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Com'è facile manipolare la storiadi Erik Marangoni - 29 luglio 2005 Sono passati 60 anni, eppure esiste in Italia una questione che ancora divide gli animi, suscita passioni e provoca scontri tra le opposte fazioni. Si tratta della seconda guerra mondiale, evento tragico per il mondo intero, ma soprattutto per l'Italia che, dopo l'8 settembre 1943, oltre alle grandi sofferenze delle battaglie in Russia, nei Balcani, in Africa, visse l'esperienza dolorosa della guerra civile. Dolorosa non tanto e non solo per il numero delle vittime, ma anche per le divisioni che essa provocò nella società italiana. Gli scontri relativi alla memoria storica della guerra fratricida italiana sono all'ordine del giorno. Uomini politici di tutte le età si affannano, in ogni occasione, a ricordare la resistenza contro il vecchio e il nuovo fascismo. Durante la festa per la liberazione del 25 aprile mai viene ricordato chi combatté e morì dalla parte considerata «sbagliata», il quale, anzi, viene condannato ogni volta di più. Eppure erano italiani anche gli altri, i «neri»: uomini, donne, ragazzi, dirigenti e muratori, operai e industriali, appartenenti a tutte le classi sociali. Ebbero solo un torto, quello di trovarsi dalla parte dei perdenti, degli sconfitti. Qualche mese fa, dalle colonne di alcuni quotidiani nazionali, esplosero le invettive dei sapienti dell'intellighenzia italica di sinistra alla notizia che alcuni parlamentari di centro-destra avevano intenzione di presentare un progetto di legge, finalizzato al riconoscimento, ai soldati che militarono nell'esercito di Salò, dello status di combattenti, realizzando così un'intollerabile (per i sapienti) equiparazione tra repubblichini da una parte e soldati (quelli fedeli al Re) e partigiani dall'altra. Premesso che non ci si poteva aspettare un atteggiamento molto diverso nei confronti di un argomento ancora tanto dibattuto, tuttavia si sperava che l'iniziativa recente di esponenti del centro-inistra (leggasi Pansa, Violante, Veltroni), nell'ottica della riconciliazione nazionale, avrebbe trovato terreno fertile. Invece no, il centro-destra venne accusato di voler giustificare i crimini commessi dai repubblichini e la proposta di legge condannata senza appello, con motivazioni a dir poco fantasiose. Si, perché in un regime democratico si può essere a favore o contrari ad un determinato provvedimento, ma almeno si dovrebbe sempre cercare di supportare le proprie idee con argomentazioni veritiere. Purtroppo, invece, si continua a trattare l'argomento «seconda guerra mondiale» partendo da basi ideologiche, dalla contrapposizione fascismo/comunismo, in tal modo commettendo errori e mistificazioni che risultano funzionali alla legittimazione dei partiti più estremi dello schieramento politico. I sapienti ritengono comunemente che solo i soldati del governo «legittimo» di Badoglio e i partigiani possano meritare lo status di combattenti, in quanto gli altri, quelli della Repubblica sociale, erano semplici mercenari, essendo il regime di Salò un governo-fantoccio, tenuto in vita dalle baionette tedesche. L'esercito della RSI, inoltre, non può essere considerato a tutti gli effetti un esercito «normale» in quanto impiegato principalmente nella lotta contro le formazioni partigiane e non, come quello regio, contro le truppe di un esercito invasore (la Wehrmacht tedesca). Ebbene, non risulta che il governo considerato legittimo, quello di Badoglio per intenderci, godesse di grande autorità. Infatti, le forze alleate anglo-americane esercitavano, nei confronti di Badoglio, un forte potere di controllo che ne riduceva grandemente lo spazio di manovra, nonostante la presenza della Casa Reale. Perciò, non ha senso definire illegittimo il governo di Mussolini e legittimo quello di Badoglio. Entrambi, infatti, dovevano rendere conto, anche per le più piccole questioni, a