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Le nuove sfide del nostro tempodi Alessandro Gianmoena - 9 settembre 2005 Viviamo in un tempo in cui l'imprevedibile forgia la storia, dove le sfide dell'umanità hanno sostituito le visioni del mondo del Novecento con la problematicità quotidiana del reale. Gli albori del terzo millennio hanno segnato un'epoca in cui la libertà è ritornata ad essere, per gran parte del mondo, il valore principale che il singolo, la società e i Governi possono riconoscere come criterio ultimo di legittimazione e precondizione delle proprie scelte e della modalità di svolgimento della propria esistenza. E' la sfida della libertà, della sua affermazione e difesa come valore assoluto della nostra vita quotidiana, che ha cambiato l'orientamento della politica, dando origine ad un connubio sempre più stretto con l'emisfero metapolitico che è il principio di ogni nostra azione e decisione: la nostra identità. In un mondo che si fa sempre più piccolo grazie alla globalizzazione dei mercati ed all'immediatezza dell'informazione nella comunicazione diffusa di media quali internet, la televisione e la telefonia mobile, emerge una conflittualità generata dal confronto culturale. Infatti, insieme alla grandi potenzialità di sviluppo, di creatività e di ricchezza che ci riserva un fenomeno come la globalizzazione, vi è la dura prova del confronto tra stili di vita differenti, a cui non possiamo sottrarci. Per tale motivo la difesa della propria identità diviene il perno centrale dell'azione politica di un'Europa che, unendosi nell'euro e nell'euroburocrazia senza privilegiare il primato della politica, rischia di essere declassata a terra di mercati, perdendo la storica posizione di centralità in un mondo che, ad oggi, appare tecnologicamente collegato ma culturalmente frammentato. Parlare di identità significa avere la consapevolezza di chi siamo, condividendo le radici storiche che hanno creato la nostra società libera e democratica. Quelle radici che noi, come Occidente, riconosciamo nella sintesi tra pensiero greco, diritto romano e tradizione religiosa ebraico-cristiana, che hanno concepito la realtà come una ricchezza e la vita come un dono dove la persona è capace di intelligenza, intraprendente, creativa e libera. Sottovalutare questi principi comporta lo svilimento della nostra cultura e della nostra civiltà; non ci fa più essere in grado di rispondere in modo adeguato alle sfide che il mondo globalizzato pone. Il confronto con la crisi di una società islamica che ci presenta il problema dell'integrazione e della sicurezza, la minaccia delle tigri asiatiche - India e Cina - che sottopongono a dura prova il nostro sistema economico invadendo i nostri mercati con prodotti sottocosto: questi sono i grandi drammi che, dall'universale al particolare, affliggono il nostro tempo. E' una questione di sopravvivenza e la politica può farvi fronte, come il Governo Berlusconi ha fatto e sta facendo, difendendo la nostra identità attraverso il ruolo dello Stato, preoccupandosi della sicurezza dei cittadini contro la minaccia del terrorismo di matrice islamica, adottando politiche di immigrazione più rigide e, infine, avendo il coraggio di combattere il terrorismo, insieme agli Stati Uniti, con scelte difficili come l'azione di peacekeeping in terra irachena. Credere nella propria identità culturale significa scommettere sul futuro della nostra società migliorandola con la riforma delle istituzioni, in modo da inserirla a pieno titolo nel nostro tempo; significa migliorare il Sistema Italia rilanciando la competitività delle nostre imprese, tutelandole dalla concorrenza sleale asiatica. La Casa delle Libertà ha sofferto il peso di questi grandi drammi nel corso di questi anni di Governo Berlusconi, e si è preoccupata di riammodernare uno Stato ereditato vecchio, dando dignità e prestigio internazionale al nostro Paese. L'azione della CdL è stata ostacolata da una opposizione che ha privilegiato una ricerca del consenso fondata sulla negazione dell'operato del Governo e unita all'odio nei confronti del Presidente del Consiglio. Sarebbe preoccupante se l'Unione di Prodi governasse il nostro Paese. Quale proposta in politica estera adotterebbe, in un mondo che sta virando a destra, se non il disimpegno politico di fronte alla minaccia internazionale del terrorismo? Quale politica di sviluppo per l'Italia sarebbe in grado di formulare una coalizione in cui la sinistra radicale è il riferimento culturale di una compagine formata da residuati ideologici e fondata su dottrine politiche del passato Novecento? Per il bene dell'Italia, sarebbe utile che il Governo del Paese non fosse affidato a una sinistra, ed in particolare a quella radicale, che vive ancora sulle macerie culturali di chi, un tempo, si pensava alternativo alla nostra società e alle nostre radici. La sinistra, oggi, si fa portatrice di quel relativismo che mina la nostra identità, sfociando nel nichilismo politico postcomunista, che fonda la sua azione sulla gestione e sulla conservazione del potere nelle istituzioni in politica interna, e sceglie il disimpegno in politica estera. Noi di Ragionpolitica.it, figli del nostro tempo, viviamo attraverso i nostri scritti la tensione politica e culturale che ci oppone al relativismo ed al nichilismo politico che è presente nella nostra società, ritenendo che le ragioni della politica consistano nel difendere la nostra identità occidentale e motivando le nostra opera a sostegno del centrodestra, della Casa delle Libertà, di Silvio Berlusconi.
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Ragionpolitica, periodico on line n.126 del 9/9/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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