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D'Alema-Prodi, la storia si ripetedi Gianni Baget Bozzo - 17 giugno 2005 «Ei fe' silenzio, ed arbitro s'assise in mezzo a lor». Sono frasi manzoniane dedicate a Napoleone, ma si addicono anche alla decisione imposta da D'Alema e Fassino a Prodi circa il listone dell'Ulivo. Il colloquio decisivo tra Prodi e Parisi da un lato e i leaders diessini dall'altro ha mostrato chiaramente dove si trova, nella coalizione di centrosinistra, il bastone del comando. Era sembrato, nei mesi scorsi, che niente fosse più sicuro che l'appoggio di D'Alema a Prodi, e quindi la volontà diessina di fare di Prodi un vero potere decisionale autonomo all'interno della coalizione, il punto di unione unico delle sue varie componenti. Non era una scelta facile per i Ds assicurare un tale spazio al prodismo portato innanzi da Arturo Parisi, ma l'impressione era che D'Alema in particolare, essendo l'autore della deposizione di Prodi nel '98, volesse essere il garante del ruolo di Prodi come leader dell'Unione e come punto di riferimento del partito riformista della Fed e dell'Ulivo, e che quindi fosse disposto a dare al Professore nel 2006 quelle garanzie che erano mancate nel '96. La costruzione tessuta da Fassino e da Parisi era perfetta. Vi era un primo nucleo, definito «partito riformista», che comprendeva diessini, margheriti, socialisti e repubblicani; questo era - per così dire - il nucleo ideologico della coalizione, quello che avrebbe dovuto corrispondere più o meno a un partito socialdemocratico europeo, anche se in forma italiana, cioè di un Paese in cui riformismo e socialdemocrazia non hanno mai avuto fortuna. Infine il partito riformista e il nuovo Ulivo erano il punto di arrivo dell'evoluzione della sinistra post-comunista, l'ultimo termine che attraverso il Pds e il Ds aveva raggiunto la fase finale di un partito di partiti, ma corrispondente in larghe linee alla sinistra europea. Per questo il ruolo della Fed non era marginale, ma costituiva il punto terminale di una lunga evoluzione culturale e politica. Tutto l'edificio è saltato da quando la Margherita ha cominciato a sentire che la definizione riformista, l'inclusione nell'Ulivo e Prodi come garanzia moderata della coalizione la riducevano a un partito ombra, mentre essa poteva contare su un fascino elettorale esercitato sui democristiani che avevano aderito al centrodestra, specie nel Mezzogiorno. Così è accaduto che i Ds hanno preferito un'alleanza con i post-democristiani piuttosto che la legittimazione definitiva, attraverso il partito riformista, del prodismo. Si è in breve ripetuto il gioco, nel 2005, che già si era compiuto nel '98, e ancora una volta D'Alema è stato il protagonista della «deprodizzazione» dell'Ulivo.
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Ragionpolitica, periodico on line n.114 del 17/6/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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