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Acqua e privatizzazioni, tra luoghi comuni e realtàdi Giorgio Bianco - 25 agosto 2005 A dispetto della vulgata diffusa dagli ultrà dell'acqua come «patrimonio comune dell'umanità», sono stati in realtà molti governi di Paesi poveri a rendersi conto che le drammatiche condizioni in cui versa la maggior parte della loro popolazione dal punto di vista dell'approvigionamento idrico rendono impossibile - come si è argomentato in precedenza - limitarsi ad attendere che lo sviluppo economico, processo a lunga scadenza e di grande complessità, crei le condizioni per fare della carenza idrica e dei problemi correlati un ricordo del passato. Soprattutto, questi governi hanno finito per accettare, sia pure con gradi diversi di consapevolezza, il fatto che la diffusa mancanza di acqua potabile è la conseguenza di una distribuzione affidata esclusivamente o in netta prevalenza alla mano pubblica. Di conseguenza, i Paesi in via di sviluppo hanno iniziato ad orientarsi, in cerca di aiuto, verso le imprese private operanti sul mercato, anche se occorre subito osservare che questo processo ha iniziato ad assumere proporzioni degne di nota soltanto nel corso degli anni Novanta, e rimane tuttora in scala ridotta: attualmente, solo il 3% delle fasce più povere delle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo riceve l'acqua da fornitori privati. Riguardo alla presenza del privato in questo settore, è necessario sgombrare il campo da alcuni equivoci, alimentati anche in questo caso dai nemici del libero mercato. Innanzitutto, costoro tendono a utilizzare la parola «privatizzazione» come etichetta buona per qualunque forma di coinvolgimento di imprenditori privati nella distribuzione idrica. La realtà, comunque la si voglia giudicare, è che al momento attuale sono molto pochi, nel mondo, i sistemi in cui il settore idrico è completamente privatizzato e «deregolamentato». Soltanto una minima percentuale degli investimenti effettuati dai privati nel settore idrico nei Paesi in via di sviluppo ha luogo in un contesto di autentica privatizzazione. Molto più spesso, si tratta di forme di cooperazione tra il settore pubblico e quello privato, tra commercio e business. Sono proprio queste forme di sinergia, come si è detto, ad essere sbrigativamente e demagogicamente definite «privatizzazioni». L'economista Terry L. Anderson ha individuato sei differenti forme di coinvolgimento, gradualmente crescente, dei privati nella gestione pubblica delle risorse idriche. Il primo e più basso è quello in cui un operatore privato stipula con le strutture pubbliche un contratto che prevede un impegno limitato alla manutenzione delle infrastrutture esistenti. Un secondo modello prevede che un'impresa privata si faccia carico della distribuzione idrica esistente, ma che l'acqua e le infrastrutture rimangano di proprietà statale. La terza forma di coinvolgimento del settore privato consiste nel concedere in affitto sia l'acqua sia le infrastrutture per un limitato periodo di tempo. Il quarto metodo individuato, chiamato BOOT (Build-Own-Operate-Transfer), consiste nell'affidare a una compagnia privata la costruzione o la ristrutturazione delle infrastrutture, che la compagnia in seguito dà in affitto per un periodo prefissato. Il quinto modello, il più diffuso, è quello delle concessioni: un'azienda può concedere in affitto le infrastrutture, ma, come clausola contrattuale, assume l'impegno di raggiungere determinati obiettivi, riguardanti ad esempio i prezzi, l'espansione della distribuzione o il numero di consumatori che hanno accesso all'acqua. La sesta possibilità è quella in cui i diritti di proprietà e le infrastrutture sono parzialmente o interamente venduti alle compagnie. Le compagnie private, si è detto, sono progressivamente anche se lentamente coinvolte dai governi nella gestione delle risorse idriche, in particolare allo scopo di rifornire le popolazioni più povere. Per lungo tempo si è ritenuto che il mercato e le imprese private fossero incapaci o non avessero la volontà di soddisfare le esigenze idriche dei più poveri, ma questo assunto si è rivelato sbagliato, per tre ragioni. In primo luogo, la pubblica amministrazione ha sviluppato meccanismi attraverso cui le richieste di prestazioni formulate nei contratti includono la fornitura di acqua agli strati più poveri della popolazione. In secondo luogo, le compagnie private hanno finito per comprendere che una delle condizioni imprescindibili per il loro successo in ambienti politicizzati come le città del Terzo Mondo risiede proprio nella capacità di rifornimento idrico dei più poveri. In terzo luogo, le imprese si sono rese conto che la vendita di acqua ai poveri può rappresentare una parte consistente del loro commercio, un target che non possono permettersi di trascurare. I più poveri, specialmente nei Paesi in via di sviluppo, hanno una grande importanza commerciale come consumatori. Spesso, essi rappresentano non meno del 50% del mercato complessivo di un Paese, e dunque non possono essere ignorati, né politicamente né dal punto di vista commerciale. La sfida di rifornire di acqua i cittadini più poveri è ormai parte integrante del business plan di qualunque azienda del settore idrico che operi nei Paesi in via di sviluppo. Anche se di recente sviluppo e in scala ancora ridotta, la partecipazione del settore privato nella gestione dell'acqua nei Paesi poveri non ha mancato di far sentire i suoi benefici: nei Paesi in via di sviluppo in cui i privati hanno investito nel settore idrico, la popolazione che ha accesso all'acqua potabile è pari ad una media dell'80%, mentre laddove non sono stati effettuati investimenti dai privati la media scende al 73%. Risulta allora evidente che quanto più è consistente il coinvolgimento dei privati nel rifornimento idrico, tanto più alto è il numero di persone che hanno accesso all'acqua. La ragione di fondo, come si è visto in precedenti articoli, va individuata nel fatto che gli operatori privati non sono soggetti ai limiti che caratterizzano strutturalmente, costitutivamente il settore pubblico, limitandone inevitabilmente la capacità di azione. Generalmente, infatti, i privati hanno maggiori risorse economiche da investire, maggiore competenza nel gestire le risorse e nell'organizzare il lavoro, una capacità di gran lunga più elevata di accesso alle nuove tecnologie, e non da ultimo sono molto meno legati a dogmi e obbedienze di carattere politico. Le privatizzazioni possono realmente dare nuova vitalità a sistemi sclerotizzati: laddove l'intrecciarsi degli interessi dei politici, delle imprese pubbliche e dei sindacati tende a perpetuare uno status quo fatto di inefficienza e di mancanza di flessibilità, l'ingresso di un operatore esterno che abbia il carattere di un'impresa privata può fornire incentivi a riformare e ridimensionare stagnanti e indolenti burocrazie.
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Ragionpolitica, periodico on line n.124 del 25/8/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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