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6 marzo 2008
 
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Primo Levi ed il valore del lavoro

di Daniele Funicelli - 29 luglio 2005

Primo Levi è uno scrittore che a scuola ci viene sempre presentato come l'autore di una sola opera, Se questo è un uomo, magari ci viene accennata l'esistenza della continuazione di questo libro, chiamata La tregua. Ma niente di più. E' un vero peccato.

Primo Levi ha scritto alcune opere di sorprendente allegria, tra le quali quella che più colpisce è La chiave a stella. Questo libro è stato, per Levi, un evidente atto di coraggio nei confronti della sua coscienza poiché, avendo vissuto (e avendo così abilmente descritto nelle sue opere precedenti) il lavoro coatto dei campi di sterminio, egli riesce a trovare una positività impensabile, anche per un uomo comune, nel lavoro stesso. Leggendo questo libro viene da pensare a Levi come ad un uomo che, dopo gli orrori di Auschwitz, ha ritrovato il suo essere uomo e la sua identità nel lavoro che amava.

Dalla fine del diciannovesimo secolo la società sta commettendo un gravissimo errore, quello di lasciare in mano alla tradizione marxista-leninista qualsiasi peculiarità di giudizio sul lavoro, facendoci dimenticare che questo non aliena ma bensì nobilita l'uomo, anche se spesso a prima vista può non sembrare così.

A questo punto vorrei riportare e commentare brevemente alcuni estratti molto significativi del libro di Levi di cui sto parlando, e che esaltano all'ennesima potenza il valore che il lavoro ha per l'uomo e per la società. «Tuttavia [...] ho cercato di chiarirgli che tutti e tre i nostri mestieri, i due miei ed il suo, nei loro giorni buoni possono dare la pienezza». Questa breve affermazione, presente all'inizio del libro, dà il senso di come l'autore consideri il lavoro: un qualcosa che ha radicato dentro di sé una positività strutturale. «...ci intendiamo a volo, e se uno è più in gamba, l'altro stia pure sicuro che gli dà ascolto, anche se non ha il grado». La grandezza di questa frase sta nel sottolineare l'importanza e l'assoluta naturalità della meritocrazia: il più bravo deve essere seguito dal meno bravo, il quale prenderà questa sua posizione di inferiorità non come una punizione ma come il giusto modo di affrontare le cose.

«Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. [...] Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse fare a meno [...]. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena, ma l'amore o rispettivamente l'odio per l'opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell'individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge».

In questo breve estratto Levi mostra nei confronti della società il suo irrinunciabile volto negativo, denunciando quello che è il modo diffuso di concepire il lavoro: o cinicamente o stupidamente. Ma all'inizio afferma in maniera straordinaria ciò che ogni operaio vorrebbe sentirsi dire, invece di essere considerato solo una povera vittima delle strutture produttive marxiste, cioè che l'amare il proprio lavoro rende felici.

Chiudiamo la nostra riflessione con questa ulteriore citazione che è come una sintesi, non solo del libro, ma di tutta l'esperienza umana più vera. «Io credo proprio che per vivere contenti bisogna per forza avere qualche cosa da fare, ma che non sia troppo facile; oppure qualche cosa da desiderare, ma non un desiderio così per aria, qualche cosa che uno abbia la speranza di arrivarci». L'augurio, per tutti, è quello di avere un desiderio nell'anima che sia il più grande e pieno di speranza possibile.

Daniele Funicelli

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  • commento - di stellina - 17 gennaio 2006 08:17
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Ragionpolitica, periodico on line n.120 del 29/7/2005
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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