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Good Night and Good Luckdi Francesco Natale - 23 settembre 2005 Dal primo trailer che vidi di questo film, decisi che mi sarebbe piaciuto. O che, perlomeno, mi avrebbe incuriosito, al di là del main theme politico che si proponeva di affrontare. Ho un debole per le pellicole in bianco e nero, in particolare se vengono girate nel ventunesimo secolo. Così come ho un debole per Joe McCarthy... Ho apprezzato Clooney in Three Kings e in Batman, quindi ero curioso di vedere come se la sarebbe cavata dietro alla macchina da presa, non avendo ancora visto il suo precedente film Confessioni di una mente pericolosa. Per prepararmi sia alla visione, sia alla recensione che state leggendo decisi di documentarmi sulle reazioni che il film aveva suscitato oltreoceano, e guardate che cosa ho trovato: dal sito Internet Movie Database «In A Nation Terrorized By Its Own Government, One Man Dared to Tell The Truth». Accidenti!! Ancora dal sito Warner: «In this climate of fear and reprisal, the CBS crew carries on and their tenacity will prove historic and monumental». Ah!! E ancora dal sito dell'Hollywood Reporter: «Good Night flashes back to the time when McCarthyism - infamously fomented by the House Un-American Activities Committee - had put a clamp on freedom of expression and association in the U.S.». Non una singola parola spesa sulla qualità della produzione, sulle scelte stilistiche adottate da Clooney, sull' efficacia di fotografia e sceneggiatura. Bene, mi sono detto, ci troviamo di fronte ad un improbabile seguito del polpettone di Moore Fahrenheit 9/11. Affilata la mia bibliografia di Ann Coulter sono entrato in sala proiezione e cosa mi sono trovato di fronte? Miracolo!! Si tratta solo di un film! Non arriverei a definirlo manifesto politico o straziante grido in celluloide dell'America oppressa dall'anticomunismo neppure sotto la minaccia delle armi. Neppure Clooney l'ha mai apertamente considerato tale, glissando su un più generico «Mio padre era un giornalista». Con tutto il sexissimo George non è stato del tutto onesto da un punto di vista contenutistico, ma ci torneremo più avanti. Il film si apre su una serata di gala durante la quale viene applaudito e invitato a parlare Edward R. Murrow, giornalista e presentatore della CBS noto per la sua puntigliosità e per aver realizzato servizi scomodi agli albori della broadcast television. Da qui in poi cominciano i flashback riguardanti il suo tentativo di demolire mediaticamente l'immagine del Senatore del Wisconsin Joseph McCarthy, redattore, secondo Murrow , di una ingiustificata lista di proscrizione nella quale sarebbero contenuti i nomi di tutti gli iscritti al Partito Comunista o comunque dei "simpatizzanti rossi". Dal caso del Tenente Milo Radulovich, Murrow trae gli spunti per la sua campagna denigratoria a danno di McCarthy. La regia è, come oggi si suol dire, pulita, priva di fronzoli, eppure ancora immatura, non compiuta. Clooney tenta di dare un taglio documentaristico alla pellicola, ma non sembra sortire il risultato voluto. La fotografia risulta a tratti disturbante, per via di un eccessivo nitore del bianco che appare quasi solarizzato, non saprei dire se per scelta ponderata o per una svista in postproduzione. Siamo lontani dal bianco e nero oleoso, calatafato e screziato di tinte metallizzate spente del capolavoro Sin City. L'atmosfera fumosa e "bogartiana" da film noir, odorosa di Bourbon e tabacco, è resa comunque (abbastanza) bene, e contribuisce a creare un senso di aspettativa misto a torpore. Certo, quando le aspettative vengono stroncate dalla brevità del film (90 minuti) resta solo un insoddisfatto torpore. Alla fine del film, nonostante l'ottima prestazione degli attori, Strathairn nel ruolo di Murrow in particolare, si resta parecchio delusi. La trama, che sembrava prendere una piega avvincente e ritmata, subisce un brusco stop, viene spezzettata e accantonata