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L'Utopia del Terrore non si combatte con i dubbi sulla presenza in Iraqdi Gianni Baget Bozzo - tratto da Il Foglio del 11 agosto 2005 Il problema dell'Islam e della sua evoluzione domina l'inizio del nuovo secolo come il totalitarismo europeo dominò il secolo scorso. Si tratta di un fenomeno molto diverso, ma è ugualmente un fenomeno che interessa il cuore della nostra civiltà. Il mondo musulmano, nel periodo del colonialismo europeo, cercò di modernizzarsi. Gli Stati dei Paesi musulmani sono ricalcati sulle forme del colonialismo europeo e hanno scelto lo Stato come unica forma di potere, quindi la dittatura. Con ciò, essi hanno dovuto, in forma diversa, garantire alle autorità musulmane la gestione della società: il compromesso ha permesso la coesistenza dello Stato postcoloniale con il controllo islamico sulla società in forma diversa sino agli anni '70. Da quel momento, l'idea di un Islam politico ha preso forma con figure diverse, ma con al centro l'idea di ricostituire un puro Islam come forma totale della società e dello Stato. Al Qaeda è solo la forma estrema, in un certo modo la più coerente, della rinascita del fondamentalismo islamico perché essa punta non sulla riforma di uno Stato, come la rivoluzione iraniana, ma sul creare come realtà politica una utopia che era una tradizione: quella dell'unità della comunità islamica in guerra contro la Cristianità come movimento che si fonda sulle scelte individuali. Potremmo trovare qui affinità con il movimento rivoluzionario occidentale comunista che si costituì appunto come utopia politica che si rivolgeva agli individui e si indirizzava alla comunità mondiale. Non vi è dubbio che anche nell'Islam rivoluzionario vi è una influenza occidentale, quella dell'uso dell'utopia come base di motivazione individuale per un conflitto totale. La forza dell'Islam rivoluzionario è quella di mostrarsi coerente al modello coranico di comunità musulmana mondiale e, al tempo stesso, di ripristinare in atto la figura fondamentale del giusto islamico, destinato al premio divino nell'eternità: colui che muore combattendo per l'Islam. Da quando Londra è diventata una seconda Gerusalemme, provata dalla seconda intifada, quella delle bombe, si ripropone sicuramente la domanda se era giusto portare la lotta al terrorismo e all'Islam rivoluzionario sul territorio iracheno, dove essi erano un pericolo potenziale, visti i certi rapporti tra Saddam Hussein e Al Qaeda, ma non ancora una attualità. Questo problema ha già dominato le elezioni britanniche, dominerà le elezioni americane del 2006 e certamente quelle italiane, dove il centro sinistra è diviso tra l'impossibile sostituzione dell'Onu alla coalizione e la ritirata semplice e immediata delle truppe italiane dall'Iraq. È certa ed evidente la sciagura storica che sarebbe una ritirata della coalizione dalle terre irachene senza che il governo di Baghdad sia pronto a sostituirle. Vi sarebbe il rischio che proprio il ritiro delle truppe significasse il compromesso con Al Qaeda e la vittoria dell'islamismo rivoluzionario sul territorio arabo. Questo è il dilemma che attualmente affrontiamo, ma di cui nessuno parla. Se la coalizione perdesse in Iraq, l'Islam rivoluzionario diverrebbe una forza dominante in tutti i Paesi arabi, destabilizzando in maniera forse irreversibile l'attuale forma degli Stati. Anche i Paesi che hanno scelto il neutralismo nel conflitto con l'Islam rivoluzionario verrebbero coinvolti dalla crisi che inevitabilmente avvolgerebbe l'Africa del nord. Ci si domanderà allora se l'intervento in Iraq non sia stata la peggiore delle scelte e se non sarebbe stato meglio un controllo interno agli Stati come si fa ora, senza portare direttamente il conflitto in terra araba: forse sarebbe stata meglio una difesa passiva dei colpi di mano terroristi sul territorio occidentale, piuttosto che lo strazio dei morti occidentali ed iracheni sul campo di battaglia. Il porsi di questa domanda è già una vittoria per l'Islam rivoluzionario, che intende esercitare il dominio islamico sulla Cristianità, comandato dal Corano, facendola vivere in un regime di terrore e obbligandola a una resa di fatto. Nonostante sia opera di un «gruppo di fanatici», l'Islam rivoluzionario è una delle forme più coerenti di quel ritorno dell'islam a se stesso che si è agitato all'interno del mondo arabo e musulmano per tutto il Secolo XX. Sostenere che una difesa attiva, impegnata a sostenere uno Stato in terra araba è la miglior difesa che rafforza la dimensione occidentale dello Stato nei Paesi musulmani è l'argomento fondamentale per spiegare che l'intervento non è stato una follia della famiglia Bush, ma una strategia appropriata alla figura della rivoluzione islamica come riattualizzazione della logica del Corano. Affrontare questo problema solo con la distinzione tra moderati ed estremisti, cioè in categorie occidentali, significa non comprendere il problema. Ciò che nuoce alla cultura politica occidentale è il suo non comprendere che le nostre categorie politiche e quelle islamiche non sono simili, ma sono quasi totalmente altre. Se dovessi pensare a un linguaggio politico occidentale per indicare l'attuale divisione all'interno del mondo islamico, userei quella di rivoluzionari e di istituzionali: una distinzione coerente con l'Occidente degli ultimi due secoli, come quella tra utopisti e realisti. Ma su questi problemi, sia sulla soluzione della questione irachena, sia sull'impatto del linguaggio rivoluzionario sull'Islam non c'è ancora, anche in Paese come il nostro che è intrinsecamente legato a questa storia, un appropriato dibattito. Eppure siamo nel ciclone.
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Ragionpolitica, periodico on line n.122 del 11/8/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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