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numero 280
6 marzo 2008
 
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Un muro culturale a difesa dell'Europa

di Paolo Della Sala - 18 agosto 2005

I Muri sono nati in Europa: servivano a rinchiudere gli ebrei nei ghetti. Separavano gli stati e le chiese, le persone e le idee. Un continente compresso dal poco spazio e dalle troppe culture, ha finito per fare della negazione dell'altro il proprio fondamento, proclamando nel contempo l'ideologia dei diritti universali. Quando l'intellighentzja del socialismo reale chiuse la porta in faccia a milioni di persone nei Paesi dell'Est, a Berlino come a Budapest come a Praga, l'Europa dimostrò ancora una volta la propria insanabile schizofrenia: il dualismo fu ancora una volta la sua condanna.

Arrivò poi la stagione relativista, vissuta anche questa in maniera totalizzante. Non più tutti gli uomini dovevano essere uguali, come nel marxismo, ma le religioni e le culture: il multiculturalismo come reincarnazione dell'Uguaglianza comunista. L'islamismo divenne una versione meridionale del cristianesimo e l'emigrazione diventò un ponte contro l'edificazione di ogni genere di mura. Man mano che l'Europa trovava la sua ragione d'essere nella dissoluzione delle sue identità, non vide nuove tragedie. La civiltà europea, nel 1939 come nel 2000, naufragò nell'indifferenza inabissando altre generazioni di ebrei. Le stragi della seconda Intifada, restarono coperte dalla santificazione della "causa palestinese", davanti alla quale cadeva ogni questione morale dovuta all'uso del terrore, come avveniva anche in Irlanda. Ancora poco tempo fa, di fronte all'annuncio della rinuncia all'uso della violenza da parte dell'Ira, i media europei si sono ben guardati dal pronunciare la parola "terrorismo", schiaffeggiando così civili e soldati saltati in aria a Belfast come a Londra. La parola usata è stata "guerra", anche se la guerra ha un codice ben preciso che vieta, ad esempio, gli attentati.

L'Europa dei Muri si è scagliata contro il "muro" costruito in Israele, falsando con un procedimento stalinista e nazista (turnspeak), la direzione dei fatti per cambiare il significato della notizia. Il muro israeliano, infatti, rinchiudeva Israele per difenderla dagli attacchi e non da chi la attaccava. Dimenticando chi e perché era rinchiuso, l'Europa fallì ancora una volta il suo appuntamento con l'altro, in nome della pluralità e della "liberazione degli oppressi". Da ciò deriva che il relativismo e l'idolatria dei diritti non sono il tutto, ma una parte. Non è possibile accettare ogni forma e ogni pensiero, ogni politica e ogni comportamento: qualcuno viene escluso comunque. Ma questo il relativista non accetta di dirlo, e così facendo produce il suo tramonto già all'alba. Quando l'emigrazione si è intensificata, producendo i primi suoi effetti negativi e rivelandosi come parte di un accordo politico che prevedeva lo scambio di favori politici ed economici tra Europa e Lega araba, non si è intervenuti. In quel momento è esplosa la guerra terrorista mondiale, la jihad si è mostrata apertamente, anche se in realtà essa stava già agendo da tempo. Cos'era infatti l'emigrazione se non una forma di jihad attuata con il controllo fisico del territorio, con l'espulsione forzata di nuovi poveri dai Paesi dell'Africa e del Maghreb?

Oggi l'Europa si trova di fronte a quattro nemici da affrontare contemporaneamente. Il primo - e più pericoloso - è lo "stato-canaglia", dotato di armi, eserciti, intelligence. Dopo la sconfitta di Saddam, rimane in piedi l'Iran, che sta dotandosi di armi nucleari, il cui uso è esplicitato con chiarezza: siamo noi e Israele l'oggetto di quelle armi. Il secondo nemico è il terrorismo organizzato e internazionalista di Al Qaeda, dotato di copertura religiosa, predicato come salafismo, cioè come ritorno all'islamismo delle origini, mentre in realtà esso è quanto di più materiale e marxista possa immaginarsi. Il terzo nemico, che agisce indipendentemente ma con gli stessi fini degli altri due suoi alleati, è il nemico interno, sia esso costituito da gruppi di giovani islamici emigrati, sia esso costituito dal torbido legame che unisce una parte delle sinistre e del mondo cattolico col ribellismo targato mezzaluna. In questo modo si perpetua l'idea di un multiculturalismo impossibile, perché imposto e non storicamente determinato. Il quarto nemico è quello che ha dato l'avvio alla guerra, all'indomani della sconfitta del Kippur (1973). Una volta esso coincideva con la Lega Araba, adesso è un insieme di persone, sceicchi, trafficanti, businness men, non necessariamente arabi (Chavez fa parte di questo gruppo), che governa e gestisce in parte i destini del petrolio. L'arma del ricatto economico è molto forte, dal momento che costrinse alla resa gli europei già negli anni '70, se è vero che i terroristi marx-coranici avevano licenza di uccidere in casa nostra i propri nemici, se è vero che stragi come quella di Bologna furono dovute a questi accordi e silenziate per ovvi motivi.

