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6 marzo 2008
 
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La relazione d'amore in Dante nella lettura di Benigni

di Paolo Della Sala - 30 settembre 2005

Uno dei peggiori "peccati" dell'umanità non è quello di denigrare o ignorare Dio, ma quello ben più grave di mettere se stessi al Suo posto, e con ciò pretendere dagli altri adorazione, o qualcosa di simile. Di adorazione, per quanto frammista a scempiaggine, si può parlare nel caso della performance artistica di Roberto Benigni (lettura e - sic - commento del canto di Paolo e Francesca), tenuta qualche giorno fa in occasione dell'ormai rituale Notte Bianca romana, manifestazione eticistica voluta dal magister delle sinistre Walter Veltroni. Nel corso di un teologico reportage in diretta sul TG3 della notte, si è potuto assistere ad un affannoso, commosso, iperaggettivante, e persino etilico, commento: «Benigni ci riconcilia tutti», «Benigni ci parla dell'amore», «Benigni ci spiega Dante».

Come si sa, Benigni riutilizza in chiave televisiva l'antica arte toscana dei trovatori danteschi, che andavano in giro nei paesi e nelle piazze per declamare a memoria i canti e le cantiche del poeta per antonomasia. Lungi da noi disprezzare ogni tentativo di riattualizzare Dante, un vero patrimonio della cultura nazionale. Il problema è che la lettura di Benigni è, se non maligna, pedagogica, e per di più inesatta. C'è da rabbrividire, se si pensa a come i professori "spiegano" Dante ai loro allievi, se è quella del noto attore toscano la lettura di massa vigente. Dove è il limite della "interpretazione" veltroniana di Dante? In primo luogo consiste nel limitare l'esperienza della Divina Commedia al solo Inferno, cioè al solo aspetto "giuridico" e materialista (e ci sarebbe già molto da dire solo su questo fatto: perché l'homo novus post-marxista non riesce ad andare al di là dell'inferno?).

Peccato, però, che l'opera di Dante si chiami La Divina Commedia. Al contrario, la lettura benigna e veltroniana la trasforma e riduce a Comedie humaine, a Madame Bovary. Di conseguenza, la lettura del canto di Paolo e Francesca diventa una parodia del «mangiamo, beviamo, amiamo (o sinonimo cacolalico), perché del doman non c'è certezza». Tutto ciò è tanto irenico quanto eretico, perché non c'entra per niente col testo. Quello di Paolo e Francesca è un inno all'amore giovanile che tutto vince? Bisogna che i giovani seguano questo «inno all'amore»? Non si dice i due amanti sono coniugi infedeli, tant'è che stanno nel girone dei lussuriosi... ma questa condanna di Dante può anche essere ignorata, in nome di una civiltà orientata verso i Pacs, inclinazione grazie alla quale una signora di 50 anni, in una lettera a Natalia Aspesi pubblicata sul Venerdì di Repubblica del 23 settembre 2005 afferma legittimamente: «Quel che non ho fatto prima di conoscere [e convivere per 25 anni] con mio marito... l'ho fatto nel 1998, chattando e dragando i maschi, selezionandoli fisicamente e mentalmente. Incontri al buio, esperienze che mi hanno mostrato il mio potenziale erotico ormai sopito...». E' questo l'amore che tutto vince?

Non ci siamo: la concezione dantesca d'amore è altro. A partire dai suoi scritti giovanili, nei quali la donna amata è - per quanto angelica - umanissima, fino al Paradiso, espressione della scienza cristiana, quella che può essere sintetizzata con: Dio è amore. Con questa conseguenza: che l'amore è un dono di Dio, così come la stessa vita e la sessualità. Comunque voi la pensiate, gli àmbiti del discorso d'amore dantesco sono quelli. Se si è laici ci si può rivolgere all'ottimo Roland Barthes, o all'ancor validissimo Le nouveau désordre amoureux di Pascal Bruckner e Alain Finkielkraut (Seuil 1977). Ci sono, infine, i patetici e puttaneschi intellettuali alla Grabriel Garcia Marquez... Sembra che le società europee, eludendo e non essendo più in grado di comprendere il linguaggio d'amore cristiano (per una confusio linguarum?), privilegino il secondo tipo di intellettuali, restando all'amore laico.

Di conseguenza la tragedia d'amore - divorzio, omosessualità, disamoramento - è ridotta al suo aspetto farsesco o giuridico-patrimoniale, così da consegnare definitivamente la famiglia e l'allevamento dei figli allo Stato, tramite il lavoro forzoso e universale (con la perdita della possibilità di convivere con, e allevare davvero i propri figli in relazioni amorose, un aspetto che non interessa punto i cosiddetti progressisti, figli di Sparta come sono). Parlare d'amore in questo modo uccide l'amore. L'amore che «libera tutti» non esiste: l'amore è da sempre legame e non a caso ha una affinità ontologica con la religio. Ciò è vero nonostante Benigni, ed è questa la concezione dantesca d'amore. E' pericoloso traviare i giovani con letture abboracciate, buone a predicare il proprio verbum, per delineare un dio che non è Dio: «Negata e rovesciata, la religione tornava nel fascismo, nel nazismo nel comunismo [...] Ma la menzogna che reggeva l'Illuminismo era la negazione della religione: che alla base della realtà umana ci sia qualcosa che trascenda l'uomo e lo renda persona, particolare dotato di Significato». (G. Baget Bozzo, Profezia, 2002).

Si veda anche Angela da Foligno, nata nel 1248, e quindi coeva di Dante: «Per me non intendo amare in vista di un premio. Intendo amare e servire Dio perché Dio è buono, anche se non potremo arrivare a comprendere in pieno la sua bontà» (L'Esperienza di Dio-Amore, Città nuova, 1973). Cosa c'entra questa visione amorosa con quella boccaccesca di Benigni e della massa degli insegnanti italici? Distratto dall'Aids, cementificato dalle leggi economiche, l'amore nel tempo di Internet è mero esercizio dell'orgasmo? Perché, infine, eserciti di servitori serventi scivolano nell'adorazione di un attore che viene trasformato in Vate? Perché ci innamoriamo sempre di meno? Negli ultimi vent'anni il numero dei matrimoni è in continuo calo, mentre quello di divorzi e separazioni è in costante crescita (Matrimoni: 319.711 nel 1990, 258.580 nel 2003; divorzi e separazioni: 73.300 nel 1990, 124.000 nel 2003, dati Istat).

In parallelo la nostra società sta riducendo Dante a Boccaccio, e Boccaccio a macchietta. Certo, si possono fabbricare Falsi Templi a ogni angolo. Ma una cosa è Israele e una cosa è l'Egitto: le due cose non possono stare insieme. «Il paese che ha sognato una immortalità non basata sulla Grazia di Chi solo ha immortalità, ma sullo sforzo umano, è l'Egitto. I processi elaborati e costosi di imbalsamazione dei cadaveri, le tombe dei faraoni sono una eco lontana della città edificata dal primo fabbricatore di città». Che era Caino. Ci si ricordi di quel dittatore che diceva di governare con tre F: farina, feste e forca. Nell'era del politicamente corretto, la forca uccide la verità e lascia liberi i corpi nelle notti "bianche". Se l'uomo non può bastare a se stesso, alle "effe" noi preferiamo la A dell'amor che move il sole e l'altre stelle.

! Paolo Della Sala
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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