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Elogio dello starsene un po' da solidi Riccardo Meynardi - 30 settembre 2005 Ai nostri giorni, diventa sempre più difficile incontrare persone che compiono azioni da sole. Non parlo di lavoro, spesso nel lavoro siamo obbligati a stare soli; parlo piuttosto di tempo libero, dell'andare al cinema, al ristorante, di fare un viaggio o una passeggiata in montagna. Forse una volta ho visto un tizio da solo in discoteca, ma sembrava aspettare qualcuno, o quanto meno voleva darlo a credere. La solitudine è vista dall'esterno con una sorta di compassione, viene recepita come sintomo di tristezza o malessere, nel peggiore dei casi di asocialità; mai come voglia di riflessione, di ricerca di consapevolezza o di costruzione partendo dalla base più solida che ci è data: l'io. L'individuo, in dividuus, ciò che è indivisibile, le cui parti non si possono separare senza che perda il proprio carattere, ciò che ha una personalità. Alla solitudine non è mai data quell'interpretazione che la vede atta a porre se stessi come certezza sulla quale far poggiare le proprie relazioni personali, la propria voglia di vivere ed il proprio slancio verso il futuro. È una totale mancanza di fiducia nell'io e nella persona, che porta alla ricerca di certezze esterne, come se l'appoggiarsi ad un altro fosse più stabile e sicuro che non l'appoggiarsi a se stessi. È la cultura dell'anticristianità, è la sottrazione della libertà personale a vantaggio della collettività. Su queste pagine, Raffaele Iannuzzi scrisse: «L'esito maligno dell'ideologia marxista-solidaristica postconciliare ha condotto a definire la bontà della persona nei termini produttivistici del "Sociale" e della "Solidarietà", idoli meccanicistici ed astratti ai quali si è sacrificata, senza ritegno alcuno, la libertà della persona. Il Collettivo famelico ha vinto ed ha decretato lo strapotere della "Comunità" e dello "Stare insieme" a tutti i costi. Uomini troppo stretti insieme e, quindi, irrimediabilmente separati dal proprio Sè divino: la morte della persona!» (La grazia estrema della solitudine - 4 luglio 2003). La realtà è che per starsene un po' per conto proprio bisogna essere tutt'altro che tristi o desolati. Bisogna avere la forza di pensare. Quando siamo tristi e ci troviamo soli in casa, accendiamo la televisione, ci riempiamo le orecchie di suoni, telefoniamo agli amici, cerchiamo qualcuno con cui uscire la sera. Ma questo è affanno, è affidarsi ad altri e ad altro tralasciando sé stessi. In molti l'hanno capito. Tutte le campagne pubblicitarie, ad esempio, sono concentrare a riempire gli occhi e le orecchie degli utenti: quando si è in coda al semaforo o quando ci si guarda attorno sull'autobus si possono ammirare bellissimi cartelloni pubblicitari, nelle sale d'attesa ci sono cuffie che trasmettono musica e messaggi promozionali, nelle metropolitane ci sono schermi che pubblicizzano le attività della città. Si può tranquillamente andare in giro senza un libro, altri penseranno a riempire i nostri istanti di solitudine. Si può delegare il pensiero. Per starsene da soli bisogna avere una certa sicurezza ed un equilibrio non da poco. Un carattere robusto, che ci permetta di guardare a noi senza la paura di trovare qualcosa che non va, senza la paura di dover costruire un qualcosa basandoci sull'autocritica del nostro io e sulla valutazione degli errori commessi. Ecco che lo star per conto proprio si allontana da quell'idea di solitudine che significa, in realtà, isolamento. La curiosità e la voglia di scoperta devono prevaricare il timore di ciò che riteniamo imponderabile. Andare in giro da soli richiede una buona dose di coraggio, la voglia di conoscere gente nuova deve essere di molto superiore alla paura di fare brutti incontri. Bisogna non temere il prossimo. In effetti, in un viaggio da soli si ha molta più propensione a conoscere gente; quando si è in due è più facile chiudersi nel proprio mondo e nelle proprie abitudini. Ma spesso ci si lascia sopraffare dal bisogno di certezza. Abbiamo bisogno della sicurezza di persone amiche con cui organizzare le nostre attività, per poi soddisfare la nostra curiosità con altri strumenti che riparano dal contatto diretto con l'ignoto, con ciò che non conosciamo. Internet ed i telefoni cellulari, ad esempio, sono due strumenti utilissimi per soddisfare la nostra curiosità ed il nostro desiderio di nuove conoscenze. Le chat line sono di gran moda non perché ci permettono di conoscere gente nuova, ma perché rappresentano un'assicurazione che ci salvaguarda da un eventuale fallimento. Uno scudo che ci dà sicurezza, una maschera che nasconde l'insicurezza. Ci permettono l'atto, senza il rischio di compromissione. Lo sguardo viene soppiantato da un nick name. Berlusconi, qualche anno fa, esortò a riscoprire l'uso di carta è penna, non come discredito delle nuove tecnologie o per insensato desiderio di regressione, ma per non perdere quelle forme di interazione sociale che mettono in primo piano la singolarità e l'unicità di ogni persona. In una calligrafia c'è parte della mano che l'ha stesa, in uno sguardo c'è espressione, in una stretta di mano c'è calore, in un sorriso allegria. Intendeva promuovere quella consapevolezza e quella certezza dell'io che permettono di avanzare, di sfruttare a proprio vantaggio le tecnologie senza diventarne schiavi, di andare oltre, di essere individui.
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Ragionpolitica, periodico on line n.129 del 30/9/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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