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Schiave dell'ignoranzadi Benedetta Pini - 18 agosto 2005 Philippe Servaty, il caposervizio della redazione economica di Le Soir, importantissimo giornale belga, ha scatenato una catastrofe pubblicando sul web, con lo pseudonimo «Belguel», foto pornografiche le cui protagoniste sono donne islamiche. Donne inconsapevoli dei loro gesti, causati spesso dalla disperazione e pagati con quattro soldi. Tali «scellerate» sono state riconosciute non appena le immagini compromettenti sono apparse in un cd rom in vendita in un souk ad Agadir, località marocchina dove il giornalista aveva trascorso una vacanza all'insegna delle tre S (sesso, sabbia, sole). Le conseguenze? Queste povere ingenue, che speravano in promesse di una vita migliore, sono state condotte in prigione, poiché la pornografia è reato penale nei Paesi musulmani, e, anche se fossero liberate, non le aspetta certo una reintegrazione sociale decente, che permetta loro di riscattarsi da tale «onta» morale. Il numero delle «vittime» ammonta ad ottanta creature con il desiderio di uscire da un inferno di sottomissione e di cominciare a vivere (non sopravvivere) senza il peso di un'esistenza condannata ad un matrimonio combinato appena compiuti i nove o dieci anni e per di più relegate al ruolo di bestia da soma o da riproduzione, coperte da un velo e tenute forzatamente nell'ignoranza. Che questo signore sia un depravato è palese. Si è accanito contro donne il cui ruolo nella società musulmana è vergognoso, costrette al nascondimento e umili fino alla sottomissione, ed identificate come specie inferiore. Purtroppo il turismo sessuale è una realtà terrificante, che riduce poveri esseri umani a merce di scambio per pochi soldi e umiliandosi, vendendo le loro coscienze, i loro corpi e la loro morale. Ma la domanda reale è: perché queste donne desiderano cambiare vita fino a spingersi alla prostituzione in cambio di una promessa, che - come in questo caso - è risultata falsa e degradante? La divinità di questa gente non è forse «misericordiosa»? La risposta non è semplice, oppure lo è, ma in troppi preferiscono non vederla e fanno riferimento alla solita scusa della cultura diversa, che naturalmente dovremmo comprendere, di un Dio diverso che dovremmo accettare, di una violenza che ovviamente dovremmo giustificare in qualche modo. Intanto queste disgraziate ci hanno dato un segnale: ottanta di loro sono state sottoposte a pratiche mostruose per la libidine di un singolo depravato, due di loro si sono già uccise dalla vergogna. E le altre? Anche se saranno liberate dalla loro prigionia, cosa le aspetterà? Comprensione? Giustificazione? In un mondo come quello islamico c'è ben poco spazio per il perdono, l'accettazione e la condivisione; osserviamo con quale facilità certi fanatici uccidono innocenti a causa di un credo fondato sul terrore. Ci si interroghi su quanto divario c'è fra la promessa di settantadue vergini compiacenti in un paradiso di uomini e la condanna verso alcune donne ignoranti che speravano di fuggire da un mondo assurdo per una vita che le gratificasse un po' di più. La risposta c'è, ed è ovvia. Ma alcuni insistono ancora a non volerla proprio capire, perché è troppo comodo predicare il rispetto per qualcosa parandosi dietro al buonismo e ad una bandierina colorata; basti dare un'occhiata a quanto poco risalto è stato dato a questa terribile notizia datata inizio luglio. Mi chiedo quindi cosa può venire di buono da un presunto dialogo con questa gente, che condanna e ammazza senza alcuno scrupolo morale non solo noi «sporchi» occidentali targati «infedeli», ma anche le sue donne se non stanno nel prescritto posto di serve e fattrici. Nemmeno gli animali sono sottoposti a queste regole così restrittive e ci dovremmo pure sforzare di capire ed accettare. La condizione della popolazione femminile islamica è riassunta in questa frase: «Tua moglie, che è una tua proprietà, è in effetti la tua schiava»: secondo i mullah, questa è la visione dello status legale delle donne. No grazie, è il momento di prendere provvedimenti seri e drastici, per noi e per queste schiave di una cultura di retaggio ancestrale e senza senso, che insulta ogni principio, al di là di religione e storia di un popolo. E forse pure il cosiddetto «Islam moderato» è anch'esso vittima di ciò che non fa sconti a nessuno.
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Ragionpolitica, periodico on line n.123 del 18/8/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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