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Gli errori dell'Occidentedi Raffaele Iannuzzi - 29 luglio 2005 Nel 1987 ero all'Università di Pisa, facoltà di filosofia. Ci ubriacavano di ermeneutica, pensiero debole, Heidegger, Gadamer, «svolte linguistiche», «linguaggio come casa dell'essere», dovunque si potevano incrociare studenti che si immedesimavano in questo bavardage nauseabondo privo di qualsiasi legame con la realtà oggettiva. Compresi presto che quel tipo di filosofia, di fatto una specie di nuovo genere letterario, non faceva per me e mi rifugiai nella facoltà di storia, dove almeno feci alcune scoperte significative. Una fra le tante, studiando Schmitt: esiste il conflitto amico-nemico. Esiste quella situazione-limite che Schmitt chiamava «stato di eccezione». Ebbene, oggi viviamo nello «stato di eccezione» determinato dalla guerra che il terrorismo islamico ci ha dichiarato da un quarto di secolo a questa parte e che, a partire dal tragico 11 settembre 2001, è diventata una faglia che ferisce la nostra anima occidentale. Ma l'Occidente non è innocente. Certamente non nel senso che si è «meritato» il carico immane di tritolo e sangue che gli è piovuto addosso, come anche alcuni illustri appartenenti alla nobile casata intellettuale dei «libertari» ha scritto; in un senso laterale eppure non meno significativo: nel senso che l'Occidente ha cessato, dalla fine degli anni Sessanta, di amare se stesso. Un po' di storia può aiutarci a capire meglio. Dopo il Concilio Vaticano II, che si chiude nel 1965, la Chiesa rovescia un assunto teologico di base che fino a quel momento storico l'aveva sempre guidata: anziché giudicare intellettualmente il mondo a partire dal depositum fidei, ora si lascia condurre dai problemi della storia nel tentativo di dialogare con il mondo non credente. Rahner, compiendo questo percorso fino in fondo, lascerà una sorta di testamento spirituale e culturale scritto con il linguaggio dell'«umanesimo integrale» ritrovato. Questo atteggiamento culturale della Chiesa ha, di fatto, anticipato i fatti storici decisivi degli anni Sessanta, in primo luogo il Sessantotto, che Clavel interpreterà non a caso come un evento spirituale. La categoria di «verità» si indebolisce e il pensiero diventa «debole»; di conseguenza, la categoria di «libertà» investe soltanto gli umori e i desideri del soggetto, rendendosi indipendente da qualsiasi criterio oggettivo di giudizio intellettuale e morale. Alasdair McIntyre, nella prima metà degli anni Ottanta, definiva questo processo «emotivismo». Un giudizio teoricamente adeguato. Che riesce a farci penetrare all'interno della tarda modernità ormai in balìa di un radicalismo tanto velleitario quanto soggettivistico. In questo clima, Giovanni Paolo II celebrerà la Assisi interreligiosa, equivoco quanto mai esiziale, e farà della marcia della pace Perugia-Assisi un trionfo che nemmeno Capitini avrebbe mai immaginato di veder realizzato. La Chiesa degli equivoci. La Chiesa delle religioni tutte sullo stesso piano, dell'alleanza perfida e demoniaca tra i cosiddetti tre monoteismi, trascurando di indicare la differenza del cristianesimo che monoteismo non è (il Dio cristiano è infatti, come è universalmente noto, Unitrino). La frittata è fatta. E ora se la mangiano i nuovi relativisti che discettano di libertà e diritti, come se la storia passasse per la prima volta nei loro salotti, naturalmente offrendo loro l'immancabile aperitivo, come nobiltà prescrive. Le Lettere di Berlicche di Lewis hanno ancora molto da dire a proposito di questo atteggiamento «intellettuale». L'Occidente ha così perso la sua tradizione intellettuale, l'unica nell'alveo della storia mondiale capace di mantenere unite la verità e la libertà rettamente intesa. Le analisi storiografiche comparate di Toynbee e Braudel lo hanno largamente dimostrato. Il gioco era, a questo punto, fatto. Gli anni Settanta del Novecento hanno soltanto completato la «svolta emotivista e soggettivista», con opere di larga diffusione e di forte impatto mediatico come La condizione postmoderna di Lyotard e con i rivolgimenti hegeliani e heideggeriani di Tronti e Cacciari: il Sessantotto aveva inaugurato una stagione di radicalismi sociali e soggettivistici diffusi, il Settantasette completerà l'opera mettendo in scena attori accademicamente quotati, di sinistra, radical-chic, spregiudicati. La fine della categoria di verità apre ora l'inizio della militanza filosofica spregiudicata e trasversalmente attiva, tanto che lo Schmitt - considerato ieri filonazista - oggi diventa il nume tutelare della scuola dell'«autonomia del politico». Il terrorismo chiuderà Moro negli scantinati e poi lo fredderà con lucida precisione. Lo Stato