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Campi nel mondo, l'Europa dell'Est

di Mariacristina Nasi - 16 settembre 2005

Germania Est

1945: le forze alleate collocano i loro quartieri in un Paese in rovina. Eliminate le ultime resistenze nemiche, si punta alla normalizzazione della vita pubblica e alla ricerca dei criminali nazisti. Si convoca, s'interroga, si arresta, si interna; si aprono nuovi campi, si ripristinano quelli nazisti. Se inglesi e americani puntano alla "denazificazione", da parte sovietica gli arresti si decidono su basi assai meno limpide: ex nazisti, perdipiù «di media o scarsa importanza», poiché i gerarchi non fuggiti sono già stati condannati dai tribunali militari e deportati in URSS; ma anche, in percentuale non trascurabile, individui ostili al socialismo, «considerati nemici dall'autorità occupante» per la loro appartenenza a «categorie sociali ritenute nefaste»: funzionari, giudici, avvocati, giornalisti, insegnanti, imprenditori, industriali, uomini d'affari, medici, intellettuali, dipendenti dell'industria bellica. Persino qualche comunista viene incluso nella grande pulizia, spesso per essersi «opposto alle pratiche dell'occupante sovietico». Gli internati sono arrestati in retate ad ampio raggio; prelevati per strada o sul posto di lavoro; interrogati in fienili, cantine, garage, locali della polizia o case isolate; sottoposti a percosse, torture, privazione del sonno, reclusione al buio, minacce di esecuzione immediata; trasferiti in un campo d'internamento. Le condizioni di detenzione dal 1945 agli inizi del 1948 sono le peggiori: arresti, sovraffollamento, mancanza di cibo, denutrizione, malattie, morte. Nel 1948 l'epurazione volge al termine; nel gennaio 1950 si chiudono gli ultimi campi; dal 1989 si scoprono, risalenti al periodo sovietico, «resti di persone decedute durante la prigionia e sepolte in modo anonimo in fosse comuni».

Cecoslovacchia

I comunisti prendono il potere nel febbraio 1948. Tuttavia, già nel periodo di «transizione tra la liberazione dal giogo nazista a opera dell'armata sovietica e l'instaurazione di una democrazia popolare», la Cecoslovacchia si copre di campi, che accolgono tedeschi dei Sudeti e capitalisti collaborazionisti, o presunti tali. Benché priva di fondamento giuridico, la repressione è «ben progettata e organizzata»; segue le direttive di comitati locali, «perlopiù in mano ai comunisti, che propugnano una politica radicale di epurazione nazionale nei confronti di borghesi e reazionari». Prima dell'espulsione, i tedeschi, insieme alla minoranza ungherese, sono soggetti ad un concentramento preliminare che, soprattutto nella fase più acuta, da agosto a dicembre 1945, provoca vendette e discriminazioni, in cui le organizzazioni locali del Pc sono ampiamente implicate, e su cui la stampa ha taciuto a lungo, finché, nell'ottobre 1945, un decreto impone la liberazione dei minori di dieci anni. L'Armata rossa getta i cadaveri in «fosse comuni fuori dai cimiteri, dentro sacchi di carta e nudi, dopo aver recuperato i loro oggetti personali». Alla fine del 1945, il trasferimento della popolazione tedesca si interrompe; le pressioni di Croce Rossa e Paesi stranieri, nonché la «volontà del governo di evitare qualsiasi intromissione dell'Onu», favoriscono miglioramenti nelle condizioni di detenzione e lavoro, sebbene restino internati molti bambini. Dal giugno 1946, si organizza il trasferimento verso la Germania, che coinvolge tre milioni di persone. Successivamente, i campi divengono lo strumento delle «persecuzioni di massa attuate dal regime». Obiettivo dei dirigenti comunisti è isolare i nemici di classe, «ostili alla costruzione del socialismo e poco affidabili in caso di guerra», ma emergono anche fattori economici, giacché l'espulsione dei tedeschi causa carenza di manodopera, cui sopperiscono gli internati. La popolazione concentrazionaria «raggiunge l'apice alla fine del 1949»; i campi sono chiusi nel 1961.

Polonia

«Dopo l'occupazione della parte orientale del loro Paese da parte dei sovietici, nel settembre 1939 i polacchi sono stati deportati a centinaia nei gulag o trasferiti nei kolchoz situati nel cuore dell'URSS, in particolare nel Kazakistan». Se, grazie ai racconti dei prigionieri polacchi, la conoscenza del sistema concentrazionario sovietico si è ampliata, scarseggiano le informazioni sui campi comunisti polacchi, benché, nelle ultime fasi della guerra, se ne aprano più di una trentina, tra cui ex campi nazisti, che ospitano prigionieri di guerra tedeschi, ucraini, partigiani dell'AK, la resistenza armata anticomunista polacca. Perlopiù campi d'internamento e rieducazione; alcuni di lavoro.

Ungheria

«La presa al potere da parte dei comunisti ungheresi è accompagnata da numerosi arresti ed esecuzioni», affidati alla Sicurezza di stato, inizialmente creata per punire i criminali di guerra; dal 1949, chiamata a regolare gli internamenti e amministrare i campi, ove regnano lavoro, denutrizione, violenza fisica. Dopo il marzo 1953 e la morte di Stalin, i detenuti sono gradualmente liberati e si decreta lo smantellamento dei campi. La legge prevede da sei a dieci anni di galera per chi riveli circostanze e luogo della prigionia. L'Ungheria, come la maggioranza dei Paesi comunisti, conobbe le deportazioni interne.