Di fronte a questo complesso contesto cosa può fare l'Europa, destata dall'intervento statunitense in Iraq a "trenta secondi dalla fine"? Senza l'apertura di un aspro dibattito, originato dallo scatenamento del conflitto, si era ormai a 30 anni dalla conquista innavvertita dell'Europa da parte dell'Islam e della sua economia che, non essendo basata sulla produzione di beni e merci, ma sul consumo di risorse, è per sua natura irreversibilmente aggressiva e coloniale, pertanto condannata all'espansione continua e al trasferimento in nuove zone da sfruttare, come fanno pastori, beduini, allevatori e profittatori pseudo-capitalisti. La soluzione potrebbe consistere nella parola "muro". L'Europa deve costruire un nuovo Muro di Berlino e lasciare al di fuori Vandali e Unni? Bisognerà abbandonare la metafora e riprendere il ragionamento. Di quale muro stiamo parlando? In effetti non si può trattare di una riedizione del "muro" israeliano, perchè in questo caso sarebbe più lungo della Muraglia Cinese e più inutile della Linea Maginot... Mi spiego: parlo di un Muro Culturale. Questa è l'unica e migliore arma che ci rimane.

Come si costruisce un Muro culturale?

Innanzitutto, evitando di cadere nella sindrome di Sansone che colpisce il terrorista: P. Schiff (La paranoïa de destruction: réaction de Sansone et phantasme de la fin du monde, 1946), citato da Ernesto de Martino (La fine del mondo, Torino 1977) «chiama reazione di Sansone una paranoia di distruzione caratterizzata da un fantasma di fine del mondo e da una vocazione catastrofica attiva, con la quale il malato si vendica di un mondo e di una società ostili annientando se stesso e i suoi nemici». Secondo De Martino «due antinomici terrori governano l'epoca in cui viviamo: quello di "perdere il mondo" e quello di "essere perduti nel mondo". Per un verso si teme di perdere non tanto con la morte ma nel corso stesso dell'esistenza, lo splendore e la gioia della vita mondana, l'energia che sospinge... Per un altro verso si considera il mondo come pericolo che insidia il più autentico destino umano, e quindi come tentazione da cui salvarsi» (op. cit. p. 475). La apocalisse moderna, a differenza di quella cristiana, «nasce dal crollo delle due grandi religioni del mondo moderno, il Cristianesimo e il razionalismo» (p. 482). Negli ultimi anni, la crisi del Cristianesimo e del razionalismo si è tramutata in una guerra interna e tanto più suicida, se si pensa che d'altra parte c'è un mix micidiale di irrazionalismo religioso ed economicista.

Pertanto il primo passo è la realizzazione di una tregua tra cristiani e razionalisti, evitando di cadere nella trappola zapaterista della rottura radicale. La tregua tra laici e cristiani-europei, un conflitto dovuto a motivi storici e inesistente in America, è la condizione necessaria alla sopravvivenza del continente. Il secondo passo è la costruzione di un pensiero aperto, ma assertivo. Ciò non significa affatto il ritorno all'intolleranza, ma l'uso di una parola che esprime, dice e sceglie la sua relazione primaria coi fatti e non con le opinioni. Si tratta di ricostruire un logos che si diriga da un punto a un altro punto, che tracci la rotta da un porto all'altro. Nel Vangelo (Matteo 5:37) tutto ciò è espresso con semplice evidenza: «Il vostro parlare sia chiaro: sì, sì e no, no». Non ci si può vergognare di dire ciò che si pensa, pensando che ciò possa ferire, perché questa pratica genera ipocrisia. La Verità che fa liberi, se pure non è di questo mondo, a questo mondo è stata rivelata. Pertanto si può tornare a parlare di distinzione tra Vero e Falso, tra bene e male, anche da un punto di vista laico.

