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numero 280
6 marzo 2008
 
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Il «modello» Bologna

di Carlo Zucchi - 17 giugno 2005

«Città modello»! Così per anni i post-comunisti hanno definito Bologna, salvo dire che era avvilita quando il «macellaio usurpatore» Giorgio Guazzaloca ha osato insediarsi a Palazzo D'Accursio, violando il sancta sanctorum della sinistra italiana e forse mondiale. Sempre tra le prime città italiane quanto a reddito pro-capite, Bologna sembra davvero aver brevettato il modello per una città felice nei secoli. Denaro e divertimento compongono un binomio spesso difficile da coniugare. Il borghese felsineo, allegro e consumistico, sembra essere l'esatto contrario del borghese weberiano, parco e austero.

Per capire qual è il segreto, occorre soffermarsi sull'elemento che maggiormente contraddistingue Bologna, ossia l'università. Una popolazione universitaria di 100.000 persone su poco meno di 400.000 abitanti è una bella cifra, che ci dice che l'università non può non condizionare fortemente la vita e l'economia cittadina. Naturalmente, avere un cospicuo numero di iscritti al proprio ateneo non può che essere un motivo di orgoglio, ma il fatto che l'università venga pagata solo in minima parte con le tasse degli iscritti crea gravi distorsioni e iniquità.

Il malinteso senso solidaristico di stampo statalista presente in Italia fa ritenere che la possibilità di accedere all'università pagandone in minima parte i costi dell'iscrizione avvantaggi chi non se lo può permettere, quando proprio i poveri sono i più penalizzati da questo sistema. Infatti, oltre quello delle tasse, fra i costi universitari va incluso il costo-opportunità relativo al mancato percepimento del salario di chi, rinunciando a lavorare, prosegue gli studi; e questo è dimostrato dal fatto che anche in Italia (e non solo nell'America del «liberismo selvaggio») l'università è frequentata in prevalenza da persone di classe agiata che possono permettersi di non percepire uno stipendio per diversi anni. Ebbene, in nome del progresso sociale, in Italia abbiamo gli operai che pagano l'università a figli di ricchi professionisti che, una volta laureati, non dovranno nemmeno sobbarcarsi la fatica di cercarsi un lavoro, dato che gli aspetta l'ufficio di papà con tanto di norme che li proteggono dalla concorrenza di potenziali nuovi entranti nel mercato delle professioni. Poiché l'economia non è un'opinione, a bassi prezzi (delle tasse di iscrizione) corrisponde un'alta domanda (di iscrizioni all'università), ma questi prezzi non sono bassi in virtù di una maggior efficienza, bensì in virtù del fatto che lo Stato copre la maggior parte dei costi che gli iscritti dovrebbero sostenere.

Da ciò consegue che l'economia bolognese poggia su basi assistenzialistiche. Se ogni studente dovesse pagare per intero il costo dell'università, gli iscritti sarebbero molto meno dei centomila, specie quelli fuori sede diminuirebbero considerevolmente. Certo, la vulgata dice che l'università è il motore dell'economia bolognese, il che è vero, ma mentre gli onori piovono a cascata su molti bolognesi, gli oneri vengono addossati alla collettività nazionale, il che non è affatto giusto. Inoltre, la scelta delle attività commerciali presenti a Bologna viene indirizzata da scelte di tipo politico e non da criteri di mercato. Nell'ultimo quarto di secolo Bologna ha visto un proliferare continuo di pub e locali di svago, dato che la sempre crescente clientela universitaria incentiva gli operatori a investire in questo ramo. Il fatto che negli ultimi anni a Bologna non si siano sviluppate aziende hi-tech con business considerevoli non è un caso.

Causa l'alto numero degli studenti fuori sede, poi, sia i prezzi delle case che quelli degli affitti sono aumentati a dismisura, se si pensa che a Bologna gli affitti costano circa il doppio di Modena. La distorsione del mercato operata dal finanziamento delle iscrizioni fa sì, quindi, che i proprietari di case si arricchiscano sempre di più, mentre chi cerca casa (anche in affitto) deve andare in provincia, a meno che non sia sufficientemente benestante da potersi permettere l'acquisto o l'affitto di una casa a prezzi alti. Tutto questo favorisce chi campa di rendita, il che non è molto progressista.

La presenza di molti studenti fuori sede provenienti dal Sud fa sì che a Bologna ci sia un numero particolarmente alto di laureati che, una volta terminati gli studi, non tornano nelle regioni d'origine, ma rimangono a lavorare a Bologna, di modo che i tassi salariali tendono a comprimersi per effetto del marxiano esercito industriale (in questo caso professionale) di riserva, mentre i datori di lavoro ringraziano per la quantità di lavoratori qualificati a basso costo. Anche questo mi sembra assai poco progressista. Naturalmente, non c'è nulla di male nel fatto che i laureati provenienti dal Sud decidano di stare a Bologna; quello che è ingiusto è il fatto che il costo dei loro studi venga sostenuto per la maggior parte dalla collettività. Se pagassero per intero il costo dei loro studi non ci sarebbe nulla da ridire. Inoltre, chiunque si trovi in condominio degli studenti, oppure abiti in zona universitaria, all'arrivo dell'estate si può scordare di dormire, tanto, con l'università pagata da pantalone si può gozzovigliare fino a notte fonda e, se si va fuori corso, poco male. Naturalmente, dato il grosso numero di laureati, gli operai scarseggiano, così l'immigrazione si rende necessaria, con tutti i disagi che essa crea in un paese nel quale gli incentivi a comportarsi in malo modo sono senz'altro maggiori di quelli volti a incoraggiare un comportamento onesto.

Bologna, in sostanza, è diventata una città sempre meno operosa (come la sua indole le imporrebbe), con un numero sempre crescente di persone che campa di rendita e con un'economia sempre meno produttiva e sempre più orientata a un consumo finanziato dal pubblico denaro erogato per la copertura di gran parte delle spese universitarie. Ciò che può essere vero per il Sud, altrettanto lo si può dire per Bologna: una città che consuma di più di quel che produce.

Tra l'altro, il modello di sviluppo di Bologna, teso a favorire rentiers di ogni tipo, tende ad escludere dal corpo cittadino proprio quegli strati più poveri che le amministrazioni rosse dicono di aver tanto a cuore. Bologna sta diventando, quindi, una città a misura di ricco, spesso annoiato e vandalo, e tutto questo grazie al fatto che il tesoro nazionale copre buona parte di quello che costituisce il motore dell'economia cittadina.

I segni di un certo declino cominciano a intravedersi e benché la situazione sia decisamente rimediabile sul piano economico, lo è meno su quello morale, se pensiamo a quel grido d'allarme per nulla fuori luogo lanciato anni orsono dall'allora cardinale Biffi per una «Bologna sazia e disperata». Guazzaloca ha orgogliosamente rivendicato cinque anni di amministrazione «leggera». Mal gliene incolse. I ricchi rentiers bolognesi non hanno gradito. Di avere le strade pulite non frega nulla a nessuno, forse perché con lo strato di sporcizia che contraddistingue le strade della Bologna cofferatiana siamo tutti più alti di qualche centimetro. Dopo decenni di regime comunista, Bologna la grassa di «leggero» non vuol sentir parlare e di mettersi un po' a dieta non ne vuol sapere. Ma quando si diventa obesi, poi non ci si muove e, se si cade, poi non ci si rialza più.

Carlo Zucchi

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Ragionpolitica, periodico on line n.114 del 17/6/2005
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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