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numero 280
6 marzo 2008
 
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L'Italia di fronte al terrore: vivere, non sopravvivere

di Gianteo Bordero - 29 luglio 2005

Di fronte alla nuova ondata di terrorismo che ha colpito indistintamente la Gran Bretagna, l'Egitto, la Turchia, l'Iraq, Israele, quale risposta vuole e può dare l'Italia? Siamo tutti praticamente certi, dai servizi di intelligence fino al cosiddetto uomo della strada, che da qui ai prossimi mesi anche il nostro Paese potrebbe essere oggetto di un attentato terrorista. Abbiamo predisposto un pacchetto di misure (il cosiddetto «pacchetto Pisanu») condiviso da una larga maggioranza delle forze politiche. Bene. E' un passo importante, necessario. E' una prima misura di sopravvivenza.

Ma di fronte all'accrescersi della virulenza del terrorismo jihadista, sopravvivere non basta. O, meglio, non deve bastare. Perché in ballo, checché ne dicano i sostenitori del politicamente corretto, non v'è solo una questione relativa alla sicurezza, all'ordine pubblico; l'islamismo politico ci sfida più in profondità: ci sfida culturalmente, civilmente, spiritualmente. E' una sfida alle nostre radici, quelle stesse radici che facciamo fatica a far riemergere, di cui a stento siamo consapevoli, che troppo superficialmente non vediamo nella loro portata e nel loro valore integrale.

Magdi Allam, ormai da tempo, conduce una sorta di battaglia - quasi in solitaria - riguardo al nodo della presenza delle moschee in Italia e, attraverso di esse, del diffondersi del fondamentalismo nel nostro Paese. Una tesi esposta con dovizia di particolari anche nei suoi recenti interventi su Il Corriere della Sera. Sostiene Allam, in sostanza, che con troppa leggerezza, in questi anni, si è lasciato che i luoghi di culto dei musulmani finissero nelle mani di gruppi che in nessun modo possono ricadere sotto l'etichetta di «Islam moderato». Primo tra tutti, l'UCOOI, l'Unione delle comunità e organizzazioni islamiche d'Italia, che non di rado ha fatto da sponda alla predicazione più o meno esplicita del jihad, della guerra santa contro l'Occidente (come - tra l'altro - ha mostrato su Il Foglio di questi giorni Carlo Panella).

Allam pone quindi un problema radicale, di cui la politica deve tenere conto, anche in vista della formazione - annunciata negli ultimi giorni - di una consulta nazionale delle organizzazioni islamiche radicate sul nostro territorio. Le moschee, se lasciate in mano ad associazioni ed esponenti islamici la cui predicazione sconfina nell'incitamento al jihad, finiscono inevitabilmente con l'attrarre al fondamentalismo un sempre crescente numero di persone. Non è una teoria, questa, ma la cruda realtà dei fatti. Lo dice chiaramente, Allam, quando sostiene che non tutti gli islamici frequentano le moschee, ma attraverso le moschee sono passati tutti i terroristi.

Il problema, come si vede, ha origini non tanto nell'attualità, quanto nell'atteggiamento mantenuto dalle istituzioni e dalla casta intellettuale almeno negli ultimi quindici-vent'anni; gli anni del trionfo, come mentalità diffusa, del multiculturalismo, dell'idea cioè di un'integrazione pacifica totale, a tutti i costi, senza scontri e frizioni, nel nome dell'idealizzazione del dialogo, di culture e religioni diverse. Un'idea di cui i fatti recenti, soprattutto gli attentati londinesi, mostrano il fallimento pressoché totale. E' integrazione multiculturale - viene da chiedersi - quella che consente a gruppi fanatici di predicare liberamente, sul nostro stesso territorio, la lotta e perfino la guerra alla nostra civiltà? E' integrazione vera quella che implica il cedimento di una delle due parti in causa all'altra? E' integrazione vera quella che lascia crescere senza preoccupazioni il brodo di coltura del nostro stesso possibile annientamento? La risposta a queste domande sarebbe fin troppo ovvia, se non ci fosse chi, ancora di recente, queste posizioni sostiene, pratica, giustifica.

Dialoghiamo, certo, con il cosiddetto «Islam moderato». O, meglio, dialoghiamo con i cosiddetti «islamici moderati». E' una necessità. Ma prima, almeno, intendiamoci su che cosa intendiamo quando usiamo questo termine. Appare chiaro, da quanto sopra esposto, che non basta definire «moderato» chiunque non si sia ancora macchiato o non abbia supportato indirettamente atti di terrorismo. E' necessario piuttosto individuare coloro che, con i fatti più che con le parole, si impegnano per una convivenza civile e pacifica, coloro che alla denuncia in astratto degli atti di terrore accompagnano un'azione volta a isolare chiunque si dimostri ambiguo, oscillante, poco limpido nei confronti dell'islamismo politico. Da questo punto di vista, i nostri primi alleati sono proprio quegli Stati dell'area musulmana vittime degli attentati e della strategia della umma di Bin Laden. I nostri primi alleati sono, ancora, gli iracheni vittime degli attacchi di Al Zarqawi e dei suoi seguaci. Sono gli iracheni che, sfidando la minaccia del terrore, si sono coraggiosamente recati alle urne lo scorso gennaio per eleggere l'assemblea costituente per un Paese democratico. Questi sono gli «islamici moderati» che vogliamo e dobbiamo avere dalla nostra parte, non coloro che condannano a parole Bin Laden e nei fatti predicano la sua stessa ideologia, il suo stesso progetto del Califfato globale, il suo stesso odio nei confronti dell'Occidente «crociato».

Ma il dialogo e l'alleanza con l'«Islam moderato» potrebbero non bastare. Sicuramente, non basteranno se essi verranno di nuovo intesi come una riedizione, sotto altre spoglie, del multiculturalismo, del pout pourry tra le diverse culture, civiltà e religioni. Non basteranno, se la coscienza civile si crederà al riparo dagli attentati per il solo fatto di instaurare rapporti amichevoli con gli «islamici moderati». Su questo punto, con il senso del paradosso che lo contraddistingue, Francesco Cossiga, nell'intervista a Libero del 27 luglio, ha detto una grande verità: se lo scopo è solo e soltanto quello di sentirsi al riparo, allora tanto vale fare un patto di non belligeranza direttamente con Bin Laden.

Se invece si è coscienti della portata civile, culturale, spirituale che è in ballo nella guerra che l'islamismo politico ci ha dichiarato, allora è chiaro che serve qualche cosa in più. E' chiaro che non basta sopravvivere, ma è necessario vivere, perché la sopravvivenza potrebbe essere soltanto la premessa della definitiva sconfitta. Per «vivere», cioè per sussistere e per preparare la vittoria, è necessario sapere chi si è, dove si va e che cosa si vuole. E' necessario che vi sia la consapevolezza di un cardine attorno a cui tutto ruota, culturalmente, civilmente, esistenzialmente. E' necessario, innanzitutto di fronte a se stessi, chiedersi se vi sia qualche cosa per cui si è disposti a vivere, qualche cosa che si è disposti a difendere fino in fondo, qualche cosa che si ritiene prezioso come valore fondante dell'esistenza propria e della vita sociale. E' dalla qualità della risposta a questa domanda che dipende la qualità della risposta alla sfida del terrore islamista. Relativismo, nichilismo e cinismo da «pancia piena» sono le porte spalancate alla nostra stessa sconfitta.

! Gianteo Bordero
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