in un angolo per far spazio al discorso di Murrow che chiude la serata di gala iniziale. Un discorso moralisteggiante e inconcludente che sega la gambe alla rondine prima che questa spicchi il volo. Clooney ha peccato di velleitarismo. Il suo film resta una specie di esercizio di regia, la prova d'esame (buona, niente da dire) di un allievo della scuola di cinema. Manca del ritmo serrato e della backbone narrativa di JFK di Oliver Stone, del fervore liberal di Tutti gli uomini del Presidente, del senso di straniamento struggente comunicato da The Killing Fields: le urla del silenzio. O forse la scelta di Clooney è stata proprio quella di lanciare un piccolo, prudente e poco significativo strale contro McCarthy per timore di suscitare un "pericoloso" e doveroso revisionismo della figura e dell'immagine pubblica del Senatore? Certo che chi si aspettava, vittima di una stampa forse due righe gauchista, fiumi di fuoco su McCarhty resterà doppiamente deluso. Il «clima di terrore e repressione» di cui parlano le recensioni nostrane e d'oltreoceano non si percepisce nel film. Mai. La vita di Murrow e del suo staff procede senza significativi intoppi scandita dai ritmi dell'emittente televisiva CBS. Non si sente mai la spada del Damocle McCarthy come fatale, immanente, esiziale. E non dubito che alcuni "americani" fossero realmente terrorizzati all'epoca dalle indagini del Senatore. Nulla di questo traspare: i "perseguitati" vengono visti in maniera cinica e fredda come carne da primetime, più che come vittime innocenti da proteggere. Divertente l'idea di far parlare McCarthy in prima persona, sfruttando filmati originali dell'epoca. Ma qui casca l'asino dell'onestà intellettuale. Clooney opera un dovizioso lavoro di taglia e cuci per far dire a McCarthy ciò che gli interessa e per farlo al contempo tacere nei momenti clou, in cui vengono citate fonti e prove incontrovertibili riguardo alla attività sovversiva dei soggetti interrogati dal Committee for un-American activities presieduto da McCarthy. Egli ha il buon gusto di non citare le "persecuzioni" nell'ambiente hollywoodiano (campo minato che Clooney evita accuratamente) e liquida con un breve accenno la figura di Alger Hiss, spia al soldo di Mosca che fece per anni parte del gabinetto di F.D.Roosvelt, scoperta e fatta processare da McCarthy. Intelligente quindi, da un punto di vista politico, la scelta di Clooney di incentrare il film sul personaggio di Edward R. Murrow e non su Iron Joe (per chi volesse saperne di più su questo discusso giornalista ecco il link: http://www.massnews.com/2005...welcome_bernie.htm). Qualora avesse girato un film su McCarthy avrebbe dovuto scendere a patti con una domanda terribile e ineludibile: McCarthy aveva ragione oppure era il "pazzo ubriacone nazista omosessuale e omofobico(!!!)" su cui la sinistra americana ha costruito uno dei propri miti fondanti e autogiustificativi, la loro nuova Mayflower? Per chi cercasse una risposta, oggi i documenti del Venona Project, inerenti alla effettiva presenza di numerose spie sovietiche, simpatizzanti filocomunisti, agitatori sponsorizzati dal Kremlino, corroborati dai documenti rinvenuti negli archivi del KGB dopo la caduta del Muro, non sono più secretati (http://www.cia.gov/csi/books/venona/chron.htm). Ciascuno ne tragga le conclusioni che più gli aggradano. Un'ultima considerazione inerente alla chicca che ho trovato sul sito della Biennale e che qui riproduco: «Nell'America buia degli anni '50, il giornalista della CBS Edward R. Murrow sfida il maccartismo». Di "buio" ci fu solo il fato che subì Joseph McCarthy, novello Scipione, stroncato dall'ingratitudine di coloro i quali egli difese. Grazie Joe, la Storia ti ha, seppur tardivamente, dato ragione.
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Ragionpolitica, periodico on line n.128 del 23/9/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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