Il terzo passo necessario alla costruzione di una Barriera culturale è la rottura dell'Asse tra socialriformisti e marx-coranici. Finché questo asse resta saldo, il ribellismo violento trova la sua giustificazione nella stessa casa del nemico. Per questo motivo il Giovanni senza Terra incarnato da Prodi e da Zapatero è parte del nemico da combattere, insieme alla sua cultura, basata sulla costruzione dello Stato (e non delle culture) come unica Barriera. In Francia la situazione è ancora più complessa, dal momento che a favore della accoglienza delle culture islamo-jihadiste e della costruzione di un Moloch statale "multiculturale" è l'intero Paese, destra e sinistra. In Francia l'islamismo jihadista ha sviluppato con sottigliezza il suo doppio metodo: quello soffice del dialogo e della "moderazione", alternato all'uso del ricatto petrolifero, della guerra asimmetrica e dell'attentato come minaccia continua, dagli anni '70 in avanti. La gran parte degli immigrati sono pacifici e laici, vi sono stati islamici "moderati", ma questa separazione non riguarda intellettuali come Tariq Ramadan, vero cavallo di Troia, e la separazione non deve avvenire sulla base delle dichiarazioni, come fa l'Europa, ma dei fatti.

Col Muro di Berlino cadde anche una barriera culturale

La caduta del Muro di Berlino fu una grande vittoria per l'Occidente e per l'umanità. Tuttavia è venuto il momento di riflettere anche sulle conseguenza negative di quell'evento, dal momento che esso produsse anche il crollo della barriera culturale che distingueva (anche se male) l'Europa atlantica da quella socialista. La conseguenza più negativa fu l'accoglienza del socialismo all'interno del libero mercato. Questo fu possibile costruendo la grande illusione del multiculturalismo, ovvero del pensiero unico. Gli artefici della formazione del pensiero grigio, onniaccogliente, sono stati i media. I media europei sono relativisti in toto, nel senso che sono unidirezionali: la comunicazione proviene solo dal giornalista, dal governo, non c'è circolazione orizzontale dei messaggi. I media così definiti hanno sostituito la piazza delle discussioni con Piazza Venezia dove parla solo l'Unico, e poi col telegiornale e il film. Il cinema e la Tv sono assertivi, eppure nel contempo neutralizzano e parificano ogni notizia, ogni evento, ogni persona e descrizione. In questo modo le dichiarazioni di Cossutta diventano uguali a quelle di Pannella o del Papa. E' invece doveroso connotare chi parla: se X non ha la dignità politica di altre persone, è necessario informare il cittadino, dirgli chi X è. Occorre insomma restituire una identità sia al politico X sia al giornalista che ne parla.

La mancanza di identità nei media ha prodotto la mancanza di identità negli stessi europei. La barzelletta secondo la quale il giornalista è soltanto una macchina neutra è (paradossalmente) vera solo nei totalitarismi. In un'Europa liberata finalmente dalle culture del Novecento, il giornalista deve tornare a dire e a dire se stesso. Non vale più la finzione che la democrazia coincide con la neutralità. Ognuno ha - deve avere - un colore, una opinione, delle idee. Soprattutto, ognuno deve dire chiaramente quali sono le sue idee, opinioni, e responsabilizzarsi di conseguenza: è questa la grande lezione dei blog. Pertanto ogni regista di film, scrittore, giornalista, deve connotare e giudicare il politico X e la notizia Y in base a ciò che egli è e a ciò che egli dichiara di essere. Non a caso Theo Van Gogh è stato ucciso. Solo questo processo potrà salvare la democrazia europea. Costruire una barriera culturale significa ricostruire la distinzione tra Vero e Falso, tra Bene e Male. Si tratta di distinzioni convenzionali, una fiction provvisoria e legata alla persona e alla sua opinione del momento. Tuttavia, senza il ritorno alla logica dei fatti e alla descrizione soggettiva degli eventi (dichiarata come parziale), non c'è futuro possibile. La catena dissimulazione/simulazione (che portò Torquato Accetto al trattato sulla Dissimulazione onesta, dedicato ai cortigiani sotto la dominazione spagnola) deve essere spezzata.

