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numero 280
6 marzo 2008
 
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Il «paradiso radioso» di Kim Il Sung

Pyongyang, schizofrenia dell'urbanistica moderna

di Riccardo Forte - 15 luglio 2005

Pyongyang, la statua di bronzo di Kim Il Sung presso Mansu Hill (a sinistra); a destra, il progetto per il Palazzo dei Soviet a Mosca (Boris Iofan, 1933)Nella letteratura contemporanea del Movimento moderno, la storiografia architettonica italiana ha indagato con un'ampia produzione scientifica i «luoghi privilegiati della modernità», trascurando con intenzionale sistematicità territori disciplinari considerati erroneamente marginali. Un inedito reportage pubblicato dalla rivista di architettura Domus (n. 882, giugno 2005) colma una delle lacune più significative, dedicando un'attenta e rigorosa ricognizione critica all'urbanistica moderna di Pyongyang, capitale della Repubblica Popolare Democratica di Corea. Il dossier, esito di un viaggio di studio di Domus su invito della Korean Architects Union di Pyongyang, ricostruisce i paradossi della storia e l'inquietante attualità dell'ultimo avamposto stalinista del pianeta. Come è stato efficacemente sintetizzato nella scheda riassuntiva che accompagna l'indagine, oggi la capitale nordcoreana, un gigantesco agglomerato urbano diviso amministrativamente in 16 distretti con una popolazione stimata di 2,7 milioni di abitanti, è una metropoli sospesa tra «Medioevo e fantascienza». Nelle prospettive irreali che disegnano le sterminate urban freeways fiancheggiate da immensi grattacieli e casermoni di cemento e acciaio, si condensano e si materializzano, in una cupa atmosfera di oppressione, le scenografie di un universo concentrazionario che rimanda alle sequenze allucinate dei film di Stanley Kubrick e alle visioni alienate di Metropolis e di Blade Runner.

Pyongyang, Monumento al Partito dei Lavoratori (© Domus, n. 882, giugno 2005)Pyongyang è una città sconvolgente nelle sue aberrazioni. Con un'attitudine agghiacciante che sembra essere direttamente mutuata dalla finzione cinematografica, il ritmo della vita degli abitanti della metropoli, che procedono nelle vie della città in ordinato silenzio con un'esepressione inerte, come automi lobotomizzati, è scandito dalla onnipresente macchina orwelliana comunista: ogni giorno, per tre volte nel corso della giornata (alle cinque del mattino, a mezzogiorno e a mezzanotte), dalla Grande Biblioteca del Popolo, grazie a un sofisticato sistema tecnologico, la Canzone del Generale Kim Il Sung risuona nella città, ripetendo ogni volta i medesimi slogan propagandistici, ossessivo copione di un incubo senza fine. Come in un set cinematografico, nelle strade i semafori sono del tutto assenti. Al centro di ogni incrocio, solerti vigilesse dirigono in un'atmosfera surreale un traffico pressoché inesistente. Durante le ore notturne, la quasi totale assenza dell'illuminazione pubblica (solo le aree monumentali e i principali luoghi pubblici sono illuminati) rende i quartieri urbani ancora più spettrali.

Il piano collettivo di Pyongyang, manifesto ideologico dell'urbanistica totalitaria

Completamente distrutta nel 1952 a seguito dei bombardamenti della Guerra di Corea, Pyongyang è stata ricostruita secondo un modello urbanistico visionario concepito dallo stesso Kim Il Sung. Monumento urbano dell'ideologia Juche (in coreano "soggetto") - una dottrina che sviluppa una concezione di comunismo autarchico - la capitale nordcoreana è la trasposizione simbolica del suo paranoico despota. Ogni aspetto della vita sociale e culturale di questo Paese ruota attorno alla figura carismatica del "Grande Leader", nominato presidente eterno della Repubblica Democratica Popolare di Corea dopo la sua morte avvenuta nel 1994.

