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Università: in bilico il sogno delle mamme

di Pietro De Leo - 17 giugno 2005

Un figlio medico, avvocato, o ingegnere. Magari con un bel 110 e lode da incorniciare. Questo è stato il sogno nazional-popolare di molte mamme italiane. Un sogno, però, da mettere nel cassetto, al massimo in congelatore, aspettando tempi migliori. Perché le aspettative per i neolaureati italiani non sono delle migliori. A parte che per i laureati in ingegneria, che trovano lavoro con più facilità, le altre due categorie, invece, risultano più penalizzate (anche se continuano ad essere molto gettonate).

Il 110 e lode è una chimera: l'equazione valutazione massima alla laurea uguale posto di lavoro assicurato, infatti, è ampiamente smentita. Gli ultimi studi statistici effettuati da Alma Laurea hanno evidenziato, in proposito, che chi esce dall'università con il massimo dei voti tende poi a rifiutare le prime proposte di lavoro, puntando ad un «meglio» che poi fatica ad arrivare, e finisce per rimanere sulla piazza per molto tempo.

Le ultime indagini, eseguite da una pluralità di istituti, poi, hanno purtroppo portato alla luce un fenomeno preoccupante: i corsi di laurea più innovativi, sorti qualche anno fa sulla scia di fantomatiche «professioni del futuro» (che in realtà, invece, nascondevano delle vere e proprie politiche di marketing degli Atenei con la scusa dell'autonomia) sono un vicolo cieco, e dopo l'agognato traguardo è difficile non restare imbrigliati nelle maglie del precariato. Lo stesso vale per i laureati del ramo letterario, di cui nemmeno il 30% trova dopo la laurea un posto a tempo indeterminato.

Altro problema è la difficoltà, tutta italiana, di riuscire a calarsi in un'avventura di carriera senza l'appoggio di una struttura familiare. Circa l'80%, infatti, riesce a stabilizzarsi trovando appoggio dentro le mura domestiche. Lo yuppismo, insomma, la figura del giovane in carriera pronto a battersi contro tutto e tutti pur di inseguire il suo sogno, qua da noi è un concetto estraneo. Se qualcuno vuole provarci, meglio che vada all'estero, dove a cinque anni dalla laurea c'è una differenza di retribuzioni che sfiora il 40%.

Se i genitori, alle «giornate di orientamento universitarie» - bombardati dagli atenei di depliant, brochure, strabilianti presentazioni digitali - avessero in mente questi dati e queste situazioni, si renderebbero conto che, purtroppo, il nostro sistema formativo non è assolutamente in grado di conferire sicurezza e stabilità a medio termine: la domanda e l'offerta di competenze viaggiano su binari differenti.

E il dato sugli studenti fuori corso, che supera ampiamente i sette decimi, la dice lunga sull'entusiasmo con cui si affrontano gli studi. Male, davvero male per un Paese che, mille anni fa, l'Università l'ha fatta nascere.

! Pietro De Leo
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