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numero 280
6 marzo 2008
 
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Ci sono cose che gli sportivi non dovrebbero neppure immaginare

di Riccardo Meynardi - 1 luglio 2005

Gli sport sono una scuola di vita. Tutti. Dagli sport di squadra che insegnano a collaborare e a stare con gli altri, alle arti marziali che portano a raggiungere equilibrio interiore. Dagli sport individuali che aiutano a pensare, a quelli di resistenza che insegnano ad auto regolarsi. Tutti insegnano agonismo e competizione, correttezza e convivenza. Uno sportivo lotterà con tutte le sue forze per arrivare primo e poi stringerà la mano a chi l'ha battuto e a chi ha sconfitto, con uguale rispetto, con uguale dignità. Con la testa alta, il sorriso o le lacrime agli occhi. Negli sport c'è passione, costanza, allenamento e determinazione. C'è filosofia, voglia di vivere e di fare bene. In molti sport c'è amore per la natura, in tutti c'è il rispetto per l'avversario, la stima per i propri compagni di squadra. Ci sono regole da rispettare, premi da vincere, tempo da spendere e soddisfazioni da riprendersi in cambio. Delusioni, amarezza, sconfitte e vittorie. Voglia di ricominciare, di migliorarsi, di combattere fino alla fine, di non darsi per vinti, di dare il meglio. Spesso bisogna riparare i propri errori, correggere le proprie imperfezioni. Mesi di allenamento che chiedono il conto in pochi minuti di gara, in una partita sotto la pioggia, in qualche giro di pista.

Lo sport è meraviglioso. Per questo, molti genitori invogliano i propri figli a praticare attività sportive che senz'altro formeranno il loro carattere. Da piccoli non è facile scegliere, i più fortunati possono provare diverse discipline prima di trovare la propria passione. Molti mollano per strada, ma l'esperienza sportiva ormai li ha segnati. Alcuni dedicano la vita intera alla propria passione; pochi ne fanno un lavoro, aprono negozi di articoli tecnici, insegnano nelle palestre, allenano; pochissimi diventano campioni internazionali; nessuno sarà mai imbattibile. Lo sport è un'ottima metafora del progresso dell'umanità: si può sempre migliorare, modificare, consolidare la propria situazione o la situazione di una disciplina.

E, come nel progresso dell'umanità, purtroppo non è tutto perfetto. Molte cose, troppe, vengono eccessivamente esasperate. L'agonismo è un arma a doppio taglio, bisogna saperla usare, non bisogna perdere di vista i propri obiettivi. Entrando in un palazzetto dello sport, in un campo d'atletica o in uno stadio per assistere ad una competizione sportiva di qualche categoria giovanile, si può assistere a due fenomeni diametralmente opposti, protagonisti dei quali sono i genitori dei piccoli sportivi. Il primo fenomeno è quello del tifo sportivo, il genitore protagonista è il cosiddetto "parens correctus" e sa incentivare il proprio ragazzo e la di lui squadra con slogan e grida entusiaste: «Forza ragazzi! Dai che ce la facciamo!». «Paolo passa la palla! Alé, tenete duro che si vince!». «Bravo lo stesso, torna in difesa!». «Bravo! Sei grande!». Alle volte il "parens correctus" si arrabbia anche: «Allenatore! E cambia schema che qua ce le prendiamo!». «Andrea, cavolo! Non fare tutto da solo, ci sono anche i compagni!». «Vuoi concentrarti oppure no!». «Arbitro era fallo, cavolo!». In ogni caso, il tono del "parens correctus" è sempre molto equilibrato, sollecita la sportività, non demonizza l'avversario.

Il secondo fenomeno è alquanto inquietane. L'esorcista è un documentario sul pesce palla, messo a confronto con le urla di certi genitori. Il "parens exasperatus" è esattamente l'esempio che il figlio sportivo non dovrebbe seguire. Esso è disperato perché vuole a tutti i costi che il proprio pargolo arrivi dove lui ha fallito. Sostituisce l'agonismo con l'arrivismo, la passione con il disprezzo dell'avversario. E' l'incubo di ogni allenatore: suo figlio deve sempre giocare, gli schemi non vanno mai bene, la formazione è sempre pessima. E' odiato da tutti i compagni di squadra del figlio: sbagliano sempre loro. Gli arbitri o i giudici di gara sono dotati di un kit di sopravvivenza per affrontare le sue ire che comprende: foto segnaletica con numero di matricola del "parens exasperatus", numero telefonico del Comando dei Carabinieri più vicino, mappa del palazzetto con indicata la via più rapida per raggiungere lo spogliatoio a fine partita, chiave dello spogliatoio per chiudersi dentro. Non di rado, dal "parens exasperatus", si sentono pronunciare frasi antisportive del tipo: «Arbitro figlio di...», «Bastar... era fallo, se vieni qui ti spezzo una gamba!!».