Veduta del centro urbano di Pyongyang dal Koryo Hotel verso Seuseung Street (© Domus, n. 882, giugno 2005); a destra, la locandina del film Metropolis (Fritz Lang, 1927).In linea con i modelli ideologici dei regimi totalitari del Novecento, il culto paranoico della personalità è alimentato con ossessiva pervicacia dal figlio primogenito, il "Caro Leader" Kim Jong Il, erede designato al governo dell'unico stato comunista su base dinastica del pianeta. Grandi monumenti celebrativi sono dedicati al fondatore della Nazione, come la gigantesca statua in bronzo presso Mansu Hill, l'Arco di Trionfo e il Monumento al Partito dei Lavoratori (un trittico in cemento nel quale, alla consueta falce e martello, è aggiunto il pennello calligrafico, simbolo dell'alleanza patriottica tra gli operai, i contadini e gli intellettuali), che nel gigantismo di scala delle mani impugnanti mostra inquietanti e non casuali analogie con il monumento trionfale (le due scimitarre incrociate) fatto erigere da Saddam Hussein alla fine degli anni Ottanta per celebrare la guerra combattuta contro l'Iran. I grandi pannelli della propaganda di regime, che punteggiano con rigore maniacale i principali incroci e le arterie della città, rammentano ai suoi sfortunati abitanti le "gloriose conquiste" della rivoluzione coreana. Lo stesso Kim Il Sung vi è raffigurato come laica divinità, frequentemente con la matita in mano, in veste di improbabile architetto, mentre esorta i suoi cittadini a seguirlo nel processo di costruzione economica e sociale della Nazione.

Pyongyang, blocchi residenziali collettivi in un'immagine degli anni Novanta.Il piano per la ricostruzione della città, approvato dal Consiglio dei Ministri nel 1952, è presentato ufficialmente a Varsavia in quello stesso anno in occasione della Conferenza Mondiale degli Architetti. Un ampio studio della storia e della produzione architettonica internazionale ha accompagnato tutte le fasi dell'elaborazione del piano. In esso si condensano, in una sorta di repertorio iconografico, gli stili dell'architettura di ogni tempo, simulacri kitsch di un Occidente da parodia. Dalla muraglia cinese al Taj Mahal, dalle piramidi all'Acropoli di Atene, al Pantheon e al Colosseo, gli episodi più salienti della storia dell'architettura concorrono a definire, in un ideale mosaico stilistico, i modelli architettonici e urbani del nuovo stato. La città ha il suo centro simbolico nella piazza Kim Il Sung, fulcro del sistema urbano; sulle facciate degli edifici in stile vagamente classicheggiante che delimitano il grande spazio quadrato, campeggiano, insieme a slogan e immagini propagandistiche, i ritratti di Kim Il Sung, di Marx e di Lenin. Le grandi costruzioni celebrative (alberghi, palazzi per lo sport, teatri, musei) punteggiano simbolicamente, come emergenze scenograficamente isolate, i luoghi strategici della città.

Per oltre quarant'anni - dai primi anni Cinquanta all'inzio degli anni Novanta - l'autarchia scaturita dall'isolamento politico e culturale del Paese ha prodotto una sorta di super-eclettismo esotico e storicista, attraverso il quale si è cercato di dare compiuta espressione formale a un linguaggio rappresentativo della cultura architettonica nazionale. L'edificazione della città, alla perenne ricerca di una propria identità, ha proceduto per analogie, replicando in una successione compulsiva di "non luoghi" urbani forme e storie mutuate da altri luoghi. Ma Pyongyang è soprattutto uno spazio urbano nel quale, nella ristretta concentrazione di pochi chilometri quadrati, si declinano e si confrontano le differenti espressioni della modernità, componendo un affresco surreale che coniuga i postulati disciplinari delle avanguardie storiche del Movimento moderno (Mendelsohn, Behrens, Le Corbusier, Mel'nikov, Wright), con i modelli urbanistici di punta della scuola sovietica.

