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Riflettendo sul nuclearedi Carlo Cerofolini - 10 giugno 2005 Finalmente, di recente, sotto il governo Berlusconi si è ripreso a parlare, seppur timidamente, della necessità di ripensare all'opzione nucleare per la produzione d'energia elettrica in Italia. Percorrere questa via è indubbiamente obbligatorio, se si vuole che il nostro Paese, in tempi ragionevolmente rapidi, possa avere energia elettrica a costi equi (e così essere più competitivo sul mercato globale), abbondante, senza inquinare l'aria e soprattutto svincolata dai combustibili fossili che, oltre ad avere costi sempre più alti, hanno un'elevata inaffidabilità (gas e petrolio) di approvvigionamento. Inoltre questa è l'unica soluzione reale che attualmente abbiamo se si vuol rispettare il protocollo di Kyoto, che c'impone di ridurre l'emissione di gas serra in atmosfera. Il problema che però abbiamo davanti, per far accettare nuovamente il nucleare, è soprattutto culturale e quindi è imperativo riuscire a sconfiggere i falsi luoghi comuni, propinati per decenni dai cosiddetti ecologisti, relativi alla pericolosità e non economicità di questa fonte energetica, attuando una blitz-krieg (guerra lampo) mediatica «devastante», che abbia i suoi punti di forza in un'informazione - scientificamente corretta - massiccia e capillare. Tutto questo però potrebbe non bastare per convincere la stragrande maggioranza dei cittadini sulla bontà del nucleare. Ed ecco che allora occorre, nell'informazione da dare, evidenziare altri aspetti del problema quali: 1) Per quanto riguarda il grave incidente nucleare accaduto nel 1986 a Chernobyl nell'ex Unione Sovietica, va detto che quest'incidente non è figlio dell'energia nucleare, ma è figlio legittimo del comunismo. Questo disastro è, infatti, potuto accadere sia per la completa mancanza della cultura della sicurezza e dell'individuo - che non c'era e non c'è nei paesi comunisti - sia per l'assenza di un decente livello di organizzazione dell'impresa e delle attività industriali, che anzi era caratterizzato da un'impressionante sciatteria e da un disimpegno personale collettivo. (cfr. Piero Risoluti I rifiuti nucleari: sfida tecnologica o politica?, p. 86-87 ed. Armando 2003). 2) I referendum del 1987, fatti in Italia, che si pensa impongano lo stop al nucleare, addirittura anche per il futuro, sono una sonora bufala, in quanto questi referendum in realtà non erano contro il nucleare ma semplicemente prevedevano:
Fu poi la «volontà politica» a rinunciare al nucleare, chiudendo prima ed avviando poi lo smantellamento delle centrali nucleari (dai governi di pentapartito a quelli dell'Ulivo compresi) ed imponendo una moratoria sulla costruzione di nuove centrali nucleari, però solo fino al 1992. 3. Le possibili ragioni che hanno portato nel nostro Paese l'abbandono del nucleare, senza appunto che i referendum lo prevedessero, è molto probabile che siano le seguenti:
Infine, per completare questa blitz-krieg di inversione culturale, sarà bene far capire agli italiani che il decollo economico della nazione, e soprattutto del mezzogiorno, è strettamente legato alla disponibilità di energia, soprattutto elettrica, a basso costo e non «inquinante», come è appunto quella proveniente dal nucleare. Quindi sbaglia sicuramente chi nega questo e non sempre è in buona fede chi dice di volersi battere per i giovani, i disoccupati, gli emarginati e gli anziani, nonché per una migliore qualità della vita. Solo con il sempre maggior uso dell'energia è infatti possibile creare nuova occupazione produttiva, soddisfacendo il bisogno di lavoro di centinaia di migliaia di persone e risolvere così anche il problema delle immigrazioni clandestine, migliorando le condizioni di vita nei loro stessi Paesi.
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Ragionpolitica, periodico on line n.113 del 10/6/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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