Campi titoisti

Nella Iugoslavia di Tito, la rottura con l'Unione Sovietica di Stalin, nel giugno 1948, ha allontanato l'idea dell'esistenza di campi, mentre quel periodo fu «il più ricco d'internamenti». Si arrestano i nemici del regime: ustacia, cetnici, liberali, nazionalisti, clericali, anarchici; dal 1948, anche comunisti, condannati a due anni, rinnovabili «nel modo più arbitrario, secondo una pratica diffusa negli stati comunisti». Di fronte al dissenso di alcuni militanti, la direzione politica non si limitò all'espulsione, ma, imitando i comunisti sovietici che combatteva, tra il 1948 e il 1954, «operò arresti di massa indiscriminati di migliaia di membri del partito». Le vittime del terrore sono almeno un milione, soprattutto serbi e montenegrini. L'interrogatorio, accompagnato e seguito da tortura, può proseguire anche dopo la condanna, nei campi, ove regna l'autogestione: i prigionieri organizzano i pestaggi e partecipano ai lavaggi del cervello. La polizia politica, qui come in Romania, è la prima in Europa a impiegare questo kit di detenzione concentrazionaria: «autoaccusa, autodegradazione, trasformazione della vittima in carnefice, autorifiuto di ogni senso dell'onore e di ogni etica, sino a giungere all'autodistruzione». Recentemente si è cominciato a far luce sull'universo concentrazionario del periodo 1948-1954: a lungo, le pressioni sugli ex-detenuti furono tali che nessuno osò testimoniare.

Romania

Numerosi fascicoli attinenti alle purghe, effettuate tra il 1949 e il 1964, vengono distrutti per ordine della Securitate, la polizia segreta di Ceausescu. Inizialmente (1945-1947), le deportazioni colpiscono principalmente la popolazione rumena di origine tedesca, i membri dell'amministrazione e del governo di Antonescu, quanti hanno partecipato o appoggiato la guerra contro l'Unione Sovietica. La repressione si acuisce tra il 1948 e il 1953, allorché i comunisti regnano incontrastati. Il 30 agosto 1948 nasce la Securitate, impegnata «nella lotta contro i partigiani anticomunisti ancora attivi e nella repressione delle sollevazioni contadine». Se negli anni 1954-1957 si annullano gli internamenti di carattere amministrativo, nel periodo 1958-1962 la repressione si riacutizza: arresti di massa, condanne, deportazioni, esecuzioni. Dal 1963 si iniziano a chiudere i campi, ove i nemici del potere sono sottoposti a rieducazione mediante il lavoro e impiegati come manodopera in fattorie collettive e cantieri edili. Chi non dimostra un «grado sufficiente di rieducazione» viene reinternato.

Bulgaria

Il sistema concentrazionario accompagna il potere totalitario sino al 1960-1970, praticando isolamento, punizione, impiego della forza-lavoro, eliminazione. L'idea di allestire campi di lavoro, per isolare i nemici della rivoluzione comunista, è suggerita il 16 novembre 1944, durante una riunione del Comitato centrale del Partito operaio bulgaro. Il governo locale istituisce due tipi di campi: uno per i detenuti comuni (asociali, prostitute, mendicanti); l'altro per gli individui politicamente pericolosi. La deportazione dipende da una decisione amministrativa. I campi, detti «Istituti di Educazione attraverso il lavoro», sono 76. Dal 1946, cambia la connotazione politica dei detenuti (oltre a uomini di destra, esponenti del partito agrario, socialdemocratici, anarchici e altri) e aumentano gli internamenti. Inizialmente (1945-1949), il lavoro forzato è praticato in cantieri sparsi nel Paese; in seguito (1949-1953), i detenuti politici sono riuniti nel campo di Belene, al confine con la Romania, che funziona anche quando la deportazione è temporaneamente abolita (1954-1956), per poi ricominciare (1956-1959), specie durante la rivolta ungherese. L'ultimo campo è chiuso nell'aprile 1962. Chi rappresenta una minaccia per il regime, viene arrestato e deportato, senza processo; i provvedimenti amministrativi comprendono internamento, domicilio coatto (che si protrae fino al 1984), divieto di vivere o studiare in un certo luogo, o sottoporsi a cure mediche.

Albania

«Ha conosciuto un periodo repressivo parossistico più lungo rispetto agli altri paesi comunisti europei». La storia dei campi albanesi si lega ai periodi di «rottura con quanti, ai loro occhi, tradiscono il comunismo», aprendosi alle riforme: la Russia di Hruščëv, prima, la Cina di Deng Xiaoping, poi. A differenza che in URSS, la morte di Stalin non provoca alcuna apertura dei campi. La repressione è particolarmente severa nel periodo della rivoluzione culturale (1967-1968), poi durante la grande purga del 1974. Nel 1990, poco prima del crollo del comunismo in Albania, si contano non meno di 14 campi; appaiono subito dopo la presa del potere da parte dei comunisti; uniscono «funzione repressiva e impiego della forza-lavoro»; raccolgono tutte le classi sociali. I detenuti devono contribuire all'industrializzazione del Paese e bonificare le paludi; la funzione economica del campo ne determina ubicazione e struttura materiale. Dopo le elezioni del 1945, vi fu un'epurazione selvaggia: i cadaveri dei condannati venivano esposti per terrorizzare la popolazione; principali vittime: clero cattolico, intellettuali, tecnici e minoranza greca; «chiunque si desse alla macchia si vedeva incendiare la casa e internare la famiglia».

! Mariacristina Nasi

Le informazioni sono tratte da Il secolo dei campi - Detenzione, concentramento e sterminio: 1900-2000, di Joël Kotek e Pierre Rigoulot, Mondadori, 2001.

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