combatte contro il terrorismo, ma la battaglia persa è quella intellettuale e culturale. Ormai l'Occidente è davvero Aben-Land, la Terra del Tramonto, l'icona del pensiero ermetico del nazista Heidegger, diventato la star celebrata dagli orfani dell'operaismo e dell'autonomia del politico. E siamo arrivati proprio agli anni Ottanta. Heidegger star filosofica; il linguaggio come assoluto scalza la realtà; il pensiero serve ad insaporire i piatti insipidi preparati dalla chiacchiera accademica. La crisi verticale dell'università come luogo di ricerca comune della verità è la cartina di tornasole di questo scempio in corso. Il terrorismo islamico comincia ad avvelenare l'Occidente proprio dalla fine degli anni Settanta del Novecento. E lo fa a partire da una sublime e tragica cifra trascendente: la religione. Mentre noi celebravamo i nuovi fasti laicisti dell'«eclisse del Sacro» e della «morte di Dio». Incapaci di reagire prima culturalmente e poi militarmente all'ondata terroristica che già fin da allora strappava i veli alla strategia del postmoderno debole e schiavo dei suoi pregiudizi culturali, oggi abbiamo compreso che l'Occidente è in balìa di se stesso e che, senza un corpo saldamente incollato ad un cuore religioso e culturalmente capace di verità, la partita diventa durissima, straziante, incalcolabilmente maledetta. Ferrara ha scritto che prima che di leggi eccezionali abbiamo bisogno di una cultura eccezionale, forte ed ancorata al tessuto tradizionale della civiltà occidentale. Perché siamo esattamente «di fronte all'Islam» e la partita si è aperta, ancora una volta, per la sopravvivenza dell'Occidente attaccato dal terrorismo islamico. Lo ha scritto con esemplare chiarezza Baget Bozzo in un libretto intitolato appunto Di fronte all'Islam, che consiglio caldamente a chiunque voglia davvero capire il fenomeno di cui stiamo parlando. Insieme ai magistrali articoli di Magdi Allam pubblicati su Il Corriere della Sera. Abbiamo, dunque, bisogno di menti nuove, di una riconversione alla verità e alla libertà rettamente intesa, come riconoscimento dell'orizzonte di senso universale che sostiene l'essere e l'agire razionale. La forza della ragione alla quale si richiama l'atea cristiana Oriana Fallaci si congiunge qui con la teologia rocciosa di Ratzinger. Vale la pena citare una pagina di questo grande pensatore, che illustra la consapevolezza che già più di dieci anni fa mostrava il futuro Benedetto XVI: «Naturalmente ogni terrorismo si spaccerà come movimento di liberazione, e dove la misura della giustizia s'è fatta confusa, esso può anche riuscire ad accreditarsi come tale. Ci si ricorderà che, nella prima fase del terrorismo tedesco, quando il fenomeno aveva appena sfiorato i restanti Paesi occidentali, l'Occidente fu ampiamente incline a considerare i terroristi come effettivi combattenti per la libertà, e come vittime sacrificali di una nuova totalità statale in costruzione. Solo quando il fenomeno s'internazionalizzò e si vide da vicino la "lotta per la libertà", divenne incontestabilmente chiaro che si trattava di brutale violenza, spregiatrice dell'umano, e che l'idealizzata libertà anarchica era soprattutto concepita come licenza di usare la forza e come esenzione dal diritto. Al contrario in Europa si è sempre pronti a celebrare entusiasticamente come movimento di liberazione ogni forma di terrorismo nel Terzo Mondo» (Svolta per l'Europa? Chiesa e modernità nell'Europa dei rivolgimenti, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Milano), 1992, pp. 36-37). C'è ancora un Occidente che, in modo delirante, dopo l'11 settembre 2001, dice: ve lo siete meritati, perché mettete il becco dappertutto. C'è, dunque, un Occidente che non sa ancora che, per continuare a godere delle libertà individuali e per far girare il mitico «libero mercato», non bastano i convegni nei palazzi affrescati di Roma e Milano, ma ci vuole la forza militare e la cultura eccezionale che torna alle origini della verità e della libertà. Se qualcuno ancora persisterà, perfino dopo le recenti stragi terroristiche a Londra, oggi anche a Sharm El Sheikh, in questo delirio ammantato di verginità pacifista, che sia «liberale» oppure «neocomunista», no-global, poco importa, sappia una cosa: sono cadute da molti anni le presunte «giustificazioni morali» della violenza terroristica, il tempo della storia sta facendo un altro giro di giostra. Soprattutto i sedicenti «liberali» facciano il giro giusto, quello che li riporta alla ragione. La forza della ragione.
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Ragionpolitica, periodico on line n.120 del 29/7/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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