tedeschi da una parte, anglo-americani dall'altra, mentre buona parte del paese era terra di nessuno, dove regnava sostanzialmente la legge del più forte. Ancora, non ha senso definire non combattenti le truppe repubblichine, in quanto usate prevalentemente contro le forze partigiane e non contro le truppe di invasione anglo-americane. A parte il fatto che numerosi reparti delle Forze Armate della Repubblica vennero effettivamente impiegate in azioni di guerra contro gli eserciti alleati, tra i compiti delle Forze armate c'è anche la difesa del territorio nazionale, e la lotta contro i partigiani è da considerarsi come il tentativo di salvaguardia della legittimità dell'ordine costituito, che possiamo definire come vogliamo: anti-democratico, guerrafondaio, fascista, ma che in ogni caso era l'unico ordine esistente, almeno nell'Italia settentrionale. Inoltre, se la fedeltà alla Casa Reale viene considerata come condizione necessaria a garantire la legittimità di chi combatté nel campo anti-fascista, c'è anche da dire che molti partigiani, lungi dall'essere inquadrati in truppe regolari, non obbedivano ad altri se non ai propri capi e avrebbero volentieri fatto a meno del Re. Si dimentica spesso che la svolta di Salerno (cioè la decisione di Togliatti di collaborare con Casa Savoia in vista della lotta contro il nazi-fascismo) non fu certo un'iniziativa personale del leader comunista, bensì venne imposta ai compagni italiani dall'Unione Sovietica, nell'ottica di una più grande strategia, finalizzata alla sconfitta totale del nazi-fascismo e all'imposizione del dominio sovietico su tutta l'Europa occidentale. Ancora, i sapienti ritengono legittimo solamente l'esercito fedele al Re e i partigiani, in quanto avrebbero combattuto per l'instaurazione, in Italia, di un sistema democratico, contro la dittatura nazi - fascista. Ebbene, sono oramai note le diatribe e i conflitti scoppiati tra le diverse anime delle formazioni partigiane circa il futuro assetto da dare all'Italia liberata. I gruppi comunisti, galvanizzati dalla prospettiva della Rivoluzione bolscevica, erano in trepida attesa della nascita della dittatura del proletariato e, in tale prospettiva, era necessario eliminare quanta più gente possibile, anche se non direttamente coinvolta nei crimini del regime fascista. Una dittatura che, contrariamente a quanto si ritiene comunemente, era ben nota agli italiani grazie ai racconti dei reduci dal fronte russo, ma che soprattutto era conosciuta dagli stessi dirigenti del partito comunista italiano, i quali avevano già sperimentato sulla loro pelle la durezza del bolscevismo sovietico russo. Eppure, quegli stessi dirigenti non esitarono a impegnarsi per il raggiungimento di quell'obiettivo che fortunatamente, grazie anche all'attività degli altri dirigenti partigiani sinceramente democratici, non potè essere attuato, con buona pace di Stalin e dei suoi accoliti. Come si può ben vedere, le argomentazioni avanzate per rigettare la proposta di legge in questione dimostrano ancora una volta che l'obiettivo della nostra intellighenzia sinistrorsa è sostanzialmente di mantenere le divisioni sociali che quella maledetta guerra civile provocò in Italia. Sarebbe invece opportuno, a oltre 60 anni dalla fine della guerra, dare un taglio definitivo al passato, ma soprattutto smettere di manipolare la storia al fine di demonizzare gli avversari politici e giustificare nuove violenze in nome di un'ideologia purtroppo non ancora definitivamente scomparsa. In questo modo, forse, la festa del 25 aprile potrebbe finalmente trasformarsi in una grande festa di riconciliazione nazionale: sarebbe il modo migliore per onorare i nostri caduti, di entrambi gli schieramenti.
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Ragionpolitica, periodico on line n.120 del 29/7/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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