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Joël Kotek, Pierre Rigoulot Il secolo dei campiDetenzione, concentramento e sterminio: 1900 - 2000recensione di Mariacristina Nasi - 17 giugno 2005 Joël Kotek, docente alla Libera Università di Bruxelles, e Pierre Rigoulot, caporedattore di Cahiers d'histoire sociale, coautore del Libro nero sul comunismo, hanno costruito una mappa dei campi di concentramento, ricercando le ragioni che hanno condotto paesi diversi, in epoche differenti, a scegliere tale forma di detenzione, realizzando un "universo concentrazionario", dove hanno perso la vita milioni di persone. Il libro si offre come studio globale del fenomeno concentrazionario, nella sua diversità e unità; traccia la storia dei campi e ne illustra genesi, significato, tipologia, funzione, tracciando una cartografia dell'orrore, che non conosce confini. Definizioni e chiarimentiCampo di concentramento: «terreno attrezzato in fretta e in modo sommario, perlopiù ermeticamente chiuso, in cui sono raggruppati in massa, in condizioni precarie e assai poco rispettose dei più elementari diritti umani, individui o categorie di individui ritenuti pericolosi o nocivi». Il regime concentrazionario viene indissolubilmente legato al totalitarismo; ciononostante, i campi di concentramento non sono una creazione del totalitarismo. Teatro della loro apparizione sono l'isola di Cuba - impegnata, alla fine del XIX Secolo, in una lotta di liberazione nazionale - e il Sudafrica, al tempo della guerra dei boeri (inizio XX Secolo). L'espressione "campo di concentramento" è «utilizzata per indicare il luogo di detenzione durante la prima guerra mondiale». Obiettivo primario del campo è l'eliminazione, "nel senso etimologico del termine", ovvero «cacciare fuori del limes, far sparire, isolare dal corpo sociale qualsiasi persona considerata sospetta dal punto di vista politico, razziale o sociale, se non oggettivamente pericolosa». Originariamente, il campo è concepito come una «realtà temporanea, destinata a far fronte al massiccio afflusso di detenuti in seguito a una grave crisi, civile o militare». Pur essendo un elemento «emblematico dell'universo concentrazionario, il lavoro forzato non permette, di per sé, di definire la peculiarità del campo, la sua specificità rispetto al mondo carcerario». Né basta il ricorso alla violenza, se si pensa che la prigione staliniana fu il "regno della confessione indotta, spesso grazie alla tortura". «Ciò che distingue il campo di concentramento dalla prigione è anzitutto l'inquadramento giudiziario»: mentre, di norma, la prigione è riservata a persone giudicate da un tribunale regolare, quindi la loro detenzione è di tipo penale; il campo è destinato a detenuti extragiudiziari, perciò sede di una detenzione amministrativa. E' «un mezzo supplementare, parallelo all'apparato di repressione legale e ufficiale, di cui una società si dota per estromettere uomini e donne che ufficialmente non si sono macchiati di alcun crimine e che, per tale ragione, non possono essere giudicati dal normale apparato giudiziario». Ancora oggi, in Cina, Vietnam e Corea del Nord, «le prigioni rimangono appannaggio dei criminali regolarmente giudicati e condannati, mentre i campi sono riservati ai "controrivoluzionari"», ove «il prigioniero non ha diritto a un processo, ma a un rito preordinato, senza avvocato né possibilità di appello». Dietro la definizione "campo di concentramento" si nascondono realtà assai diverse. Perciò, l'espressione è stata fonte di non poche confusioni e di un relativismo eccessivo, che rivelano «la cecità nei confronti dei campi del mondo comunista di cui l'Occidente ha dato prova per lungo tempo» e l'ignoranza che porta a parlare indifferentemente di campi assai differenti tra loro. I campi assolvono a sei funzioni:
Possono essere:
E' possibile individuare analogie e premesse del fenomeno nei secoli precedenti il XX. Fin dai tempi di Napoleone, che inaugurò l'arruolamento di massa, la coscrizione obbligatoria e la formazione di grandi eserciti posero il problema della sorte da riservare ai nemici catturati; la guerra civile americana avviò le prime grandi concentrazioni di prigionieri e suggellò il "connubio tra campo d'internamento e fil di ferro", cui, nel 1867, seguirà quello spinato, «inventato per risolvere i problemi di gestione e sorveglianza delle enormi masse di bestiame dell'Ovest americano». L'istituzione concentrazionaria fu una risposta al problema della "gestione delle masse"; i primi campi di lavoro forzato risalgono al 1905 e furono «"inventati" per i sopravvissuti del primo genocidio del XX Secolo, quello degli herero del Sudest africano». Il nuovo metodo di reclusione si impose perché "pratico ed economico": «l'internamento massiccio di categorie di popolazioni oggettivamente ostili», in termini sia di costruzione sia di sorveglianza, presentava un costo incomparabilmente inferiore a quello carcerario. La Grande Guerra costituì una "svolta epocale nell'arte della guerra", rivelandosi molto più brutale rispetto ai precedenti conflitti. Ciò produsse anche una "brutalizzazione dei comportamenti", che rese gli uomini "refrattari a qualsiasi compromesso con il nemico", maldisposti e sospettosi. Parallelamente al disprezzo verso la società civile, crebbe la violenza, che sfociò nell'universo concentrazionario, "strumento di controllo sociale provvisorio", assurto a necessità nei regimi totalitari. Il totalitarismo ha «come obiettivo la trasformazione della natura umana al fine di creare un uomo nuovo»; per raggiungere tale scopo, utilizza tutti i mezzi di coercizione politica ed economica offerti dalla dittatura; è «un regime essenzialmente terroristico, il cui principio d'azione è la logica dell'ideologia. Questa volontà e quest'ambizione di trasformare l'uomo spingono a creare un sistema concentrazionario permanente la cui vocazione non è più la "protezione" della società, come nella democrazia, o il suo controllo, come nella dittatura, ma la sua rifondazione». In quest'ottica, il campo funziona come un "laboratorio", il cui ruolo «consiste nello scremare la società attuale degli elementi che la perturbano e, al tempo stesso, nel prefigurare quella nuova», secondo una "doppia prospettiva, terroristica e pedagogica". Non è l'economia a fondare l'istituzione concentrazionaria totalitaria, ma la volontà di creare un uomo nuovo; conseguentemente, «il sistema concentrazionario non può essere definito sulla base di una sua presunta funzione produttiva». Il campo è uno strumento di controllo sociale nel quale il lavoro ha una sua funzione in un contesto ora di rieducazione ora di abbrutimento; serve per «fiaccare la resistenza fisica dei detenuti allo scopo di piegarne più facilmente la forza morale»; «unisce due funzioni essenziali: correzione e punizione». «L'imposizione progressiva del concetto di redditività, che finirà per trasformare i campi in vere e proprie fabbriche, è dovuta al carattere permanente che l'istituzione concentrazionaria finisce per assumere».
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Ragionpolitica, periodico on line n.114 del 17/6/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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