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La sfida di una generazionedi Pietro De Leo - 15 luglio 2005 E' stato detto più volte che il terrorismo, proprio perché globale, ha nei mezzi di comunicazione il suo punto di forza. Per questo, il fatto che da Londra ci sia giunto, sotto il profilo televisivo, solo lo strettamente indispensabile a mostrare la drammaticità della cronaca senza enfatizzarne il lato macabro, rappresenta una sconfitta per i terroristi che, invece - New York e Madrid ce lo ricordano - vogliono la spettacolarizzazione della sofferenza. Il terrorismo, nella sua smania di destabilizzare l'Occidente, punta molto su quella generazione che con i new media si sta formando. Non per niente molti messaggi appaiono sui forum di internet, molti video di imam radicali che inneggiano alla distruzione degli infedeli sono sul web con tanto di sottotitoli in inglese. Per questo, contro il terrorismo, c'è una chiamata generazionale. Una generazione deve dimostrarsi in grado di fronteggiare un'invasione che è prima di tutto culturale. Il messaggio di Al Qaeda, infatti, se togliamo la sua componente di fanatismo religioso, è ricco di qualunquismo terzomondista. Chi ha messo in stretto collegamento i teppisti di Greeneagles ai terroristi di Londra ha compiuto un errore grossolano di valutazione: ciò che interessava ai terroristi non era il messaggio portato avanti dalla protesta contro il G8, ma il G8 stesso, visto come la collegialità del nemico Occidente. Il G8 che, peraltro, non aveva al centro dell'agenda il terrorismo internazionale. Però è chiaro che una classe intellettuale (e generazionale), nata e cresciuta in Occidente, e che vede proprio nell'Occidente il «male assoluto» del pianeta, alimenta la convinzione del terrorismo islamico che la destabilizzazione possa essere veicolata anche da quella parte dell'Occidente che rifiuta sistematicamente la propria cultura. Purtroppo, quando si pensa alle giovani generazioni, non viene mai in mente una moltitudine pronta a difendere la propria civiltà, attenta e critica nei confronti della classe dirigente, ma che non perde mai di vista i valori su cui si fonda la sua storia. Ciò che salta subito in testa invece è una ribellione incondizionata e basata troppo spesso su luoghi comuni, l'incapacità di distinguere le varie componenti del nostro presente. Ora è il momento di cambiare. Di fronte alla minaccia terroristica, i giovani sono chiamati ad una vera prova di maturità. Saper distinguere l'Islam moderato dall'estremismo, avvicinarsi ai problemi del Medio e dell'Estremo Oriente senza pregiudizi, saper vagliare la mole immensa di informazioni veicolate dai media. E, soprattutto, ripensare il concetto di libertà. Una libertà che è stata sempre il fondamento del nostro tempo, ma che, ora, risulta compromessa dall'inevitabile condizionamento psicologico di chi sa di correre un pericolo. Solo così, con una partecipazione alla vita pubblica che non sia urlata, i giovani sapranno giocare il proprio ruolo e dare un consistente aiuto ad un Occidente (e un Oriente moderato) che non può permettersi di avere paura. Con il disorientamento e il giacobinismo infarcito di slogan, invece, non si costruisce di certo il domani.
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Ragionpolitica, periodico on line n.118 del 15/7/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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