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Cefalonia: un dibattito che continua ad appassionaredi Remo Viazzi - 1 luglio 2005 Nonostante siano passati oltre due mesi dalla messa in onda da parte di Rai Uno dello sceneggiato televisivo dedicato all'epopea della divisione Acqui a Cefalonia, per la regia di Riccardo Milani, il dibattito su questo tema così scottante non sembra placarsi; anzi, ancora recentemente, sulle pagine di Avvenire (1 giugno), Roberto Beretta si è prodigato a rimettere ordine nella diatriba, con l'intento di abbandonare la dimensione «mitologica» e cercare invece di segnalare anche le «colpe» italiane. Vorrei anch'io tornare sull'argomento perché dalla pubblicazione del mio articolo è scaturita una ricca e - per me - impegnativa relazione epistolare con Massimo Filippini, che giustamente lamentava come all'epoca avessi omesso di segnalare tra i più recenti libri dedicati a Cefalonia anche il suo: La tragedia di Cefalonia. Una verità scomoda, edito dalla IBN di Roma e già recensito anche dal sito nazionale di Forza Italia. Chiedo venia tre volte: la prima perché, per completezza d'informazione (mia e dei nostri lettori), non avrei dovuto rendermi responsabile di tale grave manchevolezza, quindi perché proprio il libro di Filippini, da cui muove anche lo stesso Beretta, si segnala per essere probabilmente il più obiettivo e il meglio documentato su quei terribili giorni del settembre 1943 (vale la pena ricordare ancora una volta che Massimo Filippini è orfano di uno dei caduti di Cefalonia); la terza perché, per usare le stesse parole di Filippini «i due libri da Lei citati appartengono al filone della cultura di sinistra che Forza Italia combatte». Detto questo provo a difendermi, benché i toni di Filippini siano sempre stati corretti e tesi - come è giusto che sia - a fornire ai lettori una corretta lettura dei fatti storici: uno degli obiettivi che questa sezione di Ragionpolitica si era posta come fondamentale e necessaria. Il mio pezzo nasceva come una lettura critica della fiction televisiva e non come una vera analisi dei fatti storici. Facevo notare l'importanza dell'operazione televisiva in quanto riportava all'attenzione del grande pubblico un tema che per troppo tempo era stato passato sotto silenzio e che tornava nelle pagine di storia in maniera appunto troppo «mitica» e spesso in stretto collegamento con quello strano «referendum» dal quale prendevo nettamente le distanze: «Il referendum (un unicum nella storia militare) cui vengono chiamati i soldati dallo stesso Gandin, è presentato come un momento "alto" della vita della Divisione, di autentica democrazia, ma in realtà fu altro. Probabilmente una della pagine peggiori della storia dell'esercito». Ugualmente, così come rileva lo stesso Filippini e quindi anche Beretta, prendevo le distanze dalla virulenta demonizzazione di Antonio Gandin (un personaggio del tutto marginale nello sceneggiato televisivo) e additato quasi come il solo responsabile di quella tragedia da Paolo Paoletti, I traditi di Cefalonia. La vicenda della Divisione Acqui 1943-1944: «Gandin infatti, che stava facendo tutto il possibile per non troncare le trattative con i tedeschi e cercare di riportare a casa quelli che chiamava i suoi "undicimila figli di mamma", era stato obbligato a quella insolita consultazione da sei giorni di oltraggi, di minacce, di disobbedienze, di attentati contro la sua persona: insomma, roba da Corte Marziale». In realtà, come scrive anche Beretta, Gandin è sicuramente uno dei più lucidi, sa bene qual è la situazione: «...a Cefalonia c'erano 12 mila italiani contro duemila tedeschi: sarebbe stato facile per il Regio Esercito, subito dopo l'8 settembre, assicurarsi il controllo dell'isola. Ma il comandante della Acqui sapeva bene che la supremazia dei cieli era tedesca (infatti poi gli Stukas recitarono la parte del leone nel piegare la resistenza italiana), che nella vicina Grecia c'erano 300 mila nazisti pronti ad assediare l'isola e che lui non poteva aspettarsi aiuti né dalla patria né dagli Alleati». Insomma, chiedo le attenuanti generiche, dovute in particolare al fatto che avevo allora voluto concentrare l'attenzione più sullo sceneggiato televisivo e sulla coraggiosa scelta della Rai di proporre un argomento così complesso e pruriginoso in prima serata, piuttosto che addentrarmi nell'analisi storica dei fatti. Oggi spero di avere assolto al compito essenziale di questo articolo (che peraltro è testimonianza di un dibattito tra studiosi che proprio a partire dall'operazione voluta dalla Rai ha ripreso vigore): quello cioè di ricordare che per una corretta conoscenza delle vicende di Cefalonia è oggi ineludibile la lettura del libro di Massimo Filippini, La tragedia di Cefalonia. Una verità scomoda.
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Ragionpolitica, periodico on line n.116 del 1/7/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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