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numero 280
6 marzo 2008
 
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Ritorno al futuro?

di Gabriele Cazzulini - 4 agosto 2005

Riforme: questa è la parola chiave con cui interpretare l'attuale governo del centrodestra. Riforme nella giustizia, nella pubblica amministrazione, nella scuola, nella sanità, riforme istituzionali e riforme economiche. Non c'è quasi ambito della vita pubblica che non sia stato sottoposto all'intervento dell'azione di governo. L'Italia che il centrodestra consegnerà agli elettori nel 2006 sarà profondamente diversa da quella ricevuta nel 2001. Il quinquennio rosso 1996-2001 fu un periodo a due facce: il forte impulso filo-europeista del 1996-1998 fu bruscamente spento dalle lacerazioni del centrosinistra, che concluse la sua legislatura senza un progetto condiviso, un governo stabile e una coerente linea politica. I problemi di quei cinque anni, che adesso assomigliano ad una stagione grigio-chiara rispetto all'annerito quadro odierno, e le risposte date dai tre governi di centrosinistra sono come segmenti staccati e inclinati, senza disegnare una linea che segua una precisa direzione. Il centrodestra ha raggruppato questi fili sparsi in una tela comune, cercando di intrecciarli per dare all'Italia un nuovo tessuto sociale, politico ed economico.

Il nuovo ha smesso di incedere così maestosamente come si credeva nella folgorante primavera del 1994 e nell'estate del 2001. Per gli Italiani il gusto del nuovo si è deteriorato in un sapore cattivo o insignificante; incapace di attrarne la curiosità per poi sviluppare un congruente profilo politico. In realtà il tema del nuovo ha subito una deformazione i cui effetti sarebbero stati però visibili soltanto adesso. Dopo oltre quarant'anni di ingessature, la politica e la società italiana hanno vissuto un contraccolpo che le ha spinte ad una ricerca forsennata del "nuovo". Questa sete è stata placata dall'antipolitica, dall'antipartito. Ma questo modello non poteva assolutamente stabilizzarsi sia perché basato sulla negazione di se stesso, sia perché la sete del nuovo era in realtà una sete del cambiamento continuo, di un carosello ininterrotto di nuovi leader, nuovi partiti, nuove idee, nuove mode. Gli Italiani non volevano tanto qualcosa di nuovo con cui sostituire il vecchio; volevano e continuano a volere il cambiamento fine a se stesso. Non importa se ciò implica un'altrettanto continua contraddizione, che si realizza, ad esempio, al puntuale cambio di governo ad ogni elezione, nazionale o regionale. Il caso elettorale è esemplare: il maggioritario sta diventando un giocattolo per cambiare sistematicamente i governi, valutarne l'azione, e poi comunque ricambiarli. Senza ricordarsi che, a furia di cambiamenti, le facce note sono sempre le stesse. Qualcuno addirittura parla già di terza repubblica. Ancora deve realizzarsi la seconda, che già la voglia di nuovo contagia le menti con la rapidità del lancio di un nuovo prodotto.

Ma lo spettro delle alternative politiche a disposizione resta limitato. Perciò è inevitabile che, dopo aver grattato a fondo il barile dell'innovazione, non resti altro che il ritorno all'antico, debitamente ritoccato, riconfezionato e riciclato. In tempi di recessione il vecchio cappotto torna nuovo semplicemente rivoltandolo. Il barometro della politica segna questo: il passaggio dal culmine dell'innovazione al ritorno del vecchio. Non è un movimento pendolare o ciclico. E' piuttosto una curvatura prodotta dall'implosione del rinnovamento. Nuovo centro, proporzionale corretto, premierato morbido, terrorismo, laici e cattolici sono espressioni e fatti d'attualità; ma sono anche controsensi politici che portano con sé nient'altro che una riedizione di espressioni e fatti d'attualità passata. Invece di formulare una prospettiva futura che sia definita e stabile, la politica italiana sta ripiegando alla ricerca di una retroprospettiva per rispondere al futuro con gli sbagli del passato.

Questa tensione sta portando ad un pericoloso ripensamento del riformismo stesso e del fondamentale rinnovamento prodotto in questi difficilissimi anni. Le contingenze elettorali istigano, poi, le opposizioni all'opportunismo più bieco, cavalcando qualunque tigre di carta pur di azzannare il governo. L'innovazione sta frenando, il riformismo sta spegnendo il suo impulso, e la politica rischia di ingranare una cieca retromarcia. Gli improvvisati timonieri della politica che gridano «indietro tutta!» lo fanno spesso per un isterico anticonformismo da soubrette del teatrino politico. Ma qualche volta si scorgono disegni più complessi e sotterranei, accordi trasversali, messaggi criptati: i rumori della nuova scenografia, i passi dei nuovi attori che stanno per entrare in scena. Dietro le quinte tutto sembra pronto per sostituire il protagonista.

In tutte le cose umane c'è un lato positivo, o almeno una speranza. Una maggiore coscienza e conoscenza delle regole, delle istituzioni, delle opportunità e dei costi. Se una estesa e profonda riforma della politica è stata ostacolata proprio dalla spasmodica ricerca del nuovo, non è da escludere che la continua sperimentazione di pseudo-novità non produca mai qualche punto fermo, nuovo o vecchio che sia. Questo procedere sincretico, che somma il vecchio al nuovo, privandoli delle loro condizioni storiche e delle loro forme ideali, non è più riformismo. Il riformismo presuppone una visione, un progetto; e non soltanto forbici e colla con cui appiccicare alla meno peggio i ritagli di una politica fatta a pezzi, accartocciata e senza una forma. L'arte del collage è un'arte povera che ricicla gli scarti. Applicata alla politica, ne deprime la vena creatrice rendendola simile ad una burocrazia delle idee che ordina, squadra, dispone, ma non crea niente. E' la conservazione del potere per il potere.

In questo caleidoscopio di novità e contronovità, non va dimenticato che anche il contesto internazionale è irrimediabilmente cambiato. La globalizzazione va avanti, il terrorismo continua a far esplodere le sue bombe umane. La rincorsa italiana tra vecchio e nuovo deve rincorrere anche i mutamenti globali, che marciano con passo più deciso e raramente indietreggiano. Il veliero della globalizzazione lancia un serio avviso ai modesti gozzi della politica italiana: chi corre più veloce, vince; e chi vince, afferma il suo potere. Quanto al terrorismo, il loro monito è più semplice: chi vince, sopravvive. Sarebbe un indice di maturità della politica italiana scoprire cosa salvare e cosa rifiutare, se questo esercizio non fosse svolto sempre nel nonsenso di un passato presente - col rischio di rimanere fermi a rincorrere il futuro.

! Gabriele Cazzulini
Gli ultimi commenti
  • si,però... - di massimo mario aurelio - 11 agosto 2005 16:11
  • Riforme - di antonio - 4 agosto 2005 21:04
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