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Islam e terrorismodi Stefano Doroni - 18 agosto 2005 Guerra santa, jihad, kamikaze, crociata; Twin Towers, stazioni di Madrid, metropolitana di Londra, Sharm el Sheik; sequestri, decapitazioni, rivendicazioni, documenti farneticanti; ce ne sarebbero a non finire di riferimenti a cui attaccarsi per sostenere che islamico vuol dire terrorista. La tentazione di sostenere questa tesi è sicuramente forte, in questo mondo occidentale continuamente sotto attacco - e sotto scacco a causa del suo pusillanime buonismo che gli fa considerare civiltà ciò che è tutto il contrario - e quotidianamente sfidato da chi lo vuole cancellare come cultura e spiritualità. La gente non può sopportare all'infinito di vivere con la spada di Damocle sulla testa, con la paura di salire su una metropolitana o di andare a fare la spesa ad un supermercato, o di prendere un aereo che invece che in vacanza magari la porta dritta all'inferno, che poi è il paradiso dei kamikaze. Ma la tentazione di giudicare di colpo rischia di essere troppo semplicistica. L'Islam ci pone oggi un problema che è essenzialmente culturale: come rapportarci, nella speranza di una reciproca comunicazione e comprensione, con chi possiede riferimenti e valori del tutto diversi dai nostri. Inutile fare buon viso a cattiva sorte giocando con la storia secondo la quale Islam e Cristianesimo condividono lo stesso Dio. Una divinità che vuole servi che rendano solo gloria alla sua passiva e distante onnipotenza non è affatto la stessa cosa di un Dio che chiama gli uomini «figli» e prepara per loro una salvezza che dovrà rispondere all'amore, alla charitas, che ciascuno avrà saputo spergere nel mondo. Ma anche preso atto di questa ineludibile ed incolmabile differenza, il problema culturale non può essere accantonato. Infatti, nonostante la speranza nel cosiddetto «Islam moderato» sia solo un tenue filo attaccato alla buona volontà di alcuni individui che cercano di operare per il bene (ce ne sono sotto tutti i cieli e tutte le fedi), non possiamo separarci da essa, nella speranza che una qualche intesa, se non un impossibile accordo di vedute, possa servire d'aiuto nella battaglia contro chi ci vuole tutti morti o tutti genuflessi ad Allah. Del resto l'utopia dell'integrazione degli islamici nel mondo occidentale ormai è buona solo per i ciechi nati o per chi non vuole vedere la realtà: l'islamico - buono o cattivo che sia come individuo - ha in spregio l'integrazione con il mondo occidentale che lo ospita e che lui sta colonizzando attraverso l'immigrazione. E questo semplicemente perchè crede se stesso, in quanto musulmano, superiore alle altre genti: di conseguenza il suo adeguamento ai comportamenti e ai valori occidentali rappresenterebbe una sorta di bestemmia. L'Islam è una religione della conquista, insegna la sottomissione invece di annunciare una buona novella. Il Corano, in opposizione al Vangelo, non è la proposta di liberazione di un Dio che si scomoda per gli uomini (non credo si possa definire comoda una croce di legno a cui si viene inchiodati mani e piedi), ma l'espressione di un Dio immoto e distante, che è solo parola, non creazione. Il nocciolo del problema culturale sta proprio qui: facendo della persona e del suo bene la ragione dell'impegno di Dio nel mondo, il Cristianesimo si apre di necessità al liberalismo e alle forme democratiche di convivenza; ma utilizzando gli individui come puri mezzi per l'autoaffermazione universale di Allah, l'Islam rifiuta la democrazia, la libertà, il ruolo delle scelte individuali perché gli sono d'ostacolo, non le concepisce perché quella è una religione senza rivelazione, senza discesa di Dio nelle cose della storia. Certo, non tutti gli islamici sono terroristi, non tutti sgozzano e non tutti fanno saltare metropolitane e grattacieli; ma, alla luce di quanto siamo andati dicendo fin qui, tutti gli islamici, nessuno escluso, potrebbero compiere il passo delle armi piuttosto che quello di una vera integrazione con i Paesi che li ospitano, coi loro costumi, le loro leggi, le loro forme comportamentali. Il loro complesso