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C'è bisogno di una volontà sovrana

di Leonardo Tirabassi - 9 settembre 2005

Giuliano Ferrara è uscito su il Foglio del lunedì (29 agosto 2005) con un articolo dal titolo e dal contenuto provocatori, Con lo scolapasta in testa vi dico: abbiamo bisogno dell'Impero. E non c'è bisogno di dire che l'unica nazione in grado di svolgere il ruolo in questione, per forza fisica e morale, sono gli Stati Uniti. E', da quello che mi risulta, la prima volta che, su un giornale italiano e da parte di un commentatore politico prestigioso, si rompe uno dei tabù più forti non solo del politicamente corretto liberal, della vulgata moralista appiccicosa post sessantottina, ma anche di una delle eredità di fatto della seconda guerra mondiale che, dopo quarant'anni, era riuscita a fare propri i principi democratici wilsoniani dell'autodeterminazione dei popoli. La discussione sulla necessità dell'impero esce così dai circoli minoritari reazionari, controriformisti, esce dagli scaffali ideologici dell'estrema destra per diventare decisione politica attuale.

La guerra fredda aveva costretto certo gli Stati Uniti ad intervenire, ma obtorto collo e spesso con risultati disastrosi, costretti a tradire una loro vocazione genetica. Non a caso, Reagan faticava non poco a chiamare con il proprio nome, «impero del male», la vera realtà imperiale esistente in quegli anni: l'Unione Sovietica; dimostrando che i circoli culturali europei avevano assimilato meglio la lezione di Lenin che quella di Machiavelli. L'argomento di Ferrara è stringente. Gli stati nazione sono crollati; la globalizzazione economica, cioè la libera circolazione di merci e persone, è inarrestabile, la democrazia e il mercato sono le uniche realtà ragionevoli come meccanismi istituzionali rimasti. Se una parte di mondo, la nostra, vuole sopravvivere, se l'occidente non vuole implodere nell'anomia, c'è bisogno che la potenza venga accompagnata anche da una forza morale e spirituale: il cristianesimo riscoperto con la ragione, per assolvere i suoi compiti vitali.

Come si vede, il ragionamento si compone di due parti: la necessità dell'impero e la necessità che esso si fondi su valori cristiani. Temi che vanno scomposti e analizzati uno ad uno per poi essere considerati assieme. Le ragioni dell'impero, innanzitutto. Secondo uno dei massimi teorici «imperiali», Michael Doyle in Empires, il concetto di impero rimanda immediatamente alla sovranità, al controllo diretto o indiretto da parte dello stato imperiale di un'altra volontà statuale, sino ad annullarla in una conquista territoriale assoluta. Nella storia si trovano abbondanti esempi a favore della sovranità limitata, costretta al vaglio della prova schmittiana dello stato d'eccezione, o dell'acquisizione territoriale che si traduceva in un controllo politico formale. I motivi chiamati a giustificare l'intervento militare erano sempre la necessità di difendere la sicurezza dei propri cittadini, la tranquillità e l'ordine, mischiati abbondantemente a corposi interessi materiali e verniciati, con convinzione, con una mano di civiltà. Sicurezza, ideologia ed economia sono gli ingredienti dell'impero, il particolare che si fa universale, l'interesse di una parte che diventa generale. E come è possibile?

