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numero 280
6 marzo 2008
 
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Il prezzo dell'acqua non è solo denaro

di Giorgio Bianco - 6 settembre 2005

La principale obiezione che i nemici della libertà economica muovono a qualunque ipotesi di privatizzazione delle risorse idriche è che l'apertura di maggiori spazi al libero mercato nei Paesi in via di sviluppo (e non solo) comporterebbe un inevitabile innalzamento dei prezzi, di cui sarebbero vittime soprattutto i segmenti più poveri della popolazione, i quali patirebbero una minore possibilità di accesso all'acqua potabile e sarebbero costretti a un maggiore utilizzo di acqua insalubre. Quanto c'è di vero in tutto questo, e quanto è invece frutto di un odio nutrito di dogmi e ideologia nei confronti dell'economia di mercato e della grande impresa? In particolare, l'aumento del prezzo dell'acqua è davvero da considerare la iattura che le prefiche dell'ecocatastrofismo ci vengono descrivendo?

In precedenza si sono fornite ampie argomentazioni per dimostrare che, quanto più ampia è l'apertura al settore privato nella fornitura di risorse idriche, tanto maggiore è la possibilità di accesso ad acqua pulita per milioni di persone a cui è attualmente precluso. In realtà, le popolazioni che hanno difficoltà o sono impossibilitate ad accedere all'acqua potabile, pagano un prezzo di gran lunga superiore di quello che pagherebbero se potessero fruire di una connessione a una rete idrica. Quello che i nemici del mercato, con clamorosa contraddizione, non riescono per cecità o per malafede a vedere, proprio loro che spesso accusano i sostenitori delle privatizzazioni di avere una visione puramente «economicista» dei problemi e di essere insensibili ai loro risvolti umani, è che le conseguenze della mancanza di una distribuzione idrica efficiente sulle vite di milioni di persone - donne costrette a camminare per chilometri con pesanti brocche sulla testa, bambini costretti a trascorrere molte ore del giorno in cerca d'acqua e impossibilitati a frequentare la scuola e a lavorare, milioni di persone che muoiono di disidratazione e diarrea - sono parte, anzi la parte più gravosa, del prezzo imposto dalla chiusura al mercato e da una gestione pubblica burocratica e corrotta.

Se da un lato le privatizzazioni, consentendo un accesso di gran lunga più ampio all'acqua pulita, sono in grado di eliminare o di diminuire drasticamente questo tragico costo umano, dall'altro non è affatto scontato che un innalzamento della parte meramente monetaria del costo dell'acqua comporti conseguenze disastrose. Innanzitutto, come si è già accennato in altri scritti, prezzi più alti - in luogo di quelli tenuti artificialmente bassi dai governi - forniscono, a coloro che operano sul mercato, sia le risorse sia gli incentivi a garantire ad un maggior numero di persone la connessione all'acqua potabile. Se, infatti, i privati sono impossibilitati a operare in un regime di prezzi spontaneamente determinato dall'economia di mercato, ben difficilmente potranno disporre delle risorse economiche necessarie alla realizzazione e alla manutenzione delle infrastrutture necessarie ad espandere la distribuzione delle risorse idriche. E naturalmente, se il prezzo dell'acqua è mantenuto basso al punto che il costo del potenziamento delle infrastrutture è maggiore di quanto gli operatori possono aspettarsi di guadagnare, inevitabilmente nessuno di loro investirà in imprese che comportano la certezza di una perdita.

Gli effetti di un regime di prezzi regolato dall'alto e non da meccanismi di mercato si fa sentire soprattutto nel settore agricolo e in quello industriale, che ovviamente assorbono quantità d'acqua di gran lunga maggiori rispetto all'uso domestico (nel complesso, agricoltura e industria determinano il 92% del consumo di risorse idriche). Sono soprattutto gli agricoltori, a cui va attribuito circa il 70% del consumo idrico, ad essere sovente spinti a comportamenti fortemente antieconomici nell'utilizzo dell'acqua. A causa dell'incentivo allo spreco determinato da prezzi artificiosamente bassi, colture che richiedono un utilizzo intensivo dell'acqua finiscono per avere una rendita di gran lunga inferiore a quella ottimale. Il problema, anche in questo caso, assilla soprattutto i paesi più poveri, dal momento che, quanto più un paese è sottosviluppato, tanto maggiore è il consumo di acqua a scopi agricoli, ma è stato calcolato che a livello mondiale circa la metà dell'acqua utilizzata dagli agricoltori non genera cibo. Risulta allora evidente che è proprio nei paesi più poveri che un utilizzo più efficiente della risorsa, quale può essere garantito soltanto dal mercato e dai suoi meccanismi, incluso l'innalzamento dei prezzi e il conseguente incentivo al risparmio, può far sentire maggiormente i suoi benefici effetti. Secondo l'economista Friedrick Segerfeldt, un miglioramento della distribuzione di risorse idriche destinate all'agricoltura tale da consentire un risparmio del 10 per cento, potrebbe addirittura raddoppiare la disponibilità d'acqua per uso domestico!

! Giorgio Bianco
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Ragionpolitica, periodico on line n.125 del 5/9/2005
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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