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6 marzo 2008
 
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Campi nel mondo, tra le due guerre

di Mariacristina Nasi - 6 settembre 2005

Italia

I regimi autoritari del periodo tra le due guerre, dall'Italia alla Spagna, dal Giappone al Portogallo, sono stati assimilati al nazismo in modo un po' avventato. Il regime fascista non è stato "tenero" con i suoi nemici, ciononostante il terrore fascista e quello nazista non devono essere confusi. Contrariamente a Germania nazista e Unione Sovietica, l'Italia mussoliniana non conosce sistemi concentrazionari, perlomeno non prima del 1939. Vi si pratica di preferenza il regime di residenza sorvegliata (confino), l'esilio obbligatorio. In ogni caso, si tratta di una «relegazione individuale e non di un concentramento collettivo a fini di eliminazione o per lo sfruttamento sul lavoro». I confinati hanno il permesso di abitare con i loro parenti, godono di un alloggio gratis, nonché di un'indennità giornaliera, nel caso in cui siano privi di mezzi di sussistenza.

Dal 1939, con l'entrata in guerra, la situazione va peggiorando, come prova il progetto dell'Italia di dotarsi di un regime concentrazionario. Nel giugno 1940, due giorni prima della dichiarazione di guerra da parte dell'Italia, «si adottano i provvedimenti relativi ai campi e a partire dal 10 giugno si procede ai primi arresti degli ebrei, come "misura di sicurezza"». Le condizioni di vita sono precarie, ma non disumane. Un decreto del 4 settembre 1940, firmato da Mussolini, specifica che «i detenuti devono essere trattati con umanità, senza ricorrere alla violenza, e che il lavoro - qualora gliene sia assegnato - deve essere remunerato». Malgrado ciò, questa politica non è sempre stata rispettata. Il 25 luglio 1943, la caduta di Mussolini porta alla liberazione della maggioranza dei detenuti, ma non necessariamente degli ebrei, soprattutto quelli di nazionalità straniera, né dei comunisti e degli anarchici. Dal settembre 1943, con la creazione della Repubblica sociale di Salò, la situazione muta: l'antisemitismo, «sino ad allora affermato in modo piuttosto vago, diventa uno dei punti programmatici del secondo stato fascista». Tuttavia, «si è molto lontano dal terrore di massa e dalle procedure di eliminazione non solo degli oppositori politici più determinati, ma anche di interi corpi della società», che all'epoca caratterizzavano i regimi hitleriano e staliniano.

Portogallo

Oltre a fortezze e prigioni, lo stato portoghese diretto da Salazar (1932-1968) creò un campo di concentramento nell'arcipelago di Capo Verde, allora colonia portoghese, chiamato Tarrafal, situato nella parte più inospitale dell'isola Saõ Tiago. La sua apertura è collegata alla guerra di Spagna: Salazar, preoccupato di un possibile contagio delle idee rivoluzionarie, o semplicemente repubblicane, decise di «rafforzare il controllo sulle masse accentuando la repressione contro qualsiasi manifestazione di protesta». Tra clima inclemente, strutture carenti e alimentazione mediocre, i detenuti erano sottoposti a un duro lavoro per scopi punitivi più che produttivi.

Spagna: campi franchisti e repubblicani

Non costituiscono un sistema duraturo. Nelle zone controllate da repubblicani, nei campi destinati ai prigionieri politici, si trovano evasi, disertori, prigionieri di guerra; dal 1937, anche anarchici, trotzkisti, sacerdoti e diversi "asociali". I detenuti sono costretti a lavorare.

Francia

Tra le due guerre migliaia di persone si rifugiano in Francia. Siccome l'afflusso non diminuisce e incombe la minaccia della guerra, una legge del maggio 1938 limita l'ingresso e la presenza degli stranieri clandestini in Francia. A novembre, la legge è rafforzata da un decreto che prevede la creazione di "centri d'internamento"; più precisamente, "centri speciali di raccolta": gli individui «pericolosi per la difesa nazionale o la sicurezza pubblica», sia stranieri che francesi, rischiano la reclusione arbitraria. Le autorità civili e militari suddividono i rifugiati in diversi campi nel Sud del Paese: né di concentramento né di lavoro forzato, «furono anzitutto campi di accoglienza che mancavano però dei mezzi adeguati per poter adempiere alla loro funzione»; da cui un'elevata mortalità, nonostante le condizioni sanitarie migliorino abbastanza velocemente. Questi campi presentano inoltre un aspetto di transito e transitorietà che «non permette di insistere troppo sul paragone con i campi di concentramento veri e propri»: sono soprattutto luogo di smistamento e si svuoteranno piuttosto in fretta.

Il 10 maggio 1940 le truppe di Hitler invadono Belgio e Olanda; il 13 maggio chi ha origine tedesca deve recarsi nei centri di raccolta. La situazione differisce da quella del 1914, quando non vi era stato alcun internamento prima dello scoppio del conflitto; «la dichiarazione di guerra del settembre 1939 e gli internamenti di cittadini dei paesi belligeranti che ne conseguono sono invece preceduti da una serie di provvedimenti nei confronti dei rifugiati stranieri». Tuttavia, risulta arduo considerare i campi francesi del 1939-1940 la "anticamera del gulag". Non si può parlare di legami col nazismo prima dell'estate 1942. Il governo francese di Vichy ha due compiti: «presentare alla Germania tutti coloro che il Reich reclama e lanciarsi in una politica di raggruppamento e sorveglianza degli stranieri e, più in particolare, degli ebrei», la cui situazione, nel 1942, muta radicalmente, sia nella zona occupata, sia in quella libera. Dapprima, il governo di Vichy distingue tra ebrei francesi e stranieri: solo questi sono consegnati ai tedeschi per essere deportati; in seguito, la stessa sorte toccherà a migliaia di ebrei francesi. Questi campi, comunque, non sono paragonabili a quelli nazisti o sovietici.

