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6 marzo 2008
 
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Riflettendo sul nucleare

di Carlo Cerofolini - 10 giugno 2005

Finalmente, di recente, sotto il governo Berlusconi si è ripreso a parlare, seppur timidamente, della necessità di ripensare all'opzione nucleare per la produzione d'energia elettrica in Italia. Percorrere questa via è indubbiamente obbligatorio, se si vuole che il nostro Paese, in tempi ragionevolmente rapidi, possa avere energia elettrica a costi equi (e così essere più competitivo sul mercato globale), abbondante, senza inquinare l'aria e soprattutto svincolata dai combustibili fossili che, oltre ad avere costi sempre più alti, hanno un'elevata inaffidabilità (gas e petrolio) di approvvigionamento. Inoltre questa è l'unica soluzione reale che attualmente abbiamo se si vuol rispettare il protocollo di Kyoto, che c'impone di ridurre l'emissione di gas serra in atmosfera.

Il problema che però abbiamo davanti, per far accettare nuovamente il nucleare, è soprattutto culturale e quindi è imperativo riuscire a sconfiggere i falsi luoghi comuni, propinati per decenni dai cosiddetti ecologisti, relativi alla pericolosità e non economicità di questa fonte energetica, attuando una blitz-krieg (guerra lampo) mediatica «devastante», che abbia i suoi punti di forza in un'informazione - scientificamente corretta - massiccia e capillare. Tutto questo però potrebbe non bastare per convincere la stragrande maggioranza dei cittadini sulla bontà del nucleare. Ed ecco che allora occorre, nell'informazione da dare, evidenziare altri aspetti del problema quali:

1) Per quanto riguarda il grave incidente nucleare accaduto nel 1986 a Chernobyl nell'ex Unione Sovietica, va detto che quest'incidente non è figlio dell'energia nucleare, ma è figlio legittimo del comunismo. Questo disastro è, infatti, potuto accadere sia per la completa mancanza della cultura della sicurezza e dell'individuo - che non c'era e non c'è nei paesi comunisti - sia per l'assenza di un decente livello di organizzazione dell'impresa e delle attività industriali, che anzi era caratterizzato da un'impressionante sciatteria e da un disimpegno personale collettivo. (cfr. Piero Risoluti I rifiuti nucleari: sfida tecnologica o politica?, p. 86-87 ed. Armando 2003).

2) I referendum del 1987, fatti in Italia, che si pensa impongano lo stop al nucleare, addirittura anche per il futuro, sono una sonora bufala, in quanto questi referendum in realtà non erano contro il nucleare ma semplicemente prevedevano:

  • l'abrogazione dei compensi ai Comuni sui cui territori si trovavano le centrali nucleari e a carbone;
  • l'impossibilità del CIPE a scavalcare la volontà degli enti locali ad accettare o meno sui loro territori la costruzione di nuove centrali;
  • l'impossibilità dell'ENEL a partecipare alla gestione di centrali nucleari all'estero.

Fu poi la «volontà politica» a rinunciare al nucleare, chiudendo prima ed avviando poi lo smantellamento delle centrali nucleari (dai governi di pentapartito a quelli dell'Ulivo compresi) ed imponendo una moratoria sulla costruzione di nuove centrali nucleari, però solo fino al 1992.

3. Le possibili ragioni che hanno portato nel nostro Paese l'abbandono del nucleare, senza appunto che i referendum lo prevedessero, è molto probabile che siano le seguenti:

  • Pavidità ed ignavia. I mass-media, la più parte orientati, e la controinformazione, gonfiarono a dismisura il pur grave incidente nucleare di Chernobyl nel 1986 nell'allora URSS «paradiso» dei lavoratori, tanto che alcuni partiti non ebbero il coraggio né di andare controcorrente né di spiegare, per ovvi motivi politici, come in realtà stavano le cose - e cioè che da noi e nel mondo occidentale mai e poi mai simili incidenti sarebbero potuti accadere - rassicurando così la popolazione.
  • Bassi interessi di bottega. Diversi partiti e «personaggi» politici, per ricavare vantaggi elettorali o di altro tipo da quest'ondata di emotività, quasi sicuramente pensarono che sposare l'antinuclearismo più spinto fosse un ottimo affare. Così, con questo fare tartufesco, è stata però portata avanti una causa perdente ed oscurantista, che indubbiamente ha non poco contribuito sia a farci perdere dignità, autorevolezza e prestigio, sia a farci avere il terzo debito pubblico mondiale e carenze infrastrutturali paurose.
  • Staccare l'Italia dal mondo occidentale industrializzato e prendere il potere. Questo motivo è senza dubbio l'aspetto più pericoloso, subdolo ed inquietante di tutta la questione: infatti, allorquando o per mancanza di energia o per il costo sempre più proibitivo di questa (come sta accadendo attualmente) non saremo più competitivi con i nostri prodotti, usciremo dal novero dei Paesi più industrializzati, e quindi forze politiche che hanno un DNA populista e contrario al libero mercato potrebbero usare le tensioni ed i conflitti sociali, conseguenti alla crisi economica, come scorciatoia per arrivare, pur attraverso libere elezioni, alla guida del Paese. In altri termini, ci potrebbe aspettare un oscuro futuro non compiutamente democratico con la negazione del progresso e del benessere, se non si terranno ben aperti gli occhi e non verranno respinti con forza gli interessati profeti di sventura, puntualmente smentiti dai fatti, e non si avrà invece fiducia nell'uomo e nella scienza.

Infine, per completare questa blitz-krieg di inversione culturale, sarà bene far capire agli italiani che il decollo economico della nazione, e soprattutto del mezzogiorno, è strettamente legato alla disponibilità di energia, soprattutto elettrica, a basso costo e non «inquinante», come è appunto quella proveniente dal nucleare. Quindi sbaglia sicuramente chi nega questo e non sempre è in buona fede chi dice di volersi battere per i giovani, i disoccupati, gli emarginati e gli anziani, nonché per una migliore qualità della vita. Solo con il sempre maggior uso dell'energia è infatti possibile creare nuova occupazione produttiva, soddisfacendo il bisogno di lavoro di centinaia di migliaia di persone e risolvere così anche il problema delle immigrazioni clandestine, migliorando le condizioni di vita nei loro stessi Paesi.

! Carlo Cerofolini
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