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Oltre la solitudine dell'iodi Gianteo Bordero - 23 luglio 2005 «Ecco qui il mio primo post, l'introduzione, il manifesto. Questo è il diario pubblico di un aspirante suicida. Un aspirante suicida: perché ormai le idee le ho chiare, so cosa farò e so quando lo farò». Cominciava così, con queste parole shockanti, il primo post del blog con il quale Ciro Milani, 26 anni, di Lecco, dallo scorso aprile aveva annunciato sul web, apertis verbis, la sua decisione di suicidarsi. Una decisione che il giovane lombardo ha tragicamente messo in atto la notte del 10 luglio, gettandosi dal ponte di Paderno, che separa Lecco da Bergamo, sul fiume Adda, con un salto nel vuoto di 70 metri. Sempre, di fronte a un suicidio, e al suicidio di un giovane, si rimane senza parole, col sangue ghiacciato nelle vene, con un senso d'impotenza immediato che sembra accendere in noi uno iato profondo tra ragione e realtà, che sembra dare uno schiaffo al nostro solito procedere per analisi, e che ci ributta in faccia il dramma quotidiano dell'esistenza. Ma in questo caso lo shock è amplificato proprio dal fatto che Ciro Milani ha voluto consegnare a quel mondo di solitudini che si sfiorano - qual è quello dei blog - il suo percorso, la sua delusione, la sua amarezza, il suo «male di vivere». Non servono analisi. Quelle le lasciamo volentieri ai sociologi, pronti ogni anno ad annunciarci nei loro resoconti, con la freddezza dei numeri, delle tabelle e dei grafici, un mondo in cui l'io appare sempre più destrutturato, frammentato, ultimamente solo con se stesso. Non vogliamo neppure rimettere in campo il discorso trito e ritrito, pronto alla bisogna, del «disagio sociale», in cui ci sta dentro tutto e il suo contrario, fuorché - appunto - l'io, il singolo, la persona unica e irripetibile. La storia di Ciro Milani andrà così ad ingrossare le percentuali in tabella, diventerà anch'essa un numero nel mare magnum del «materiale sociologico». Farà percentuale nella casella «suicidi». Il prossimo rapporto Censis ci dirà quanti Ciro Milani ci sono stati nell'anno in corso. E tutto finirà lì. Eppure c'è un cuore del problema che non si può evitare, perché è una domanda ributtata in faccia a ciascuno. Si dice e si legge spesso, a commento di fatti come quello raccontato: «Oggi l'io è solo». Questa solitudine dell'io non è una categoria che si possa comprendere in astratto se non come sollazzo intellettuale fine a se stesso. Non c'è bisogno che Giuseppe De Rita ci spieghi con le sue analisi che viviamo in un mondo «molecolare», quando questa solitudine la sentiamo tutti, la percepiamo tutti - chi come una morsa, chi come un pericolo da scongiurare - ma comunque come l'orizzonte esistenziale che il pensiero dominante ci offre. Questa solitudine che non è neppure lo star da soli, il vivere «per i fatti propri», rifuggire la compagnia, ma è la mancanza radicale di un orizzonte di significato, di un punto vivo e vitale da cui poter guardare il mondo, di un «tu» cui poter affidare la propria esistenza. Se c'è una cosa che colpisce, leggendo le risposte di chi interagiva col blog di Ciro Milani, è la tragedia del cinismo dominante. «Link su link mi portano al tuo sito. Che cavolo aspetti a buttarti? Descrivi tutto ciò unicamente per poter essere fermato? Ma va! Non hai le palle per farlo altrimenti lo avresti già fatto» scrive uno. E un altro: «Sono arrivato a pensare che non esista alcuno scopo, nella vita. Non esistono motivazioni. Puoi solo vivere e guardare la vita con ironia, accettare l'assenza di senso e riderci sopra». E gli esempi potrebbero continuare. Una cosa che brucia come una ferita sanguinante, e che non può lasciare umanamente indifferenti, è ritrovarsi immersi in questo clima che si è arenato, come cultura dell'esistenza, come proposta per la vita di ciascuno, sulla «sponda sabbiosa di una aridità, di un deserto umano, dove il soggetto della pena è l'io», per usare le parole di una delle coscienze più acute del nostro tempo, quella di don Luigi Giussani. In questa «aridità», in questo «deserto» stiamo stretti - la persona sta stretta, come in ogni formula ideologica - perché domina la scena una sorta di solipsismo cinico e conclamato, una specie di assolutizzazione dell'io che finisce col divenire infine la sua stessa condanna, la prigione in cui vengono rinchiuse le domande, le speranze, le attese più profonde che ognuno porta con sé. E che sono destinate a rimanere senza risposta - questo è urgente riscoprire - se l'io non si apre a un «tu», se tutta la dinamica della ricerca della felicità non diviene una porta aperta all'ingresso del vero nella vita. Pensare l'uomo solo, frantumando il suo tessuto connettivo, sciogliendolo dai legami vitali che lo costituiscono come persona, è il più grande delitto che ci possiamo permettere, esistenzialmente e culturalmente. Speculare su questa solitudine di fatto senza contestarla significa, per ciò stesso, rinunciare ad aprire lo sguardo sulle possibilità di bene che ci vengono dalla realtà, dalla fraternità umana, dal giocare nella relazione il nostro io, il nostro cuore di uomini in ricerca. Scriveva Pavese nel suo Mestiere di vivere: «Da uno che non vuol condividere con te il destino non bisognerebbe accettare neppure una sigaretta». E' impressionante leggere le pagine struggenti del blog di Ciro Milani e le risposte dei suoi interlocutori prive, fino all'ultimo, di questo desiderio - così umano eppure oggi così censurato - di condividere la ricerca del senso della vita, non come trip intellettuale, ma come sorgente di compagnia umana; di uscire dalla scatola virtuale del proprio blog e spalancare insieme lo sguardo su ciò che c'è oltre l'io, oltre i confini angusti della propria solitudine.
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Ragionpolitica, periodico on line n.119 del 23/7/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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