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Margarete Buber-Neumann Prigioniera di Stalin e Hitlerrecensione di Paolo Smeraldi - 25 agosto 2005 L'Unione Sovietica di Stalin fu complice di Hitler nell'invasione e nella spartizione della Polonia ed aderì allo schieramento degli Alleati solo per l'imprevista aggressione nazista; la liberazione di Auschwitz fu preludio alla trasformazione di tutto l'Est europeo in un'immensa prigione, dove per anni i diritti umani furono calpestati. Ora che da poco è stato sepolto in San Pietro il vero liberatore della Polonia, la pubblicazione di questo libro - atteso in Italia per più di cinquant'anni - denuncia in maniera implacabile ed affascinante le somiglianze fra la barbarie comunista e quella nazifascista. L'autrice, Margarete Buber, nacque nel 1901 in Germania, e nel 1926 entrò nel Partito Comunista tedesco, sposando uno dei suoi dirigenti, Heinz Neumann. Dal 1933 emigrò a Mosca, dove soggiornò nel famoso Hotel Lux - riservato alla nomenklatura straniera - nel quale risiedette anche l'italiano Togliatti. Nel 1937 Neumann fu arrestato, con l'accusa di trotzkismo; nel giro di pochi mesi, anche Margarete fu imprigionata e condannata a cinque anni di detenzione nel campo siberiano di Karaganda. Iniziava così il suo viaggio nell'universo concentrazionario, che si sarebbe concluso solo nel 1945. Il tratto più stupefacente e caratterizzante della popolazione carceraria sovietica era la varietà dei detenuti e l'indeterminatezza delle accuse. Mentre nei campi nazisti le vittime erano ebrei, omosessuali, zingari, oppositori politici, testimoni di Geova ed una serie di altri gruppi sociali ben definiti, in Unione Sovietica il sospetto - e quindi la deportazione - potevano coinvolgere chiunque per i motivi più futili. Giungevano così nei campi ferventi comunisti, familiari di persone che si erano limitate a criticare questo o quell'aspetto della vita sociale, cittadini che per qualunque motivo avevano avuto contatti con l'estero; a chiarire il motivo della condanna ci pensavano i verbali delle confessioni, falsati o completamente inventati dagli inquirenti. Lo shock della detenzione causava le reazioni più disparate: alcuni internati cercavano di capire dove avessero sbagliato, iniziando un'inutile esercizio di autoanalisi alla luce dello stalinismo; altri si convincevano di essere vittima di un singolo errore giudiziario che non minava la validità di tutto il sistema sovietico. Per gli stranieri come la Buber, era la fine di un'illusione. L'autrice comprese che il regime era perversamente ed irrimediabilmente corrotto e smise di aderire integralmente al comunismo, pur mantenendosi fedele ai valori ideali sui quali aveva costruito la sua militanza. Nel 1939, a margine del patto Ribentropp-Molotov, i sovietici decisero di riconsegnare i comunisti tedeschi ai nazisti. La Buber rientrò così in patria su un convoglio speciale che gli uomini del NKVD consegnarono direttamente alle SS a Brest-Litovsk. Fra i prigionieri trasferiti in Germania vi furono anche alcuni ebrei, dei quali i sovietici ignorarono le proteste. Nel lager nazista di Ravensbrück l'autrice fu internata fra i prigionieri politici; qui fu oggetto dell'ostracismo delle detenute comuniste, le quali non potevano accettare i suoi racconti sull'Unione Sovietica e ritenevano che si fosse macchiata di qualche colpa inconfessabile contro la patria dei lavoratori. Alcuni anni dopo, l'arrivo delle prime internate russe - con il loro carico di sofferenza, sfiducia e disillusione - causò in quelle irriducibili attiviste un vero crollo psicologico; avevano sacrificato la loro libertà e riposto tutte le loro speranze in un mito che d'un tratto appariva indifendibile. Particolare risalto ha la figura di Milena Jesenskà, giornalista praghese che aveva avuto una relazione con Franz Kafka, deportata per motivi politici e divenuta una grande amica dell'autrice fino alla morte nel campo di concentramento. Fu Jesenskà a suscitare nella Buber il desiderio di scrivere le proprie esperienze, aiutandola ad esprimere un proprio stile letterario. Dopo avere descritto vividamente le vicende della detenzione, la Buber narra la fuga dal campo e dalle truppe sovietiche verso le linee anglo-americane e verso la Baviera, dove era emigrata la sua famiglia, nel contesto di una Germania ormai sprofondata nel caos. Nel complesso un libro che ha il sapore dell'epopea, una vicenda originale, sia per la particolare personalità dell'autrice che per la grande varietà di tipi umani da lei incontrati in Paesi così diversi. Un testo che fa riflettere sull'importanza della libertà e sulla rilevanza delle nostre scelte personali per costruirla e difenderla anche nel nostro tempo. Se infatti la Buber ed i suoi compagni di detenzione furono vittime di tragedie macroscopiche - l'ascesa dei totalitarismi e la guerra mondiale - che trascendevano la capacità di analisi e di reazione dei singoli, è anche vero che l'autrice fu in parte vittima delle sue valutazioni errate, quali l'adesione all'illusione comunista e la fuga in Unione Sovietica. Anche nei campi gli internati avevano la possibilità di fare scelte decisive; collaborare con gli aguzzini o boicottarli, sostenere alcuni compagni di prigionia piuttosto che altri, cercare di sopravvivere o tentare una fuga disperata. Proprio in quest'ambito più ristretto la Buber maturò una visione assai più matura della libertà, difendendo con maggiore efficacia gli spazi che riusciva a conquistare per sé e per gli altri.
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Ragionpolitica, periodico on line n.124 del 25/8/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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