Pyongyang: a sinistra, il Ryugyong Hotel (1987); a destra, la Torre di Babele in un dipinto di Pieter Bruegel del 1563 (Museum Boymans-van Beuningen, Rotterdam).Il centro urbano della metropoli è la trasposizione letterale di tali enunciati: il tracciato viario si dipana lungo direttrici ortogonali che disegnano in progressione ampie strade-quartiere (Chollima Street, 1970; Rangwon Street, 1975; Munsu Street, 1983; Changwang Street, 1985; An Sang Thaek Street, 1987; Kwangbok Street, 1989; Thongil Street, 1993) fiancheggiate simmetricamente da enormi complessi residenziali, versione coreana del superblocco sovietico. La vertigionosa crescita demografica degli ultimi decenni ha imposto agli architetti nordcoreani l'edificazione di alte torri residenziali che si alternano senza soluzione di continuità ai blocchi di abitazione in un desolante scenario di alienazione sociale. A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta si assiste alla costruzione di un paesaggio urbano che opera un distaccamento progressivo dai modelli tipologici del blocco socialista, a beneficio di un'interpretazione caricaturale della produzione architettonica americana e giapponese. Così, se nel monumentalismo irreale della Thongil Street si ravvisa la medesima impostazione del piano visionario di Ludwig Hilberseimer per la città verticale (1924), i grattacieli poligonali di Kwangbok Street rimandano immediatamente alle città-torri cruciformi del Plan Voisin (1925) e della Ville Radieuse di Le Corbusier (1935), mentre l'architettura brutalista dei grattacieli che fiancheggiano Changwang Street aderisce esplicitamente al modello tipologico residenziale delle Tracey Towers di Paul Rudolph a New York (1967-72).

La fine dell'Utopia

L'utopia modernista, declinata in un'astrazione calligrafica e terrificante, è la chiave interpretativa dell'identità della capitale nordcoreana, il luogo in cui - come ha ricordato Andrea Petrecca - più che in ogni altra città del mondo, «il sogno del moderno è diventato realtà, [degenerando] nell'incubo di una metropoli costruita sulla base di un unico disegno globale». L'esperienza urbana di Pyongyang che si è prodotta nel corso delle sue differenti fasi storiche ci restituisce oggi, nella vocazione autoreferenziale delle sue architetture totemiche, una traduzione, alterata e non più riconoscibile, «di quello stesso Progetto Moderno che per oltre mezzo secolo l'Occidente aveva proposto e successivamente abbandonato: è la città che sposa con dedizione assoluta la causa della modernità», sacrificandola ai dogmi di un'ideologia delirante e disumana. Il cantiere incompiuto del Ryugyong Hotel - una gigantesca piramide di cemento armato di 330 metri di altezza e 105 piani (con una capienza complessiva di 3000 camere) che domina lo skyline della capitale - fissa idealmente nella materia del costruito gli stigmi e le contraddizioni di un'esperienza storica drammaticamente epocale. Costruita nel 1987 e rimasta fino ad oggi allo stadio di scheletro strutturale, questa moderna Torre di Babele - rovina metafisica della contemporaneità - segna simbolicamente il fallimento di un'utopia costruttiva e sociale che ha tragicamente disatteso e tradito le sue nobili aspettative.

! Riccardo Forte

Fonti bibliografiche e iconografiche

  • Domus, n. 882, giugno 2005
  • www.korea-dpr.com
  • www.kimsoft.com/dprk.htm
  • en.wikipedia.org/wiki/ryugyong_Hotel


Didascalie illustrazioni

  1. Pyongyang, la statua di bronzo di Kim Il Sung presso Mansu Hill (a sinistra); a destra, il progetto per il Palazzo dei Soviet a Mosca (Boris Iofan, 1933).
  2. Pyongyang, Monumento al Partito dei Lavoratori (© Domus, n. 882, giugno 2005).
  3. Veduta del centro urbano di Pyongyang dal Koryo Hotel verso Seuseung Street (© Domus, n. 882, giugno 2005); a destra, la locandina del film Metropolis (Fritz Lang, 1927).
  4. Pyongyang, blocchi residenziali collettivi in un'immagine degli anni Novanta.
  5. Pyongyang: a sinistra, il Ryugyong Hotel (1987); a destra, la Torre di Babele in un dipinto di Pieter Bruegel del 1563 (© Museum Boymans-van Beuningen, Rotterdam).
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Ragionpolitica, periodico on line n.118 del 15/7/2005
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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