di superiorità mina le capacità respiratorie dei polmoni ormai indeboliti di un'Occidente che ha imparato a odiarsi piuttosto che a difendere i suoi valori. Il precetto coranico di quest'arrogante superiorità e perfino della vocazione bellica è lampante, basta sfogliare il libro piuttosto che ascoltare le sirene politiche che, soprattutto dalla sinistra di matrice comunista, spendono parole in difesa di chi ci ammazza. Il combattimento che la fede richiede a tutti i fedeli islamici è guerra vera, altro che lotta interiore e tensione morale: «Combattete sino a che i Credenti [cioè gli islamici] non saranno più perseguitati e la sola religione sarà quella di Dio» (Corano, Sura della Vacca, v. 193). Questa è la suprema missione di ogni islamico, chiunque esso sia. Allo stesso modo possiamo leggere nel Corano il precetto della non integrazione, bensì dell'opposizione senza quartiere al mondo non islamico: «I miscredenti vorrebbero che foste come loro, ma voi non scegliete fra di essi i vostri amici a meno che non abbiano riconosciuto la loro colpa e fatto ritorno sul retto sentiero», (Corano, Sura delle donne, v. 89). È chiaro che, con simili premesse, l'Islam moderato sia una pretesa dei buoni che non facilmente potrà riscontrarsi nella realtà. Ciò nondimeno dobbiamo, cocciuti e decisi, continuare a sperare in questo Islam diverso o almeno ragionevole, come fa lo stesso presidente Bush e gli altri Capi di Stato impegnati in questo difficile momento: ma senza farci illusioni. Non stiamo fidando nell'Islam autentico ma in una sua deviazione. La politica è una delle strade da battere in questa guerra, ma certo non l'unica, e non separabile dall'opzione militare: perché le guerre si fanno con le pallottole e non con le bandiere arcobaleno (che tra l'altro inneggiano a chi sgozza gli innocenti). Del resto l'Islam è una religione politica, nata per costituire un formidabile strumento di controllo sociale. Lo stesso ayatollah Khomeini, giunto in Iran da Parigi in aereo all'alba della rivoluzione islamica dopo la caduta dello Scià Reza Pahlevi, dichiarò: «L'Islam o è politico o non è». Ed era vero. Ma la sua è una politica incompatibile con la nostra civiltà (e forse con la civiltà in generale), che oggi è costantemente sotto attacco. L'Islam è nato come mezzo di controllo sociale; il Corano disciplina la società, la vita pubblica e privata dei sottomessi, ma non il potere. Quella coranica è una società tribale (in questo tipo di contesto storico si forma il libro sacro nel VII sec. D.C.); il Corano sacralizza questa società e perciò non conosce il senso dello Stato né la democrazia. E nemmeno conosce il senso dell'appartenenza ad una comunità nazionale. La cultura islamica non ha Patria, perché tutto è nel Corano, cioè in un non-luogo che ha solo dimensioni religiose. I musulmani - tutti - sono soltanto una massa a disposizione della jihad, della guerra santa, così come i proletari - categoria politica e non popolo - sono massa impersonale a disposizione della rivoluzione comunista. Non c'è valore della persona: né nell'Islam né nel comunismo. Perché il fine dell'azione non è la salvezza della persona ma l'affermazione incontrastata della religione o dell'ideologia. Per questo l'uomo islamico è un sottomesso e l'individuo comunista è un «uomo sociale»: essi non hanno rilevanza individuale ma prendono significato solo se proiettati su uno sfondo collettivista. È a causa di questa matrice che, se non possiamo affermare che islamico voglia dire terrorista per forza, non possiamo non vedere che islamico può facilmente voler dire avversario. Ora la domanda che resta è: si può dialogare con l'avversario? Si, naturalmente, fintanto che non decide di trasformarsi in nemico. Questa decisione il jihadismo militare l'ha presa da sempre: e adesso dà corpo a quello scontro di civiltà che tutti si affrettano a negare ma che si impone come evidenza a chi non voglia fare come lo struzzo.
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Ragionpolitica, periodico on line n.123 del 18/8/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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