Nordafrica (1939-1943)

Già nel 1939, la Francia possedeva alcuni campi d'internamento e lavoro nel Nordafrica: sotto il controllo dell'esercito francese, in condizioni climatiche avverse, sono «tra i più duri allestiti dalla Francia».

Giappone

Durante la seconda guerra mondiale, le Filippine sono state teatro di numerose atrocità: marce della morte, sotto il sole tropicale, senza cibo; massacri e negazioni di cibo ai malati, con il pretesto che non lavoravano. Il Giappone «ha fatto di peggio. L'occupazione di un certo numero di Paesi è stata infatti accompagnata dall'internamento della popolazione civile occidentale»: se i civili indigeni o meticci vennero impiegati come manodopera per lavori difficili e pericolosi, i prigionieri di guerra alleati «vissero un vero e proprio inferno nel fango, divorati dalle zanzare ed esposti alla malaria, alla dissenteria, alle cimici e all'umidità».

Sospetti

Dal maggio 1940, in Inghilterra sono messe agli arresti 2000 persone: civili tedeschi e italiani, nonché «coloro che sono da tempo nel mirino dei servizi segreti inglesi per attività a favore dei nazisti o dei fascisti»; suddivisi in varie categorie, «secondo il grado di pericolosità»; in parte trasferiti in Australia o Canada, poiché in Inghilterra sorgono problemi di spazio e sorveglianza. La maggioranza di questi internati ritornerà in Inghilterra dopo il 1945; l'internamento è più che accettabile e vi sono regolari ispezioni ufficiali. «Non sono dunque paragonabili ai campi tedeschi e giapponesi e ai loro tassi di mortalità». L'internamento si basa sul principio di precauzione. Negli Stati Uniti, i soldati americani di origine giapponese furono relegati a svolgere compiti subalterni; nell'amministrazione pubblica si procedette all'epurazione dei sospetti, internati nei campi. L'internamento prevedeva diverse tappe: l'invio in centri di raccolta; la collocazione nei relocation center, solitamente in luoghi isolati e inospitali. La loro funzione è riunire individui «ritenuti minacciosi per la società, allo scopo di proteggere il resto del corpo sociale». Le condizioni di vita in questi campi hanno poco a che vedere con quelle dei campi nazisti o sovietici: «non si tratta di eliminare esseri umani con il lavoro o i maltrattamenti, ma di isolarli per premunirsi nei confronti di azioni delle quali, a torto o a ragione, li si ritiene capaci». I decessi sono pari all'1,5% del totale degli internati. A metà dicembre 1944 è annunciata la fine di qualsiasi emergenza militare: si autorizzano i giapponesi e i nippo-americani a tornare nelle loro case. Nel 1988, il governo americano porge le proprie scuse ufficiali ai giapponesi ingiustamente internati, concedendo loro un risarcimento finanziario.

Profughi

«Nessun alleato belligerante ha previsto squadre speciali incaricate di liberare i campi» e occuparsi dei sopravvissuti. A causa dell'impreparazione, molti muoiono dopo la liberazione; il rimpatrio è spesso impraticabile. Gli alleati si trovano di fronte circa 7 milioni di sradicati (profughi), cui si aggiungono circa 12 milioni di tedeschi, in fuga dalle zone occupate dai russi, in Germania, ma anche in Polonia e Cecoslovacchia. Le autorità militari, in quattro mesi, rimpatriano circa 7 milioni di prigionieri di guerra; restano un milione di profughi nei "centri di accoglienza" delle zone occupate di Germania e Austria: chi rifiuta di rientrare in patria e scampati alla Shoah, costretti a rimanere in Germania. Gli ebrei sono riuniti in campi appositi, dove costituiranno "comunità autogestite". Creati per risolvere in breve il problema della sorte dei profughi, questi campi di transito diventeranno permanenti.

Collaborazionisti

Il ritiro delle truppe tedesche e l'insediamento di nuovi governi in Europa occidentale non pongono fine agli internamenti di carattere amministrativo, che durano sino alla fine della guerra. Laddove l'occupazione nazista ha trovato sostenitori tra i partigiani di una politica collaborazionista, «i quadri dell'esercito, dell'amministrazione civile, dei grandi organismi statali e dei diversi settori economici e culturali devono rendere conto del proprio operato». L'epurazione assume varie forme: morte, pene detentive, perdita dei diritti civili. Poiché le prigioni sono sovraffollate, si creano campi, e se ne ripristinano altri, precedentemente utilizzati dai nazisti.

! Mariacristina Nasi

Le informazioni sono tratte da Il secolo dei campi - Detenzione, concentramento e sterminio: 1900-2000, di Joël Kotek e Pierre Rigoulot, Mondadori, 2001.

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