Vi racconto un aneddoto: assistevo ad una partita di pallacanestro di una categoria giovanile che comprende ragazzi di dodici-tredici anni. Nella squadra ospite c'era un giocatore molto bravo, capace di fare canestro anche da distanze ragguardevoli. La partita era molto combattuta, il punteggio era molto vicino alla parità. E' successo che il ragazzo molto bravo della squadra ospite segnasse tre canestri di fila, incrementando non di poco il vantaggio del suo team. A questo punto la squadra di casa era in difesa, il giocatore bravo riceve la palla e si appresta a tirare: dalla tribuna si ode un grido disperato di un "parens exasperatus": «ammazzalo!». Ammazzalo?! Ma stiamo scherzando? Si incita un ragazzino di dodici anni ad "ammazzarne" un altro. Le parole andrebbero calibrate meglio. Lo sport dovrebbe essere una scuola di vita, che ne è del buon senso?

Negli ultimi anni si parla molto di doping. Oltre ad essere dannoso per la salute, è anche e soprattutto dannoso per la morale. E' scorretto anche nei confronti di chi ne fa uso. Che significato può avere una vittoria conseguita perché si sono assunti più stimolanti dell'avversario? Non dà nessuna soddisfazione, non si gode della vittoria. Non è corretto nei confronti di nessuno. Certo che, se non si insegna ai ragazzi ad essere corretti e ad accettare la sconfitta (accettare, non arrendersi), questi, se mai ne avranno l'occasione, non esiteranno ad assumere sostanze dopanti. Magari con la complicità di società sportive, palestre, allenatori e (ebbene sì, è successo) genitori.

Sostanze dopanti sono: i cosiddetti stimolanti che migliorano il grado di attenzione e concentrazione e aumentano la resistenza alla fatica e la tolleranza allo sforzo; i narcotici che svolgono un'azione analgesica centrale e calmante, vengono utilizzati per spegnere la sensazione dolorifica (ad esempio, nel pugilato) e, per contrastarne in parte l'effetto di spegnimento dell'attenzione, vengono assunti in combinazione con sostanze stimolanti; gli anabolizzanti che inducono un aumento della massa muscolare; gli ormoni glicoproteici e proteici che stimolano la deposizione di massa muscolare e la riduzione della massa grassa, aiutano a fronteggiare lo stress; i diuretici che inducono disidratazione e dunque perdita di peso.

Detto così, sembrerebbe che il doping sia manna dal cielo per uno sportivo. Purtroppo, però, l'assunzione di queste sostanze è devastante per il nostro organismo, sia nel breve sia nel lungo termine. Ecco alcuni effetti, terribili, che sostanze dopanti inducono nel nostro organismo: Assuefazione. Ipertermia. Gravi aritmie cardiache. Eccitazione psicomotoria. Irritabilità. Emicrania. Aggressività. Allucinazioni. Alterazioni dei riflessi. Ansia. Anoressia. Insonnia. Nausea. Tossicodipendenza. Aumento di estradiolo (ormone femminile). Morbo della "mucca pazza". Obesità. Osteoporosi. Ulcera gastroduodenale. Diabete. Riduzione delle difese immunitarie. Cefalea. Depressione. Ridotta funzione neuromuscolare. Difficoltà di termoregolazione. Blocco atrioventricolare. Collasso cardiocircolatorio. Ipotensione.

Bisogna considerare, poi, che molti di questi effetti collaterali sono permanenti e non cessano quando si interrompe l'assunzione della sostanza che li ha scatenati. Non bisognerebbe mai barattare la propria passione con una vittoria facile ed immeritata. Tutti i risultati che vengono raggiunti col doping, possono essere ugualmente raggiunti con l'allenamento, senza effetti collaterali, con il vero gusto della vittoria.

! Riccardo Meynardi
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