|
|||||||
|
|
Pace e libertà nel mondo, il contributo italianodi Simone Rosti - 29 luglio 2005 Iraq e Afghanistan sono i due scenari più noti delle operazioni di pace e di ricostruzione, in cui i professionisti italiani, militari e civili, sono impegnati. Ma da mezzo secolo Roma supporta, sia nel contesto delle Nazioni Unite che in altri ambiti, generalmente regionali, le missioni di peacekeeping come utile strumento alla ricostruzione politica, sociale, culturale ed economica di paesi martoriati dalle guerre e da violenze di ogni genere. Insomma, un sano contributo allo sviluppo della pace, dei diritti umani e delle libertà nel mondo. Novemila italiani coinvolti. Presenza in quindici paesi. Generoso finanziatore del sistema di peacekeeping di Palazzo di Vetro, il nostro Paese è il sesto contribuente fra i 191 paesi membri, con una percentuale del 5% sulla spesa totale. Finanziamenti per 140 milioni di dollari nel 2004. Sono questi alcuni numeri, stando ai dati del Ministero degli Affari Esteri, che rendono l'Italia fra gli stati in prima linea impegnati in uno sforzo per il bene comune di quei paesi in cui si interviene. Bosnia, Albania, Balcani, Kosovo, Macedonia, Marocco, Senegal, Sudan, Etiopia/Eritrea, India/Pakistan, Malta, Libano, Egitto, Israele, Territori palestinesi, Afghanistan e Irak. Su questi campi è impegnato lo sforzo italiano nel mantenimento della pace, ma non solo. Infatti, sebbene in alcune missioni (come quella in Kashmir o sui confini etiopi ed eritrei) il ruolo delle forze italiane sia prettamente di vigilanza, osservazione e deterrenza, in altri scenari le forze di pace svolgono ruoli assai più consoni alla definizione di peacebuilding, letteralmente di costruzione della pace, vale a dire di attività legate alla ricostruzione economica, civile e amministrativa del contesto in cui si opera. Infatti in Afghanistan, sebbene la mission principale dell'operazione, iniziata nel novembre 2001, riguardi la lotta al terrorismo e lo sradicamento di sacche di supporto al fanatismo islamico, il ruolo italiano è assai più complesso e, fra le altre cose, porta in dote il supporto allo sviluppo del sistema giudiziario, annichilito dagli anni di dominio talebano e dei signori della guerra, attraverso la riforma e la strutturazione dell'architettura complessiva dell'amministrazione giudiziaria e la formazione del personale. Ancora più importante e strutturata la missione Antica Babilonia, ovvero i compiti dei quasi 3500 italiani impiegati in Iraq. Istituita per legge il primo agosto 2003, rifinaziata giovedì scorso alla Camera, la missione prevede un contingente operativo sotto il comando britannico, con compiti fondamentali nella ricostruzione del paese e nella messa in sicurezza dell'area. Infatti, riguardo quest'ultimo punto, le forze italiane presidiano il territorio attraverso operazioni proprie di polizia locale, salvaguardando obiettivi sensibili, dispiegando check-point e addestrando il personale irakeno, per avviarlo a svolgere tali compiti in autonomia. La missione nell'area attorno a Nassiryah vede i nostri connazionali svolgere anche compiti di supporto al nationbuilding in campi quali la giustizia, l'istruzione, la sanità, i servizi pubblici, le infrastrutture e la pubblica amministrazione. Ma l'impegno di Roma non si esaurisce qui. Sotto il semestre europeo a Presidenza italiana, Silvio Berlusconi strinse un accordo, a nome dell'Ue, con Kofi Annan, Segretario Generale delle Nazioni Unite, per la cooperazione nella gestione delle crisi, la cosiddetta Joint Declaration Ue-Onu. Sempre sotto il governo Berlusconi, ma quello del 1994, l'Italia mise a disposizione Brindisi quale base logistica dell'Onu, impegno che nel dicembre 2001 (con il Cavaliere a Palazzo Chigi) fu rafforzato al fine di espandere la base e renderla uno degli appoggi più importanti di Palazzo di Vetro nel Mediterraneo. Fra gli scopi del sito, l'essere punto strategico per il dispiegamento delle forze di reazione rapida, supporto nella tecnologia delle informazioni e centro di formazione per esperti. Anche in quest'ultimo campo, quello del training, l'Italia è all'avanguardia quanto a contributi materiali e intellettuali. A Torino, infatti, è presente lo UN System Staff College, una sorta di alta scuola di formazione per preparare anche peacekeepers. Rilevante il contributo dato da Roma per allevare personale esperto africano, al fine di rendere autonomi gruppi di militari e civili del continente nero nelle situazioni di crisi in un'area martoriata da guerre, violenze e autoritarismi, trasferendo know how al capitale umano. Insomma, di fronte a chi piange e si lamenta contro i «nuovi imperialismi», sostenendo nel mondo regimi autoritari e totalitari, di fronte a chi fa del pacifismo un'ideologia cieca e altrettanto violenta, ci sono paesi e uomini che si impegnano concretamente e realisticamente con operazioni di peacekeeping e di peacebuilding. Segnali tangibili di un'assunzione di responsabilità a favore della pace, dello sviluppo economico, della libertà, dei diritti umani e contro il terrorismo.
|
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.120 del 29/7/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||