Frammenti sotto il muro

  1. Una barriera distingue l'amico dal nemico, non in base al pregiudizio, ma a documenti e azioni. Chi si avvicina a un muro deve fermarsi e presentarsi, prima di avere accesso. Il riconoscimento di identità è indispensabile per distinguere ciò che si dichiara da ciò che si è effettivamente.
  2. Un muro, a meno che non sia una prigione come quello di Berlino, è sempre difensivo, non offensivo. E' incruento, ma separa il grano dalla gramigna.
  3. All'interno di un muro diverse idee (esistenze) concorrono e concordano su una causa comune. Qual è la causa comune per l'Europa? Non cedere al totalitarismo e ai nichilisti violenti. Come si ottiene ciò? Riproponendo una società dinamica, propositiva, evoluta dalla tutela globale.
  4. Storia di altri muri culturali: il Cristianesimo nel corso delle invasioni barbariche. Situazione simile alla attuale. Si era di fronte a eserciti, ma anche a una invasione demografica. Non si poteva uccidere all'infinito. Il cristianesimo si propose come trascodificatore culturale, rivolgendosi (come sempre dovrebbe) al singolo con la forza della Parola. Una cultura difensiva deve pertanto rivolgersi direttamente agli individui e non alle etnie, nazionalità, religioni, culture.
  5. Altro muro culturale: le "demoplutocrazie" alleate contro il nazifascismo e contro il comunismo. Come agirono? Con la sparizione dello spirito di Monaco. Il nemico, se attacca e uccide, va riconosciuto come tale e combattuto indicandone l'ideologia omicida. Murray Rothbard spiega bene l'azione da tenersi contro il nemico soft, quello interno: «Il New Deal procedette nella maniera di tutte le rivoluzioni non-violente: fu il governo federale ed i suoi nuovi padroni, che azzannarono il potere e fecero passare, a tutta birra, una serie di misure socialiste, e poi conquistarono la "approvazione" usando gli strumenti della propaganda e del modellamento dell'opinione pubblica, traendo anche vantaggio dalla semplice forza d'inerzia e dall'abitudine, una volta che le nuove istituzioni erano al potere. La vecchia Destra si rese conto degli orrori del New Deal e predisse il cammino collettivista su cui esso stava incanalando la nazione. [...] I più estremisti erano gli scrittori libertari e individualisti [...] tutta gente che chiedeva un governo ultra-minimo».
  6. Educazione: negli anni '50 il pericolo comunista era descritto chiaramente. Mentre i nostri manuali di storia spiegano ancora oggi ai giovani la bellezza dell'ideale che ha incarnato Dio sulle terre del Sole che nasce, tacendo le decine di milioni di morti, le persecuzioni, i gulag, la perdita della libertà per metà del mondo, Carl Barks negli anni '50 scrisse alcune storie di Uncle Scrooge (tradotte per Topolino in Italia), nelle quali è chiaramente descritto uno stato criminale, denominato senza mezzi termini Brutopia. In una di queste storie (del 1965) è protagonista il console di Brutopia, chiamato Bruto Castrova, iconico riferimento al dittatore Fidel Castro. Il console si impadronirà di una macchina che produce la perdita di identità nelle persone, rendendole docili manichini nelle mani del dittatore: «Se i felici lavoratori del mio Paese dimenticassero ciò che sono, non scapperebbero sempre via» (allusione al Muro di Berlino, non ancora costruito). «Il mondo diventerà schiavo dei governanti di Brutopia. Io, Bruto Castrova sarò il padrone del mondo». Il simbolo dello Stato nemico? Manette e martello. Per capire quanto sia complicata la distinzione vero/falso e bene/male, basterà riportare l'Introduzione al numero 19 di Topolino story, pubblicata in questi giorni, commendevole opera edita da RCS-Corriere della Sera. Il numero è dedicato al 1965. Già la presenza dello strafalcione "editate" per "edite" (p. 6), indica un decadimento nel padroneggiare il proprio linguaggio. Si tratta, poi, di leggere i contenuti dell'articolo, intitolato Guerre e rivoluzioni. Si ricorda lo scoppio della guerra in Vietnam. Inoltre, quello della rivoluzione