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Perché devono continuare le missioni di pacedi Marco Biso - 9 settembre 2005 Molti dubbi sono stati manifestati, a livello politico e mediatico, circa il mantenimento degli impegni militari assunti nell'area del Golfo Persico e, specificamente, in Iraq. Per poter meglio comprendere le ragioni dell'indispensabilità di tali missioni per la salvaguardia dei valori fondamentali di libertà, democrazia e civiltà, è necessario brevemente definire il concetto del ruolo delle Forze Armate. Le modificazioni degli equilibri internazionali e la minaccia globale del terrorismo hanno fatto sì che il concetto di difesa dello Stato debba essere riformulato e compreso dalla comunità nazionale. La missione delle Forze Armate, che si sostanzia nella difesa dello Stato e delle sue istituzioni, è radicalmente mutata negli anni: non si tratta più di difendere il suolo italiano come ai tempi della Guerra Fredda. Oggi il problema è totalmente differente: la minaccia è "nascosta" dagli abiti civili e le bombe sono gli aerei passeggeri, le metropolitane ed i treni. Gli attacchi terroristici che hanno colpito gli USA, la Spagna ed il Regno Unito, confermano tristemente l'impossibilità di difesa diretta dalla minaccia terroristica. La difesa interna non è più circoscritta alla salvaguardia dei confini nazionali, ma deve necessariamente essere estesa per fronteggiare alla radice il problema, altrimenti irrisolvibile. Il terreno più adatto alla proliferazione di formazioni terroristiche è quello in cui il controllo delle istituzioni civili e democratiche non è esercitato, laddove alcuni governi ne finanziano persino le attività. Per queste ragioni, l'unica soluzione è la prevenzione del terrorismo, mediante la soluzione dei problemi di instabilità politica, nelle aree in cui la democrazia è compromessa o addirittura assente. Il gravissimo fenomeno del terrorismo potrà essere affrontato e risolto con successo soltanto attraverso la cooperazione internazionale. Le reciproche sinergie consentono di adattarsi ad ogni situazione, garantendo quel livello di flessibilità di dottrina e strategia militari necessarie al successo di ogni intervento, soprattutto in termini di tempestività, efficacia e durata nel tempo. Risultati incoraggianti, sotto questo fondamentale profilo, sono stati ottenuti dal nostro contingente militare in Iraq (formato da Esercito, Marina, Aeronautica e da unità MSU dei Carabinieri), sia in termini militari operativi e di controllo, sia contribuendo in modo diretto alla ricostruzione delle forze di sicurezza irachene attraverso uno specifico addestramento. La sicurezza della regione, base di partenza per il consolidamento e la vita del nuovo sistema democratico iracheno, è fortemente compromessa dai numerosi e gravissimi problemi di ordine pubblico, sociale ed economico, che costituiscono una preoccupante realtà da ostacolare ed eliminare (i numerosi sequestri di armi di ogni genere effettuati dalle forze della Coalizione ne sono la prova evidente). L'ONU ha chiesto agli Stati membri di attivarsi, anche con l'auto di forze militari multinazionali, per fronteggiare la minaccia terroristica, primo e più importante fattore destabilizzante, in grado, da solo, di vanificare gli sforzi tesi alla ricostruzione democratica e civile dell'Iraq. A seguito della richiesta del Governo iracheno, come ricordato dal Ministro Martino, «l'Italia svolge la propria missione per la stabilizzazione, la pacificazione, la sovranità e la democrazia e continuerà a farlo fino a quando il Governo iracheno lo vorrà. La missione del nostro contingente non è cambiata: è e resta una missione di pace, con compiti umanitari e di sostegno al Governo provvisorio iracheno. Ciò che è cambiato è il rapporto con le autorità irachene, ora responsabili istituzionali di ogni decisione». L'obiettivo delle forze multinazionali è diretto ad assicurare la formazione di un governo democratico in grado di poter funzionare autonomamente grazie al sostegno della maggioranza del popolo iracheno. «Il Paese - sempre secondo le parole del Ministro Martino - è consapevole dei propri doveri di grande democrazia e sa che, nei grandi fori internazionali, l'Italia è cresciuta in prestigio ed autorevolezza grazie all'assunzione di responsabilità ed alla partecipazione allo sforzo collettivo per la pace e la stabilità. Ne sostiene l'impegno con uno straordinario sforzo finanziario, soprattutto con il riconoscimento del lavoro dei nostri militari. Sono apprezzati, ascoltati e richiesti, per le loro capacità e per i risultati ottenuti sul campo. Sono un modello per la conduzione delle operazioni di pace, tanto che si progettano strutture internazionali in Italia per la formazione del personale impiegato in questo tipo di missioni. Tengono alto il prestigio della Bandiera. Si muovono con senso di responsabilità, determinazione ed equilibrio. Danno prova di forza interiore e sanno sopportare grandi sacrifici, primo fra tutti il doloroso contributo di vite umane». Il Governo è dunque determinato, nell'interesse comune, a portare a termine i numerosi progetti di disarmo, sminamento, assistenza umanitaria ai rifugiati, condotti da Fondi, Programmi e Agenzie delle Nazioni Unite e gli impegni militari sotto l'egida dell'ONU in Kosovo, in Libano, in Palestina, nel Sahara occidentale, in Sudan, in Afghanistan, sulle frontiere di Etiopa-Eritrea e di India-Pakistan. Speriamo che a questa determinazione del Governo possa seguire una collaborazione delle forze di opposizione, finora troppo concentrate in un'assurda e dannosa campagna di "demonizzazione" delle missioni di pace, in perfetto stile Zapatero.
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Ragionpolitica, periodico on line n.126 del 9/9/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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