto procede lineare, e il «modello emiliano» risulta un prodotto teorico di una analisi industriale, tendenzialmente condivisibile. Il punto di svolta avviene quando iniziano a proliferare teorie, anche dello stesso Brusco, volte a dimostrare che sì, in Emilia (e marginalmente in Romagna) era nata un'economia fiorente, ma questa aveva un suo fondamento su un intreccio fra forze di mercato e forze non di mercato che permeavano il tessuto produttivo e il complesso delle relazioni sociali. L'Emilia-Romagna si caratterizzava insomma, in maniera determinante, per la presenza di una cultura comunista dominante, che inizia a divenire, nella speculazione teorica, elemento fondante dell'analisi economica. Il cosiddetto «modello emiliano» trasborda quindi da un parzialmente condivisibile piano di analisi industriale ad un piano strettamente politico. Il benessere e la ricchezza della regione vengono lentamente attribuiti in misura sempre maggiore alla «buona amministrazione» che la sinistra avrebbe attuato. E alla fine il messaggio che si è lasciato passare è che se in Emilia ed in Romagna si sta bene è perché hanno sempre governato i comunisti. Magie della logica. Dalla realtà si passa al mito. Il «modello emiliano» diventa il modello ideale per la sinistra di governo, perché concilia ricchezza, benessere e comunismo. Fioriscono produzioni scientifiche in tutto il mondo e in tutte le lingue. L'Emilia-Romagna diventa una sorta di Olimpo riformista, dove le mitologie si intrecciano con la realtà. E il dato economico passa in secondo piano, schiacciato dal peso preponderante del dato politico e della sua naturale propensione all'autoincensazione. Semplifichiamo: basterebbe un po' di buon senso. Basterebbe quello per capire che se c'è ricchezza questa non la si deve di certo al fatto che il Pci abbia governato. Anzi. Se c'è ricchezza questa la si deve ad una cultura dell'imprenditorialità che ha permeato, e ancora permea, tutto il tessuto umano dell'Emilia, ed in misura minore della Romagna. Il fatto è che da un lato c'erano - e ci sono sempre più - le grancasse dell'apparato comunista, distribuite fra media, università e istituzioni, dall'altro c'erano gli imprenditori, bravissimi a lavorare e a produrre ricchezza, ma poco interessati a tutto il resto. Se i comunisti volevano prendersi dei meriti, facessero pure, purché li lasciassero lavorare. Ed in questo modo è praticamente venuto a crearsi un patto tacito fra le componenti della società: società civile impegnata a produrre ricchezza e comunisti al governo. Non importa se tutti sapevano e sanno che i governi comunisti nulla c'entravano con il benessere diffuso. l'omertà su questo dato faceva parte del patto. Basterebbe analizzare senza gli occhiali dell'ideologia le realtà emiliane e romagnola per capire che in realtà il modello emiliano non esiste se non in un'analisi strettamente industriale, in un territorio limitato che non comprende l'intera realtà regionale, e soprattutto che non c'è nulla di mitologico per la sinistra nell'esser stata tollerata dalla classe imprenditoriale. Basterebbe studiare un po' più a fondo le gesta degli dei e degli eroi di questa sinistra per capire che nella realtà dei fatti i veri eroi di queste terre non sono quei politici e quegli uomini di governo che vengono così spesso incensati, ma piuttosto quegli imprenditori che la politica l'hanno sempre tenuta alla debita distanza, finchè hanno potuto, e che si sono dedicati anima e corpo a mandare avanti la propria azienda. Loro hanno creato ricchezza e benessere. Non certo gli apparati del Pci. Continuiamo a lanciare sassolini nel grande stagno. Prima o poi qualcuno se ne accorgerà. Paolo Gambi |
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Ragionpolitica, periodico on line n.113 del 10/6/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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