Hegel con Napoleone ci aveva provato. Un'incarnazione storicamente concreta di principi universali astratti, validi per tutto e per qualsiasi popolo e per sempre era sinonimo di libertà; faceva sì che l'incedere delle insegne imperiali a giro per l'Europa e l'Africa fosse sinonimo del progresso. Senza riscrivere la storia del mondo, ad esso si è contrapposto, vincendo, il modello mercantile dei bottegai anglosassoni. Ad una Kultur, al Codice napoleonico portati sulla punta delle baionette, si è opposta la Civilization della Compagnia delle Indie. Non si pensi che questi termini denotino e contraddistinguano tensioni lontane. In un saggio apparso dopo la seconda guerra mondiale, il filosofo francese, nonché grande burocrate di stato, Kojevè, in un saggio che oggi ha ripreso a circolare, cercava di contrapporre un'impero latino, sotto la guida ovvia della Francia, a quello americano, secondo lui incapace di comprendere appieno il destino universale. L'arroganza impotente di Dominique De Villepin viene da molto lontano. Adesso che le ideologie forti, sistemi organizzati e coerenti di falsa coscienza, sono morti, che lo sguardo sulla realtà può essere più libero e che i meccanismi anonimi di integrazione del mondo, la tecnica e il mercato, hanno preso il posto, scomodo da difendere per delle democrazie, della volontà di potenza, scopriamo che non possiamo lo stesso fare a meno dell'impero.

All'indomani dell'11 settembre, era stato un consigliere di Blair ad avvertire l'occidente. Robert Cooper in The Breaking of Nations, davanti al caos attuale delle relazioni internazionali, aveva delineato un quadro, ormai diventato d'uso comune, dove si muovono in contemporanea Stati con tre tipologie di comportamento. Stati post moderni, che rifuggono come orizzonte d'azione la logica di potenza e, di conseguenza, la guerra per risolvere i rapporti tra nazioni; Stati che ispirano le loro azioni alla logica di potenza classica, che in pratica si muovono come l'Europa della prima guerra mondiale; Stati falliti o criminali, gli Stati cioè come l'Afghanistan, la Somalia, il Sudan o gli Stati centrafricani, teatri di genocidi infiniti, dove mancano le basi anche interne per una convivenza degna di questo nome. Davanti a queste tragedie, che finiscono per minacciare l'intero ordine mondiale, l'occidente non può chiudere gli occhi: deve intervenire per ricreare un ordine.

E infatti è ciò che, dagli anni novanta ad oggi, gli Stati Uniti hanno fatto nell'ex Jugoslavia, in Afghanistan, in Iraq. Guarda caso, tutte eredità conflittuali nate più o meno direttamente dallo crollo di altri imperi. La Jugoslavia nata sul crollo dell'impero asburgico e poi congelata dal comunismo titino; l'Iraq invenzione inglese post ottomana, il buffer afgano ucciso nella sua storica funzione dall'impero sovietico in uno degli ultimi sussulti che disastrarono anche il Corno d'Africa. A sostenere che nelle realtà post coloniali degli stati falliti l'impero è necessario, non sono più appunto colonialisti e reduci, ma raffinati politologi democratici come Michael Ignatieff. L'impero è un dovere che dobbiamo assolvere malgrado noi occidentali.

La conclusione è semplice ed è davanti ai nostri occhi. Per ricostruire un ordine internazionale, ci vuole una volontà sovrana; per costruirne un'ordine stabile, c'è bisogno che faccia propri i meccanismi sistemici funzionanti, mercato e democrazia; per essere giusto, cioè inclusivo, tollerante e identitario, l'impero si deve basare sulla centralità della persona. L'impero è necessario perché i mercati non creano da soli l'ordine, anzi spesso distruggono la vecchia rete di solidarietà senza crearne nessuna in alternativa: l'unico soggetto fornitore di sicurezza è lo Stato. L'impero è necessario perché è più di cinquant'anni che avvengono decolonizzazioni caotiche, come quella sovietica in Europa e quella post coloniale, su disfacimenti imperiali precedenti. L'impero occidentale è necessario perché è consapevole che la convivenza nasce solo da una qualche nozione naturale di obbligo e non dai diritti positivi degli individui; non può altro che essere razionalmente cristiano perché la tolleranza si fonda sulla concetto di persona; e contro ogni hybris, come ha sottolineato Ferrara, trae le proprie origini dalla separazione tra Stato e Chiesa.

! Leonardo Tirabassi
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