culturale in Cina, che sarebbe stata una «manifestazione di uno scontro interno alla dittatura comunista, che per circa tre anni farà piombare il Paese nella più grande confusione». L'uso del termine "confusione" produce quella "nebbia" che ha reso l'Europa confusa. La rivoluzione culturale fu, infatti, un fenomeno di una violenza culturale inaudita, ma fu anche occasione di violenze fisiche, massacri, morti, umiliazioni: uno dei peggiori macelli della dignità umana. Le cose devono essere dette senza mezzi termini: pane al pane e vino al vino. Qualche riga più sotto si legge «Ernesto "Che" Guevara lascia Cuba per combattere l'imperialismo ovunque si trovi». Nessun giudizio, nessuna connotazione. L'imperialismo occidentale a quel punto può coincidere con l'Occidente e interscambiarsi con la stessa Brutopia. Questo non viene detto chiaramente, perché qualcuno ha dovuto pur accennare alle tragedie del comunismo. Si lascia allora che una "zona grigia" si impadronisca degli europei: in questo modo il massacratore dei tribunali speciali di L'Avana, un guerrafondaio diventato icona della pace, e il Mao del Balzo in avanti, diventano pari a Kennedy e Reagan. Sono questi i risultati della Caduta del Muro in Europa. Non è caduto solo quello di Berlino, ma soprattutto quello dell'Albero della Conoscenza del Bene e del Male: Adamo ed Eva, nel nostro continente, hanno restituito la Mela non a Dio, ma al Serpente, pur di restare "in pace". Così il senatore McCarthy, che ha realizzato il Muro culturale che ha chiuso le porte al comunismo negli Usa e nell'Occidente, è nella nostra percezione culturale e mediale uguale, se non peggiore, a Stalin.
  7. La pratica della fede. Negli USA la fede non è imposta, né predicata: fa parte dei princìpi individuali. Ciò riguarda ogni credo, inclusi i laici. Ciò che importa è l'intensità, o meglio: la naturalezza. La preghiera è una tradizione intima dell'individuo, mentre in Europa diventerebbe una forma New Age, utile per la salute del corpo. La preghiera delle famiglie prima del pranzo: nulla di bacchettone. La frequenza delle chiese: lo scambio tra gli individui non avviene solo da una auto in coda all'altra, come in Europa, o nel chiasso del club privé, o nella rete web.
  8. Grazie all'esistenza di un muro culturale il '68 americano si imbeve di Thoreau, Emerson, Whitman: è anarchico e individualista. Non è per lo stato collettivo, è per le comunità yippie, nelle quali la famiglia non è combattuta (come nella socialpsicologia inglese di Laing e Cooper), ma semmai "allargata".
  9. L'emigrazione in Europa e negli USA. Serve l'adesione ai princìpi della cittadinanza, come negli States. Ma oltre oceano la parola data ha un valore: nei tribunali chi giura sa di mettere in gioco tutto se stesso. Da noi il processo infinito e levantino della simulazione e della dissimulazione, rende questa strada impraticabile; nel coranesimo la pratica è semi-istituzionalizzata col nome di Taqyia (vedi su GDM).
  10. Il fallimento del processo Costituzionale europeo indica che la strada da seguire non è quella dei Governi dirigisti - nel solco della tradizione napoleonica e socialista -, ma è quella del laissez-faire. Una vera Costituzione può esistere solo se è scritta dal basso, se è pratica di vita, culture e tradizioni dei cittadini. Ma i cittadini europei si sentono (e si preferiscono) sudditi dello Stato e non governanti di se stessi.
  11. Muro economico. Significa esportare il mercato e le industrie nella sponda sud del Mediterraneo. Industralizzare l'agricoltura africana, creando una Agenzia per lo sviluppo in questi Paesi.
  12. Legare la tradizione alla modernità, Dante al web: questo è il conservatorismo. Zapatero, ovvero il falso progressista, strappa il passato dal presente, e assassina la Storia della quale di dichiara servitore.
! Paolo Della Sala
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Ragionpolitica, periodico on line n.123 del 18/8/2005
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