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Luciano Garibaldi (con R. Caniato, L. Confalonieri, A. Rivali) I giusti del 25 aprile. Chi uccise i partigiani eroi?recensione di Paolo Smeraldi - 4 agosto 2005 Dopo innumerevoli saggi e celebrazioni, la Resistenza è un tema al quale ci si avvicina con un certo disagio, come avviene per soggetti quali l'Olocausto, il Risorgimento, la figura di Giuseppe Garibaldi. Tutti ne abbiamo sentito parlare, tutti abbiamo studiato il programma scolastico, la maggior parte di noi ha letto qualche libro o ha partecipato alle celebrazioni che ogni anno le amministrazioni comunali annunciano con l'immancabile manifesto tricolore. L'istituzionalizzazione di un dibattito culturale, la sua trasformazione in rito al quale invitare le autorità, induce fatalmente la creazione di una vulgata più o meno politically correct che ripugna agli intelletti più vivaci. Fortunatamente il libro di Luciano Garibaldi non è un altro chiodo sulla cassa in cui giace il dibattito resistenziale, ma un grimaldello che apre al pensiero spazi nuovi, rivelando figure di partigiani atipici e poco conosciuti. Mentre la generazione della Resistenza si avvia al tramonto, il muro dell'ideologia che aveva monopolizzato la divulgazione sulla lotta partigiana sembra indebolirsi, forse anche per un superamento della tradizionale identità comunista da parte dei partiti e degli intellettuali di sinistra. Militari, cattolici, anticomunisti; queste le caratteristiche comuni dei tre «partigiani eroi» protagonisti del libro di Garibaldi. Il primo ritratto è per il genovese Aldo Gastaldi «Bisagno», partigiano fin dall'8 settembre del 1943, capo della formazione «Cichero», che operava in Liguria. Il regolamento della «Cichero» impediva di molestare le donne, imponeva di pagare le derrate alimentari prese ai contadini, vietava le bestemmie. Il comandante Bisagno mostrava un coraggio indiscutibile, ma evitava di esporre i suoi uomini ad imprese velleitarie e cercava, nei limiti del possibile, di conquistare alla sua causa i fascisti più con la persuasione che con le minacce. Bisagno denunciò apertamente i tentativi dei partigiani comunisti di «orientare» politicamente le formazioni combattenti, a detrimento delle operazioni contro il nemico comune; per questo, fu prima invitato a farsi da parte e poi costretto ad accettare la divisione della sua «Cichero» in due formazioni. Finita la guerra, l'eroe genovese fu escluso dalla sparitizione delle «poltrone» e dovette assistere con sgomento alle feroci vendette contro ex-fascisti e personaggi scomodi. Il 21 maggio 1945, Gastaldi morì sotto le ruote di un camion, fra sospetti di avvelenamento mai fugati per la mancanza di autopsia. La dinamica dell'incidente non fu mai chiarita per le discordanze fra i testimoni, al punto che perfino il luogo esatto in cui avvenne è rimasto incerto. Il tenente colonnello Edoardo Alessi, carabiniere originario della Valle d'Aosta, compì le sue gesta in Valtellina. Nell'imminenza dell'armistizio coprì la fuga dei renitenti alla leva e l'emigrazione in svizzera degli ebrei. Monarchico convinto, riteneva ancora valido il giuramento di fedeltà al re e rifiutò sia la richiesta delle SS di togliere dal suo studio il ritratto di Vittorio Emanuele II sia la richiesta del prefetto di sostituire la bandiera sabauda con un tricolore senza stemmi. Nel dicembre del 1943 fu pertanto costretto a riparare in Svizzera, dove nel maggio 1944 fu cooptato come addetto militare a sostegno della Resistenza da Campione d'Italia. Anche qui la sua indipendenza di giudizio gli guadagnò numerose antipatie; fu esonerato dall'incarico e nel febbraio 1945 scelse la via della clandestinità. In Valtellina prese il comando di una formazione di «Giustizia e Libertà», ma presto eliminò dal nome ogni riferimento a quest'area politica per sottolineare il suo carattere solo militare. Allo stesso modo, non volle sentire parlare di commissari politici, sostenendo che essi fossero «tutti targati PCI». Come Bisagno, anche Alessi morì in circostanze poco chiare addirittura il 26 aprile del 1945; fu ucciso in uno scontro a fuoco insieme al suo aiutante di campo, non è chiaro se da fascisti o da altri partigiani, nel corso di un trasferimento notturno. Nemmeno sul suo cadavere fu effettuata l'autopsia. L'ultimo caso raccolto da Garibaldi è quello del capitano autiere Ugo Ricci, operante in Val d'Intelvi fin dal settembre 1943. Come Bisagno, Ricci era un fervente cattolico, militare tutto d'un pezzo che, avendo nel suo già una qualifica ben precisa, non adottò alcun nome di battaglia. Anticomunista convinto, Ricci aveva un coraggio fuori dal comune ed un altrettanto notevole rispetto per la vita umana: penetrato nottetempo con i suoi uomini in una caserma della Decima Mas, risparmiò la vita ai diciotto militi presenti limitandosi a prelevare tutte le armi disponibili. Ben presto finì nel mirino dei garibaldini operanti in zona, i quali in un paio di occasioni tentarono di arrestarlo, con la forza o con false accuse di corruzione. Il 3 ottobre del 1944 Ricci fu incaricato di catturare il ministro della RSI Buffarini-Guidi, teoricamente di passaggio a Lenno. Di fatto, quella sera Ricci ed i suoi uomini si diressero in paese, senza il sostegno promesso dai garibaldini, che non si presentarono all'appuntamento; in compenso, invece del ministro trovarono ad attenderli le truppe repubblichine, avvertite in anticipo. Subito si scatenò un combattimento, nel quale Ricci perse la vita; per anni suo padre tentò invano di fare chiarezza sulle circostanze della sua morte, senza riuscire ad arrivare a nessuna conclusione certa. Se i partigiani studiati da Garibaldi si spensero in circostanze oscure, la chiarezza della loro visione emerge però nettamente dalle pagine del libro: uomini pragmatici, vivevano la Resistenza come costruttori di pace, non come alfieri di future rivoluzioni. I loro valori non erano dettati dall'adesione ad un'ideologia, come nel caso dei soldati nazifascisti o di alcuni estremisti garibaldini; per questo motivo essi esprimevano un pensiero moderno, non fazioso, aperto alla tolleranza ed all'universalità, tanto auspicate nei nostri tempi. E' un paradosso che, a distanza di tanti anni, nessuno rivendichi la loro eredità morale e la loro memoria stia scivolando nell'oblio.
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Ragionpolitica, periodico on line n.121 del 4/8/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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